Avellino, sequestrati 7 centri di accoglienza immigrati: cibo scaduto, sporcizia e poca sicurezza

Il tema relativo all’immigrazione e ai centri di accoglienza è un tema piuttosto attuale e discusso ed infatti, sia sul web che al telegiornale è possibile apprendere, sempre più spesso, notizie di immigrati che tendono a dare vita a delle vere e proprie forme di ribellione per le cattive condizioni in cui sono costretti a vivere all’interno dei centri di accoglienza nei quali sono ospitati. E proprio a causa delle scarse condizioni igieniche presenti e per l’eccessivo numero di immigrati presenti nella struttura nettamente superiori a quelli che sono i posti letto consentiti, ecco che per tutti questi motivi sette centri di accoglienza per immigrati situati nello specifico nella provincia di Avellino, sono stati sequestrati dai carabinieri del Nas di Salerno il cui ordine è invece partito proprio dalla procura della Repubblica di Avellino. L’inchiesta in questione è stata avviata in seguito a degli esposti effettuati circa un anno fa dalla Cgil e che, in seguito a numerose e dettagliate indagini, ha portato alla chiusura dei sette centri di accoglienza per immigrati proprio per i motivi sopra citati .

Inoltre, secondo quanto emerso da alcune indagini, sembrerebbe che i numerosissimi immigrati ospitati all’interno di tali strutture non ricevevano quello che è il kit giornaliero che spetta loro di diritto e che nello specifico prevede una somma di denaro giornaliera, vestiario e alimenti adeguati e poi ancora tutto l’occorrente necessario a curare quella che è la propria ed importantissima igiene personale. Oltre al sequestro delle strutture in questione ecco che ben dieci persone si trovano adesso indagate e nello specifico dovranno rispondere del reato di falso e truffa.

Nonostante però i centri di accoglienza in questione si trovino al momento sotto sequestro, secondo quanto trapelato dalle prime indiscrezioni su questa delicata vicenda, non sembrerebbe che i centri in questione siano stati al momento sgomberati in quanto, con attenzione e con cura, bisognerà adesso cercare e quindi individuare tutte quelle strutture in grado di poter ospitare tutte quelle persone che si trovavano in tali centri in condizioni veramente disumane.

Più che centri di accoglienza, queste sette strutture poste sotto sequestro sono state definite dei centri improvvisati gestiti da particolari cooperative costituite proprio con l’unico obiettivo di approfittare di quello che è il grande flusso di denaro che gira intorno a quella che è l’accoglienza dei profughi, persone che rischiano la loro vita nella speranza di vivere una vita migliore oppure ancora per fuggire da guerra e miseria. Dalle prime indiscrezioni sul caso sembrerebbe essere emerso che, oltre ad alcuni responsabili di cooperative sembrerebbero essere indagati anche alcuni fornitori di beni e servizi per la gestione dei centri. La speranza è che presto,gli immigrati che sono stati costretti a vivere in condizioni disumane, possano trovare una digniosa sistemazione.

Con “buoni” così non c’è bisogno di “cattivi”. Pensiamo solo alle cooperative rosse: pluri-pizzicate con le mani nella marmellata, conclamati centri affaristici senza eguali, eppure nessuno è riuscito a schiodarle dal business dell’immigrazione. E spesso si tratta delle stesse sigle coinvolte nelle inchieste recenti. Prendiamo la provincia di Avellino : 33 centri di accoglienza per richiedenti asilo in cui sono ospitati 1.080 migranti.

Ma ne stanno già per arrivare altri trecento nei prossimi giorni. Alleluja. Di sicuro è quel che esclamano le coop, che si sfregano le mani al solo pensiero di tante “risorse” in arrivo. Risorse per il loro portafoglio, ovviamente. Soprattutto se poi, una volta presi i fondi per l’accoglienza, gli immigrati li lasci a loro stessi. Lo ha scoperto, ma è solo l’ennesimo caso, un blitz dei Carabinieri del Nas di Salerno, che ha portato al sequestro di sette centri per rifugiati nell’avellinese. La situazione trovata nelle strutture era da incubo: derrate alimentari in condizioni di pessima conservazione, stato igienico-sanita- rio raccapricciante, norme di sicurezza pressoché inesistenti. Insomma, prendo soldi per accudirti, poi chi si è visto si è visto, con buona pace delle pie intenzioni.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura del capoluogo irpino, ha fatto anche emergere gravi inadempienze dei titolari delle cooperative, indagati insieme a fornitori di beni e servizi, rispetto al capitolato d’appalto previsto dalla Prefettura di Avellino. I centri di accoglienza posti sotto sequestro sono quelli di Monteforte, Mercogliano, Serino e Pietrastornina. Oltre all’operazione dei Nas, va segnalata anche la decisione del Prefetto di Avellino, Carlo Sessa, che ha disposto la chiusura, in via amministrativa, di altri tre centri di accoglienza: due sempre a Monteforte, gestiti dalle cooperative “In Opera” e “Engel”, uno a Ospedaletto d’Alpinolo, che ospita 60 richiedenti asilo, gestiti dalla cooperativa “In Opera”. Ci sarebbe anche una società già coinvolta nell’inchiesta di Mafia Capitale fra quelle sulle quali sta indagando la Procura. Della cooperativa Engel, peraltro, non Salvini ma addirittura la Cgil, nei giorni scorsi, aveva detto: «Gli immigrati non vanno usati per fare business.

Chiediamo la revoca immediata dell’appalto a questa cooperativa». Capito? Ma questo è il solito Sud casinista, si dirà. Benissimo, andiamo allora a Onè di Fonte, cittadina in provincia di Treviso, 3600 abitanti. E mille immigrati. Una situazione folle, esplosiva. Tant’è che, alla notizia che ne stiano per arrivare altri 228, è scattata la rivolta capeggiata non da un arruffapopolo brutto, sporco e cattivo, ma dalle suore del paese. Perché sì, va bene Papa Francesco, va bene la misericordia cristiana, ma trasformare un convento in un centro per rifugiati stipato fino all’inverosimile è qualcosa di difficilmente giustificabile anche con le più caritatevoli parabole del Vangelo. I profughi in arrivo, infatti, sono destinati ad occupare l’ex convento di Maria Bambina, affidato dalle religiose alla solita cordata di cooperative in cerca di affari sulla pelle dei fratelli migranti (e degli italiani). Tra queste spicca la Senis Hospesche, che ha a che fare anche con la gestione di quella perla di efficienza e trasparenza che è il Cara di Mineo.

Le suore protestano: sui documenti per l’affitto della struttura si parla di «un’ospitalità massima di 50 persone». E invece ce ne stanno per mettere più di quattro volte tanto. Come se non bastasse, il sindaco della cittadina ha fatto notare che “Domus Carita- tis”, una delle due cooperative che hanno presentato il progetto per ospitare i profughi, «è stata coinvolta nell’inchiesta romana Mafia capitale. È vero che da allora la dirigenza è cambiata tutta, ma forse servirebbe un po’ di prudenza». Ma “prudenza” non è la parola che va per la maggiore, quando si tratta di immigrati. Suona molto meglio “fondi pubblici”. O “giro d’affari”. «Frutta più della droga», diceva il compagno Buzzi. E a questo punto, dopo aver fatto incazzare persino le suore, non è detto neanche che sia un business più morale.

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