Catturato in Portogallo il killer del catamarano tradito da Skype

Giusy Marinelli - SQUADRA MOBILE E SCO-ARRESTO FILIPPO DE CRISTOFARO FILIPPO DE CRISTOFARO

Due anni passati a sentirsi una preda. A studiare come non lasciare tracce, a controllare ogni santo giorno i siti italiani. Sperava di averla fatta franca per sempre, certo. Eppure ogni tanto gli sembrava di vederli, i suoi cacciatori. E sarà anche per questo che quando li ha visti davvero non ha insistito più di tanto conquel nome e cognome che si era inventato: quell’andrea Andrea Bertone nato nel 1964 a Milano. «Vabbè, sono io. Complimenti, ci siete riusciti» ha ceduto alla fine. «Io», cioè quello vero: Filippo Antonio De Cristofaro, classe 1954. «Giuro che mai avrei pensato che mi avreste perseguitato fino a questo punto» ha dovuto ammettere alla fine.

Servirebbe un libro per raccontare di quest’uomo e delle sue tante vite e identità. Ma davanti a Carlo Pinto, capo della sezione catturandi di Ancona, e agli uomini del Servizio operativo centrale della polizia, lui è semplicemente un evaso. Un ergastolano che per la seconda volta nella sua esistenza di criminale ha approfittato di un permesso premio e se l’è data a gambe. Un assassino che il 10 giugno 1988, appena fuori dal porto di Pesaro, uccise a colpi di machete la skipper trentaquattrenne Annarita Curina per rubarle il catamarano. Lo fece con l’aiuto di Diana Beyer, la fi- danzatina dell’epoca conosciuta al corso di ballo di cui era insegnante.

Lei era una ragazza olandese di 17 anni innamorata perdutamente di lui. Si è ritrovata in carcere dopo una fuga durata 40 giorni fra i porti del Mediterraneo. Pochi anni di cella, poi è tornata nel suo Paese. Oggi ha tre figli, vive a Rotterdam e ieri mattina ha saputo dalla sua avvocatessa dell’epoca, Marina Magistrelli, della cattura di Filippo. «Evviva, sono felice» le ha risposto con un sms. Al telefono, poi, le ha detto: «Stavolta spero davvero che questa storia sia chiusa per sempre. Voglio dimenticare che quell’uomo sia mai stato nella mia vita».

«Quell’uomo» è stato il suo incubo anche molti anni dopo il delitto, quando fuggì dal carcere di Opera, nel 2007, e andò in Olanda a cercare sua figlia Caroline. Catturato, finì poi nel penitenziario di Porto Azzurro e ancora una volta, ad aprile del 2014, ottenne un permesso premio per Pasqua e sparì. Da allora gli uomini di Virgilio Russo, il capo della Squadra mobile di Ancona, non hanno mai mollato le ricerche. Aiutati dall’Interpol, hanno tracciato ogni passaggio della latitanza di De Cristofaro. Hanno tenuto d’occhio i soli amici possibili: gente conosciuta in carcere. Ed è a loro che lui, alla fine, ha dovuto chiedere aiuto.

Diventato mago dell’informatica grazie a un corso seguito da detenuto, De Cristofaro ha preso mille accorgimenti per non lasciare tracce di sé e dei suoi spostamenti. Eppure — grazie alla scheda telefonica ricaricabile che usava dalle cabine — è stata ricostruita la rotta seguita nelle prime settimane: i passaggi a Bari, Pesaro, Ancona, Milano, oppure i due mesi di fermo a Marsiglia dove «facevo lo scaricatore di porto e guadagnavo 30-40 euro al giorno» ha spiegato lui stesso ieri. E poi l’aiuto di ex detenuti ucraini, romeni, albanesi (le indagini puntano a nuovi indagati per favoreggiamento). Un lungo giro di contatti e di percorsi fino ad approdare in Portogallo.

La svolta è arrivata con l’identificazione del suo profilo Skype (si dice — ma la polizia non conferma—che un vecchio amico lo abbia tradito). Gli inquirenti hanno scovato il numero di telefono che usava per avere la connessione internet. Quel numero svelava ogni volta in quale luogo fosse e ogni luogo è diventato un puntino rosso sulla mappa degli investigatori. Finché non si è capito che il puntino rosso faceva la spola fra Lisbona e Sintra, 35 chilometri fuori città. Il resto è la cronaca dell’arresto, dopo averlo identificato in un video delle telecamere di sicurezza della stazione di Sintra. «Volevo fare affari con i diamanti in Africa», ha detto lui. Farà il detenuto. Fine pena mai.

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