Bruce Springsteen concerto al Circo Massimo: grida alla folla: «Roma daje, sei la città più bella della Terra»

010849775-eb4a3508-4011-4a58-87b1-24e74f2c1a88Il gladiatore del rock è sceso al Circo Massimo: su un palco spoglio come sempre, arredato solo da tre schermi (i veri eroi non hanno bisogno di fuochi artificiali), si fa trainare da una pattuglia di cavalli fidati, la E Street band, compagna di una carriera da eroe. Annunciata puntualmente da un’overture epica come C’era una volta in America di Morricone, la corsa dura quattro ore: cuore, muscoli, sudore, chitarre, passione, incanto di una notte difficile da ripetere. Fa paura Bruce, sessanta- seienne rocker nato per correre, animato dalla «frenetica ossessione» di non fermarsi. Una sfida e un miracolo, mentre intorno i miti del rock cadono come birilli, fiaccati dalle loro vite spericolate. No, Springsteen è un altra cosa, è la faccia sana del rock. La faccia pulita e generosa. Un sacerdote laico esaltato dal rito collettivo che ogni volta, puntualmente, riesce ad animare, convocando folle oceaniche e concedendosi anche fisicamente quando attraversa la platea fendendola, facendosi toccare e guardare da vicino dai più vicini dei 60 mila invasati del Circo Massimo, nuova tappa di Rock in Roma, a tre anni dal concertone dei Rolling Stones.

Una moltitudine pronta a rispondere alla chiamata del Boss, sfidando magari i timori che le cronache stanno sovrapponendo ad ogni festa di popolo. Bruce potrà amare Milano e San Siro, come ha dichiarato, due settimane fa, ma l’accoppiata con il Circo Massimo (finalmente illuminato) ha il fascino esplosivo degli avvenimenti memorabili, qualcosa di imperdibile e unico, dettato dal luogo, dal suo profilo storico e da quanto di leggendario c’è in un’artista senza macchia, partito per un viaggio sollecitato da uno dei suoi monumenti discografici, The River. Ma, se quei pezzi, che pure figurano in abbondanza, sono lo spunto, il concerto è anche altro. Un viaggio pazzesco che esordisce con un colpo morbido a sorpresa, New York City Serenade, a cui si aggiunge una sezione d’archi della Roma Sinfonietta.

«Roma daje, sei la città più bella del mondo» si commuove subito il Boss, uomo forte dal cuore tenero, ma poi richiama a rapporto i muscoli per infilare una catena di pezzi roventi, scatenando le passioni del popolo springsteeniano. Ecco Badlands, poi il primo omaggio, a Eddie Cochrane, pioniere del rock, con Summertime Blues, quindi The ties that Bind, Sherry Darling, Two Hearts, la travolgente Hungry Hearts. E poi la fantastica parentesi blues con Boom Boom Boom di John Lee Hooker e una medley Detroit al fulmicotone con il classico See See Rider, Jenny Jenny di Little Richard, Devil with a Blue Dress. Pazzesco Bruce, energia pura senza mezze misure (il Boss vuole che la sua gente se ne vada a casa con la pancia piene) in una festa rock priva di divagazioni, e dove lo spettacolo del maestro di cerimonie che corre e si sgola è condito dai suoi gagliardi ragazzi che non lesinano nulla, neppure alla scena: ecco allora Nils Lofgren che concede un numero da circo ruotando su se stesso, mentre si lancia con la chitarra in un assolo bollente in Because the Night (e tutti a cantare), il potente Max Weimberg che non smette un attimo di pestare e terremota con un assolo Born in the Usa, il sax di Jake Clemmons che ha ormai molto spazio, erede stabile di zio Clarence, Little Steven, sempre in prima fila con la sua immancabile bandana, pronto a dare manforte al Boss, la signora Springsteen Patti Scialfa, i veterani Gary Tallent e Roy Bittan, la chitarrista e violinista Soozie Tyrrell e il tastierista Charles Giordano. Anche loro sono indemoniati, contagiati da tanta voglia e da una notte spettacolare. C’è spazio per The Promised Land, per la suggestione di The Rising e l’intimità di The Ghost of Tom Joad, uno dei capolavori del songbook springstiniano. Ma l’anima del concerto sta nella passione travolgente che diventa ancora più travolgente nell’ora e mezzo di bis, da Jungland a Born to Run (con la voce di Bruce che perde visibilmente colpi), a Born in the Usa, a Dancing in the Dark, fino all’ubriacante Shout, il classico degli Isley brothers, che sembra non finire mai (dura una decina di minuti) tante sono le volte in cui il ritornello viene ripreso. No, di performer così in giro non ce ne sono tanti. Bruce è un monumento del rock e, la sua notte al Circo Massimo è una ulteriore consacrazione. Difficile da ripetere.

Un salto pindarico attraverso varie generazioni. E oltre confine. Dalla Russia al Canada, dalla Germania agli Stati Uniti. È questo il pubblico del Boss per la terza (e ultima) tappa italiana del The River Tour. Senza età e da tutte le parti del mondo. Pubblico scenografico con cuori rossi che alle parole di “O Roma, daje” (alla fine della canzone di apertura) dà il meglio di sé per calore e per energia. Nessuna paura di attentati. «Sinceramente sono serena. Tanti i controlli di sicurezza all’entrata», dice Jennifer di New York in un timido italiano. Al Circo Massimo, cancelli aperti dalle 15. Ma fin dal giorno prima in coda davanti all’ingresso 2 di via dei Cerchi: grandi e piccoli, numerati (e presenti all’appello spontaneo dei fan autogestitosi) per essere tra i 1500 ammessi alla tanto ambita Area Pit.

Un braccialetto verde e un sottopalco assicurato senza alcun sovrapprezzo destinato a chi appunto sarebbe arrivato tra i primi. Come Paola (57 anni) e suo figlio Andrea (25 anni) che cercano di non perdersi mai un concerto «Siamo tornati a Roma per rivederlo, dopo essere andati alla prima data di San Siro. Sono io responsabile della passione di mio figlio per Bruce Spring- steen. È la stessa che ho io dal 1985».

C’è pure Matteo, arzillo diciassettenne che con il suo cartello “Can I dancing with Olivia?” spera in un ballo con la figlia del bassista Garry Tallent, «una gran bella ragazza. Chissà che non mi risponda e mi dica “sì”». Passeggiando tra i fans se ne incontrano davvero di tutti i colori. Bandana rosa in testa e aria giovanile per Antonia che arriva da Maastricht e che dagli inizi cerca di non perdersi alcun concerto. Jordi, simpatico quarantenne di Barcellona, «vengo dalla Catalogna dopo avere visto anche l’open di Barcellona».
George di Bruxelles: «Io? Ho acquistato i biglietti di tutti i concerti del tuo europeo. Andrò pure a quello di chiusura del tour europeo, a Zurigo il 31 luglio».

Tanti i cartelli dei fans che sperano su Dancing in the Dark, di salire sul palco. Giovanni, 28 anni di Roma, lo becchiamo che si accinge a finire la frase tratta dalla canzone “Racing in the street” «Summer’s here and the time is right, for racing in “Rome’s” street», frase che personalizza, attualizzandola. «Lo scorso aprile ero a New York, al concerto un cui ha aperto il concerto con Purple Rain, omaggiando Prince. Ho pure tatuato “The ties that bind”, titolo che apre The River». Dall’Inghilterra con furore anche le sorelle Tessa (68 anni di Londra) e Fran (61 anni di Newquay) con la loro amica Penny (55 anni di Shrop- shire): «Two hearts are better than one», recita il loro cartello. «Siamo felicissime di essere qui. E siamo riuscite pure a trascinare anche il marito di Penny». C’è Rachel, dal Canada, al quinto mese di gravidanza con il marito Pat, «prima volta in Italia grazie al Boss». E Titta di Roma con le figliolette Virginia e Vittoria, «Siamo state pure al Ricoh Arena di Coventry lo scorso 3 giugno». Pubblico super scatenato per tutto il concerto. Anzi, già prima che iniziasse quando ad aprire sono saliti sul palco l’italianissima Treves Blues Band, e i Counting Crows.

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