Banche in difficoltà, apertura di Draghi: paracadute di Stato in casi eccezionali

o.365584«Un paracadute pubblico per le banche può essere necessario quando ci sono condizioni straordinarie». E quando non c’è un mercato in grado di smaltire i crediti deteriorati e «si vogliono evitare vendite sottocosto», la situazione è straordinaria. Nel giorno in cui il consiglio di supervisione bancaria della Bce ha discusso il piano proposto da Montepaschi per gestire lo stock delle sofferenze e la ricapitalizzazione, e il consiglio dei governatori ha discusso le conseguenze della Brexit, l’indicazione del presidente Mario Draghi rivolta proprio al caso italiano è stata precisa nei suoi termini generali, ma non nelle implicazioni concrete, sulle quali è tuttora in corso il negoziato tra il governo e l’Antitrust europeo. Il riferimento è alle regole comunitarie che, ha ricordato Draghi, «contengono tutta la flessibilità necessaria per gestire le circostanze straordinarie». Un paracadute pubblico per i crediti deteriorati «è una misura molto utile, ma deve essere presa d’accordo con la Ue».

II caso italiano viene considerato con la massima attenzione: manca una settimana giusta alla pubblicazione dei risultati dello stress test sulle banche europee e per il 29 luglio l’intervento per Mps dovrà essere definitivamente chiarito. Il problema aperto non è il principio dell’intervento (di garanzia) dello Stato nell’operazione sul capitale, quanto le ricadute per i creditori, e in particolare per gli obbligazionisti.

La questione controversa su cui da settimane discutono Tesoro e i servizi della Concorrenza Ue riguarda la sospensione in tutto o in parte del “burden sharing”, cioè la ripartizione dell’onere dell’intervento nella banca tra le diverse classi di creditori, compresi gli investitori istituzionali e non (quelli che hanno acquistato obbligazioni subordinate da 1000 euro). Solo con il burden sharing fra i creditori della banca è possibile l’intervento pubblico. Secondo le regole Ue può essere sospeso se ci sono rischi per la stabilità finanziaria o nel caso di impatto sproporzionato su una certa categoria di creditori. Va notato, tuttavia, che ieri Draghi, nel corso della conferenza stampa a Francoforte dopo che il vertice Bce ha confermato l’attuale quadro di politica monetaria, non ha messo in relazione la situazione delle banche italiane a un rischio per la stabilità finanziaria.

Già qualche giorno fa la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha spiegato come quell’eccezione prevista dalle regole del salvataggio interno delle banche (bail-in) non sia stata fatta valere neppure per Spagna, Grecia e Slovenia. Altra cosa, invece, è la tutela degli investitori non istituzionali in titoli subordinati, per i quali, secondo quanto filtrato a Bruxelles, si potrebbe prevedere una compensazione ex post. È da vedere se è un percorso politicamente sostenibile per il governo.

Altra questione altamente controversa è la valutazione delle sofferenze per la loro cessione: probabilmente a questo Draghi si riferiva con la battuta sulle «vendite sottocosto». Nella valutazione sull’esistenza o meno di un aiuto di Stato entra in gioco il prezzo al quale vengono ceduti i “non performing loans” rispetto al valore espresso nel bilancio: più il valore della cessione è basso più aumentano le esigenze di capitale. Draghi ha parlato del caso italiano nel contesto di una serie di messaggi all’insegna della rassicurazione sullo stato del settore bancario della zona euro: le banche «stanno meglio, se non molto meglio rispetto al 2009», grazie anche alle serie misure adottate negli ultimi anni, ha detto. Sono più solide. «Il problema oggi è gestire la redditività debole del sistema bancario non la sua solvibilità» Parole che, insieme a quelle sulla flessibilità delle regole del bailin, in Borsa sono piaciute molto.

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