Bossetti è stato crudele, per Yara Gambirasio una morte atroce e una lunga agonia, adesso rischia l’ergastolo

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 La requisitoria del pm Letizia Ruggeri è un viaggio nel tempo che parte da quella notte fredda e deserta del 26 novembre 2010 in cui la Yara Gambirasio, 14 anni, sparì nel nulla. Per otto ore Massimo Bossetti ha ascoltato quella storia di sangue e «lenta agonia» dalla gabbia del tribunale di Bergamo, dove il prossimo 18 maggio si svolgerà la seconda parte dell’intervento del pm e -probabilmente -arriverà la richiesta d’ergastolo. Sguardo affranto, felpa viola e volto stranamente abbronzato, il muratore di Mapello ha rivissuto le fasi del caso segnate sulle 150 pagine di appunti del magistrato.

«È stata un’indagine senza precedenti sotto l’aspetto genetico e della biologia forense – ha spiegato il pm davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja – Nei primi mesi delle indagini non avevamo idea di cosa fosse successo. Nella via della famiglia Gambirasio abitano anche persone più benestanti e si è valutato persino il sequestro di persona per errore. Ci siamo davvero spaccati la testa su queste riflessioni, abbiamo valutato ogni pista possibile per riuscire a indirizzare le indagini (…) Fummo costretti ad andare a vedere il vissuto di questa ragazza. Emerse che era una ragazza normalissima, senza alcun segreto». La svolta arriva il 26 febbraio 2011 con il ritrovamento del corpo in un campo di Chignolo d’Isola. E qui il racconto diventa faticoso anche dopo tanti anni di ricostruzioni,speciali, articoli. «C’era buio, era sola, avrà provato paura e avrà provato dolore.

Ha vissuto uno stress agonico prolungato (come dimostrano l’acetone e l’adrenalina ritrovati nel suo corpo in misura superiore alla norma,ndr) – racconta il pm – Non è mai stato comunque possibile, dopo tutti i rilievi degli specialisti, ricostruire con certezza la dinamica esatta dell’aggressione». Nonostante il mistero che avvolge alcuni passaggi, ci sono punti fermi importanti. «La terra sotto le suole delle scarpe di Yara può risultare compatibile con un camminata sul campo. Le lesioni da contusione e quelle da taglio presentano comunque fuoriuscite di sangue», dunque sono state inferte su un corpo ancora «irrorato e si può quindi pensare chela vittima sia stata colpita quando era ancora viva.

D’altra parte il corpo non presenta ferite da difesa di alcun tipo.Ed è quindi presumibile che Yara benché viva, mentre veniva colpita non fosse in grado di reagire». Il passaggio successivo è l’analisi dell’epopea tecnico scientifica che ha portato all’individuazione di «Ignoto 1», poi al padre Giuseppe Guerinoni (l’autista di Gorno morto nel’99)e all’elenco di 532 donne che avrebbero potuto aver avuto un figlio illegittimo da lui, al nome di Ester Arzuffi (la mamma di Bossetti, convocata per il prelievo del dna nel luglio 2012) e infine all’uomo arrestato il 16 giugno 2014. «C’è una totale compatibilità – ha ribadito il pm – tra il dna di Bossetti e quello trovato sugli slip della vittima. La bontà scientifica di questo risultato è confermata anche dalla realtà.

Ignoto 1 non è una guida alpina trentina, un pescatore siciliano o un extracomunitario. Ma un muratore bergamasco,che aveva mille motivi per passare davanti alla palestra di Brembate».C’è una precisazione a tal punto, che «quando abbiamo trovato Bossetti non sapevamo chi fosse, avevamo solo il suo dna, e questo sgombera il campo dal dubbio che si sia voluto trovare qualcuno ad ogni costo». Bossetti si è sempre dichiarato innocente,non ha mai vacillato nella sua posizione, neppure difronte alla possibilità di uno sconto di pena a fronte di un elenco di capi di imputazione che potrebbero costargli l’ergastolo. Omicidio, calunnia e le due circostanze aggravanti:la cosiddetta minorata difesa (per aver «approfittato di circostanze di luogo – un campo isolato – di tempo – in ore serali/notturne -e di persona – un uomo adulto contro un’adolescente») e, la seconda, aver «adoperato sevizie e agito con crudeltà». La richiesta del pm arriverà il 18 maggio. Il 20 sarà il turno degli avvocati di parte civile Enrico Pelillo e Andrea Pezzotta, il 27 toccherà ai difensori Claudio Salvagnie Paolo Camporini. L’ultima parola della Corte d’Assise arriverà a giugno.

BERGAMO Sul Dna «non esistono margini di discussione» e come si è arrivati a Massimo Bossetti «dimostra che non si è mai voluto cercare un colpevole». Il pm Letizia Rug- geri spende gran parte della sua requisitoria nel processo per l’omicidio di Yara Gambirasio, che si concluderà con una richiesta di ergastolo che appare scontata per il muratore di Mapello, dilungandosi sulla prova regina del Dna trovato sul corpo della ragazza e che risulterà, secondo le analisi di Ris e consulenti della Procura, appartenere all’imputato. Bossetti che avrebbe agito con sevizia e crudeltà sulla ragazza, con quelle ferite non mortali inferte mentre Yara era a terra. Lei poi sarebbe morta «fra paura e dolore dopo una lenta agonia».
L’IDENTIKIT
Un percorso scientifico, ribatte il pm alla difesa, che dimostra come l’assassino di Yara «è un uomo del posto, nato e cresciuto in queste zone e che lavora nell’edilizia, con lavori sempre svolti in quelle zone». Il match (ovvero il confronto del Dna tra quello che era Ignoto 1 e Massimo Bossetti, argomenta Letizia Ruggeri, «non si è stabilito con un pastore abruzzese o con un cercatore di tartufi piemontese o con un immigrato, ma con un muratore bergamasco»). Il pubblico ministero ricorda come, all’inizio della vicenda , dopo la scomparsa di Yara, il 26 novembre 2010, «ci spaccammo la testa in questa indagine» che è «unica non solo nel nostro Paese, ma in tutti quelli del mondo e ha coinvolto tutti i livelli degli investigatori, dai reparti specializzati (Ros e Sco) alle stazioni dei carabinieri alle Questure».
Furono prese in considerazione
tutte le ipotesi, dal rapimento allo scambio di persona. Nulla fino al ritrovamento del cadavere, nel campo di Chignolo d’Isola, tre mesi dopo («le indagini geologiche, botaniche ed entomologiche dimostrano che è stata aggredita, è morta ed è rimasta in quel campo»). Poi,il Dna trovato. Quella traccia fu analizzata e si aprì la pista di Gorno, dove viveva l’autista di autobus Giuseppe Guerinoni mentre indagini «col taccuino, vecchio stile» circoscrissero il campo delle donne della zona con cui l’uomo, morto nel ’91, poteva avere avuto una relazione e un figlio illegittimo. Si arrivò a Ester Arzuffi, madre di Massimo. Il confronto, decisivo, con quello del figlio maggiore, prelevato con l’escamotage del controllo con l’etilometro, chiuse il cerchio. La difesa si aspetta ora la richiesta dell’ergastolo.

Sul Dna «non esistono margini di discussione» e come si è arrivati a identificare Massimo Bossetti «dimostra che non si è mai voluto cercare a tutti costi un colpevole». Ieri il pm di Bergamo Letizia Ruggeri ha speso gran parte della sua requisitoria nel processo per l’omicidio di Yara Gambirasio, che si concluderà con una richiesta di ergastolo per il muratore di Mapello, dilungandosi sulla prova regina del Dna trovato sul corpo della ragazza. Il pubblico ministero ha poi ha aggiunto altre parole sull’indagine sulla scomparsa di Yara il 26 novembre 2010: «È unica non solo nel nostro Paese, ma in tutti quelli del mondo e ha coinvolto tutti i livelli degli investigatori». All’inizio, furono prese in considerazione tutte le ipotesi, dal rapimento allo scambio di persona. Nulla fino al ritrovamento del cadavere, nel campo di Chignolo d’Isola, tre mesi dopo («le indagini geologiche, botaniche ed entomologiche dimostrano che è stata aggredita, è morta ed è rimasta in quel campo», ha detto per sgomberare il campo a una ricostruzione alternativa suggerita dall’anatomopato- logo della difesa). Poi, quel Dna trovato sugli slip della ragazza, «un faro» per le indagini.

GRANDE ATTESA La traccia fu analizzata e si aprì la pista di Gorno, dove viveva l’autista di autobus Giuseppe Guerinoni. Altre indagini circoscrissero il campo delle donne della zona con cui l’uomo, morto nel ‘91, poteva avere avuto una relazione e un figlio illegittimo. Si arrivò a Ester Arzuffi, madre di Bossetti: il confronto, decisivo, con quello del figlio maggiore, chiuse il cerchio. Bossetti che avrebbe «agito con sevizia e crudeltà sulla ragazza», «morta dopo lenta agonia, tra paura e dolore», il giorno del fermo cercò di fuggire dall’impalcatura del cantiere in cui lavorava a Seriate. «Lo hanno raccontato tre investigatori, è un comportamento sintomatico di chi ha la consapevolezza che le forze dell’ordine erano lì per lui», ha aggiunto la Ruggeri. Il 18 maggio presenterà il conto al termine di un dibattimento cominciato a luglio dell’anno scorso in un’aula che si prevede strapiena: ieri c’era stata tensione con parole grosse e qualche spinta.

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