Bangladesh, attacco terroristico rivendicato dall’Isis: assalto al ristorante vicino ambasciata italiana

Bangladesh, attacco terroristico rivendicato dall'Isis assalto al ristorante vicino ambasciata italiana

Terrore a Dacca, ovvero la capitale del Bangladesh, dove nella giornata di ieri un commando ha assaltato un ristorante nel cuore del quartiere diplomatico di Gulshanun uccidendo almeno 2 persone. E’ questo purtroppo il bilancio piuttosto grave dell’ennesimo attentato terroristico avvenuto questa volta nel Bangladesh; si è parlato di circa venti ostaggi presi inizialmente molti dei quali stranieri i quali sarebbero stati uccisi prima del blitz della polizia. Allertati i soccorsi, la polizia ha circondato la zona preparandosi al blit; dalle notizie pervenute inoltre sembra che sia stato un commando islamista a fare irruzione all’interno del bar di Dacca, capitale del Bangladesh, sparando al grido Allah Akbar, uccidendo due persone e prendendo come già anticipato circa una ventina di ostaggi. Gli scontri sono cominciati quando almeno cinque uomini armati sono entrati in un ristorante frequentato da diplomatici e stranieri, l’Holey Artisan Bakery.

Sul posto si sono radunate le ‘teste di cuoio’ delle forze di sicurezza locali.Ci sarebbero anche 40 feriti, oltre ai due poliziotti uccisi, nell’assalto al locale di Dacca, in Bangladesh, ad opera di un commando armato. Lo riferisce la polizia alla Cnn. Poco dopo l’attacco, ecco arrivare la rivendicazione tramite l’agenzia di stampa Amaq legata all’Is ed a riferirlo è Site. Non è ancora chiaro se tra i venti ostaggi ci siano anche italiani, ipotesi non esclusa sin dal primo momento dalla Farnesina. Nella serata di ieri, ecco pervenire una conferma da parte del Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni il quale in un tweet ha scritto: “Seguo momento per momento la situazione #Dakka. Ansia per gli italiani coinvolti, vicino alle famiglie”. Ed infatti in serata è arrivata la conferma anche tramite altre agenzie di stampa che hanno parlato di italiani coinvolti nell’attentato, e nello specifico sembra che due delle tre vittime siano proprio connazionali. Tale versione poi non è combaciata con quella di India Today secondo cui il Ministro degli Esteri ha affermato che tutti gli ambasciatori stranieri sarebbero in salvo. Sumon Reza, il responsabile del ristorante, sfuggito all’attacco, ha riferito che due fornai dello staff sono stranieri.

Uno di loro, un italiano, è riuscito a fuggire, mentre l’altro, un argentino, non ce l’ha fatta. l presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha abbandonato la serata per il restauro del Colosseo e ha fatto ritorno a Palazzo Chigi da dove sta seguendo gli sviluppi del sequestro in corso a Dacca, in Bangladesh. Il capo del governo, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, si mantiene in stretto contatto con la Farnesina.“L’Unità di crisi e l’ambasciata italiana a Dacca seguono la vicenda fin dall’inizio e non escludono la possibilità che vi siano anche alcuni italiani tra gli ostaggi”. È quanto comunica la Farnesina sull’attacco terroristico in corso contro un ristorante nel quartiere diplomatico di Dacca, in Bangladesh. Il commando di terroristi sta tenendo in ostaggio una ventina di persone.

Sono in venti a essere rinchiusi dentro alla Holey Artisan Cafè a Dacca. Venti persone, e forse dei bambini, prese in ostaggio durante un’azione terroristica senza precedenti nel paese. Tra di loro sette italiani, residenti o di passaggio, quasi tutti imprenditori e commercianti di varie casa di moda. Il ristorante si trova nel quartiere di Gulshan, a cento metri dall’ambasciata italiana, ed è frequentato perlopiù da turisti occidentali e dal personale delle ambasciate. L’atmosfera è in genere rilassata e amichevole, la sera: specialmente durante il mese di Ramadan, quando tutti si ritrovano con amici e parenti per celebrare l’Ifthar, la rottura del digiuno. Nessuno si aspettava l’irruzione di un piccolo commando, tra i sei e gli otto uomini, nel ristorante. Armati di granate e fucili gli uomini «giovani, piccoli e magri», hanno sequestrato gli avventori e ucciso due poliziotti e un tassista.

LA FUGA DAL CORTILE Il proprietario del ristorante è riuscito a scappare, così come un altro italiano (secondo alcune fonti un panettiere) che si trovava nel cortile interno: era uscito per parlare al cellulare, perciò ha potuto nascondersi. Da lì ha chiamato l’ambasciata, che a sua volta ha avvisato la polizia locale. L’uomo è stato tratto in salvo sfruttando un passaggio posteriore. Un dipendente del ristorante, di nazionalità argentina, pare che invece sia stato ucciso. La polizia ha circondato il locale e le forze speciali sono pronte ad entrare in azione, ma le autorità sperano ancora di risolvere la cosa “pacificamente”. D’altra parte, i terroristi non hanno inoltrato alcuna richiesta, né c’è stato alcun contatto con l’esterno: sembra ormai assodato che si tratti di un attacco suicida, e che ci sia una sinistra similitudine con gli attentati di Parigi che hanno fatto seguito al massacro di Charlie Hebdò, ma nessuno può e vuole sbilanciarsi più di tanto. L’azione è stata rivendicata dall’Isis, o meglio da Daesh, che nel paese ha una presenza ormai consolidata: come ben sanno la polizia e l’intelligence indiana, che hanno arrestato nei mesi scorsi una certo numero di individui che cercava di passare in Bangladesh per arruolarsi sotto le bandiere di Daesh.

LA SVOLTA Di certo l’attentato segna un punto di svolta nell’escalation di violenza integralista di cui è ormai da tempo preda il paese: non erano mai stati presi di mira gli occidentali, e il mondo non si era preoccupato affatto della scia di sangue lasciata da ormai molti mesi da jihadisti e integralisti assortiti; in mattinata era stato ucciso un sacerdote induista, il mese scorso un sarto, sempre induista, sulla porta del suo negozio. Lo scorso ottobre sono stati uccisi un cooperante italiano e uno giapponese, due mesi fa avevano perso la vita un professore universitario coinvolto in attività culturali considerate anti-islamiche e Xulhaz Mannan, un attivista per i diritti dei gay morto assieme al suo compagno, mentre la lista di scrittori e blogger uccisi perché considerati blasfemi si allunga ormai di giorno in giorno.

LA DERIVA INTEGRALISTA Colpire le ambasciate e gli stranieri, garantisce visibilità e dirette televisive di molte ore. Da anni il Bangladesh è infatti in preda a una deriva integralista sempre più diffusa, nonostante (o proprio a causa di queste, sostengono alcuni) i processi e le condanne a morte comminate ad appartenenti alla Jamaat-i-Islami, il maggior partito islamico del paese, per i crimini di guerra compiuti durante il conflitto del 1971 che trasformò l’East Pakistan nella “patria dei bengali”. E il governo, principalmente per non danneggiare i propri interessi economici, è in una fase di totale negazione del problema: la premier Sheikh Hasina sostiene difatti che a uccidere blogger, professori e presunti blasfemi non sono jihadi e integralisti ma oppositori politici che cercano così di colpire sostenitori e appartenenti del partito al governo. Secondo la Hasina, Daesh e altri gruppi jihadi non esistono nel paese, nonostante questi abbiano puntualmente rivendicato ogni volta le loro imprese.

UN TERRENO FERTILE A Dakha e dintorni hanno cominciato più o meno da venti anni ad apparire sempre più madrasa e moschee “donation of Saudi Arabia” che hanno diffuso il verbo integralista tra la popolazione. L’intelligence pakistana ha fatto il resto, mandando jihadisti potenziali ad addestrarsi nei campi delle organizzazioni guerrigliere locali. La Lashkar-i-Toiba ha usato per anni il Bangladesh come centro di smistamento per i propri membri destinati a compiere operazioni oltre confine e come centro privilegiato di reclutamento. Daesh, forte di una rete capillare di gruppi e gruppuscoli integralisti creata nel corso degli anni, ha trovato in Bangladesh terreno più fertile che altrove.

Sarebbe il jihadista ceceno super-ricercato Akhmed Chatayev, ora affiliato all’Isis, la “mente” dell’attacco all’aeroporto Ataturk di Istanbul, che martedì sera ha provocato 44 morti. Lo sostiene il quotidiano filo-governativo turco Yeni Safak.

PRIMULA ROSSA Reduce della seconda guerra cecena, “primula rossa” in mezza Europa, dove è stato arrestato diverse volte ma mai estradato in Russia in virtù del suo status di rifugiato politico concesso dall’Austria nel 2003 Ahmed Redjapovic Chataev detto il “monco”, poiché privo di un avambraccio, è considerato dai russi il responsabile di una sezione dello Stato Islamico che si dedica agli attentati in Russia ed Europa. Nel 2008 fu arrestato in Svezia dove scontò un anno di carcere per possesso illegale di armi, nella sua auto la polizia trovò Kalashnikov, esplosivi e munizioni. Una volta uscito dal carcere si recò in Ucraina dove venne fermato a seguito di un mandato di cactura emesso dall’autorità giudiziaria di Mosca. Ma sempre grazie allo status di rifugiato politico concesso dall’Austria riuscì a evitare l’estradizione. Dopo circa un anno il suo nome emerge durante sanguinosi scontri nella Valle Lepota in Georgia tra ribelli e polizia durante i quali restano uccisi tre agenti e undici rivoltosi. Chataev resta ferito, viene arrestato ma poi rilasciato. Secondo le forze speciali di Mosca, che stando al sito Meduza hanno passato il suo dossier ai colleghi occidentali già nell’agosto del 2015, Chataev è inoltre considerato il reclutatore-capo nell’area del Caucaso del nord, per quanto la sua influenza si sia spinta a volte ben oltre in Russia. Si suppone che il terrorista abbia anche guidato per un certo periodo il movimento clandestino armato, islamico-ceceno, Doku Umarov’s.

TRASFERIMENTO IN SIRIA Chataev nell’aprile del 2015 si sarebbe trasferito in Siria militando nelle fila dell’Isis. Secondo Andrey Przhezdomsky,consigliere del direttore del Comitato nazionale russo contro il terrorismo, Chataev sarebbe diventato capo di una speciale unità dell’Isis incaricata di compiere attentati in Russia e in Europa occidentale. Cosa ripresanel gennaio scorso dal quotidiano moscovita Kommersant, storicamente molto vicino al Cremlino, che indica Chataev quale reclutatore e addestratore di aspiranti terroristi. A Istanbul intanto le indagini sulla strage all’aeroporto proseguono serrate. Un nuovo blitz compiuto ieri all’alba nella periferia europea di Basaksehir ha portato all’arresto di altri 11 stranieri, portando a 24 il totale delle persone fermate a vario titolo per l’attacco. Tra loro, ci sono diversi presunti combattenti stranieri provenienti dal Caucaso e dall’Asia centrale. Da quella zona, aveva avvisato il Cremlino, provengono dai 5 ai 7 mila soggetti radicalizzati, che in questi anni si sono uniti all’Isis in Siria e Iraq. Come i 3 kamikaze dell’aeroporto, due dei quali adesso hanno un nome: Rakim Bulgarov e Vadim Osmanov. Quest’ultimo è l’uomo che ha affittato nel quartiere storico di Fatih l’appartamento che per 32 giorni è stato il loro covo. Entrambi avevano passaporto russo. Resta ancora da accertare l’identità del terzo uomo. Gli investigatori stanno cercando di recuperare informazioni anche dall’hard disk di un computer distrutto, appartenuto ai terroristi e ritrovato in un cestino della spazzatura vicino alla loro abitazione.

Il terrorismo islamico in Bangladesh ha conosciuto una crescita significativa tra il 2014 e il 2015. In passato, gli attentati erano stati rivendicati da gruppi locali, ma, negli ultimi mesi, sono comparse, in maniera sempre più insistente, le sigle dell’Isis e di al Qaeda nel sub-continente indiano. Il governo del Bangladesh ha sostenuto che non bisognava farsi impressionare dall’uso di queste sigle così note, perché, in realtà, erano sempre gli stessi piccoli gruppi locali ad agire. Eppure, gli elementi di preoccupazione esistevano. Nel novembre 2015, la rivista ufficiale dell’Isis, “Dabiq”, pubblicava un articolo online, dal titolo quanto mai significativo, “Il ritorno del jihad in Bangladesh”, in cui descriveva le attività dell’Isis e prospettava attacchi futuri in quel paese. Il governo del Bangladesh è un ottimo alleato degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo e, lieto di compiacere gli alleati americani, e di proteggere la vita dei propri cittadini, ha intrapreso una lotta molto dura contro l’estremismo islamico, al grido di: “Tolleranza zero”.

LE ALLEANZE L’Isis, investendo molto nella costruzione di legami con altre formazioni jihadiste, a cui chiede il giuramento di fedeltà, e fondando province in numerosi paesi, ha finito per migliorare la lotta contro il terrorismo. I governi attaccati reagiscono con la stessa strategia basata sulle alleanze, lo scambio di informazioni e la promessa di sostenersi a vicenda. E così, nel febbraio 2016, il Bangladesh ha aderito a una coalizione di Stati, guidati dall’Arabia Saudita, che hanno deciso di associarsi per coordinare le loro attività contro i terroristi islamici. Da una parte, il governo del Bangladesh minimizzava il pericolo, limitandolo all’attività di piccoli gruppi locali; dall’altra, agiva come se il pericolo fosse grande, aderendo all’alleanza messa in piedi dal principe ereditario dell’Arabia Saudita,Mohammed bin Salman, che oggi conta ben trentanove Stati. Nel 2015, al Qaeda ha rivendicato numerosi attentati in Bangladesh, avvenuti, per la precisione, il 26 febbraio, 30 marzo, 12 maggio, 7 agosto e 31 ottobre, che hanno causato la morte di quattro blogger – accusati di blasfemia contro l’Islam – un editore e un cittadino americano, Avijit Roy, fondatore del blog Mukto-Mona (“mente libera”), il quale si batteva, con largo seguito, per la diffusione dei valori laici e liberali in Bangladesh.

LA STRAGE CONTINUA Nel 2015, l’Isis ha rivendicato nove attacchi in Bangladesh, compresa l’uccisione di un lavoratore italiano, il 28 settembre, e quella di un lavoratore giapponese, il 3 ottobre, a cui occorre aggiungere un assalto contro un prete italiano, il 18 novembre. Il 24 ottobre, è stato condotto un assalto jihadista contro una processione sciita, che ha causato un morto e circa cento feriti. Il 4 novembre, è stato ucciso un poliziotto a un posto di blocco. Il 25 dicembre, nel giorno di Natale, un attentatore suicida si è fatto esplodere contro una piccola comunità islamica, ritenuta eretica da molti musulmani conservatori, mentre era intenta a recitare la preghiera del venerdì nel villaggio di Mochmoli. L’unico morto fu l’attentatore, ma ci furono dodici feriti. Eppure, il governo del Bangladesh ha continuato a minimizzare i pericoli. L’Isis – disse – non ha una base operativa nel paese e le azioni rivendicate a suo nome sono state intraprese da elementi locali, privi di contatti con l’estero e, come tali, poco pericolosi.

ASSALTI MINORI Alla lista completa degli attentati avvenuti nel 2015, occorre aggiungere una serie di assalti minori condotti in nome del jihad, con coltelli e machete, contro varie minoranze religiose, tra cui cristiani, indù e musulmani. Infine, il 18 dicembre, sono state colpite due moschee su una base navale a Chittagong, la seconda città del Bangladesh, con l’uso di esplosivo. L’azione, che non è stata rivendicata da alcun gruppo, ha provocato numerosi feriti, ma nessun morto.

COLPIRE I TURISTI L’attacco, avvenuto poche ore fa nella capitale Dacca, ha caratteristiche preoccupanti. Nessun attentato precedente era stato così complesso. L’Isis ha subito rivendicato l’azione attraverso Amaq, che è ritenuta la sua agenzia di stampa. I terroristi hanno attaccato un ristorante frequentato da turisti in un quartiere diplomatico. È la tipica azione dell’Isis, rivolta a colpire i turisti e, possibilmente, i lavoratori occidentali, la cui presenza sul suolo islamico è ritenuta contaminante perché impura. Al momento, si contano due poliziotti uccisi e almeno trenta feriti. È significativo anche il numero dei terroristi che, secondo le dichiarazioni dei primi testimoni, sarebbero stati tra gli otto e i dieci. Saranno necessari alcuni giorni per ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’azione, ma non occorre altro tempo per comprendere che, in Bangladesh, il terrorismo islamico ha raggiunto un livello di sviluppo che non consente più di sottovalutare il fenomeno.

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