Caivano (Napoli): La morte di Fortuna L’uomo arrestato: “Non l’ho uccisa io” indagati due vicini per depistaggio

Caivano, Fortuna Loffredo di soli 8 anni abusata e lanciata dall'ottavo piano arrestato il vicino di casa

Questo fatto poteva avvenire ai Parioli o a Posillipo. Con superficialità e irresponsabilità, si è voluto fare un’equazione tra povertà, quartieri popolari e pedofilia. Un regalo ai pedofili». Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano (Napoli), parla a Radio Vaticana e difende il suo gregge su cui piombano telecamere e sociologi. Nelle stesse ore in cui Raimondo “Titò” Caputo, il 43enne accusato di aver ucciso, nel 2014, la piccola Fortuna Loffredo, precipitata dall’8° piano di un palazzo del Parco Verde, respinge la accuse. «Non ho ucciso Fortuna, non ero lì quando lei è caduta, né ho mai commesso abusi sessuali».

 Caputo era già stato arrestato, accusato di violenza anche sui figli della sua convivente, Marianna Fabozzi però, davanti ai magistrati, ripete caparbiamente di essere «un buon padre». Le prove che tengono Caputo in cella non si basano sul Dna ma, tra l’altro, sulle intercettazioni (in una, riferendosi alla ragazzina, dice «vuoi vedere che là sopra c’è il sudore mio»). E sui disegni, sulle parole dei bambini, delle figlie di Marianna – ascoltate con l’aiuto degli esperti – che hanno strappato una rete di omertà: «Io non so niente, così devi dire… non imbrogliarti con la bocca», suggeriva alla nipote la nonna dell’amichetta di Fortuna. E infatti, tra gli indagati, compaiono anche due inquiline del palazzo, accusate di false di chiarazioni e tra loro ci sarebbe la donna che avrebbe raccolto la scarpa persa da Fortuna il giorno della morte.

E che, in un’altra intercettazione, ammette: «L’ho buttata io la scarpa, non lo voglio dire a nessuno perché qua sono venute le guardie». Sul caso interviene anche il capo dello Stato Sergio Mattarella (chiedendo un’inchiesta «rapida, ampia e severa») e Mimma Guardato, madre di Fortuna, lo invita a vedere cosa sia il Parco Verde, dove si cerca la verità sulla morte di un altro bimbo, Antonio Giglio, figlio della Fabozzi. Per il padre di Fortuna, Pietro Loffredo, 10 anni di cella alle spalle (e rischia di tornarci per aver venduto cocco in spiaggia), l’avvocato chiede ora «la dignità di un lavoro». E don Patriciello insiste: il punto è che Fortuna è morta. «Bisogna arrivare prima, prima, prima».

Gi inquirenti hanno accertato che anche altri 4 minori dello stesso stabile sono stati vittime di violenze, tanto che tra le fine del 2014 e l’inizio del 2015 un’altra coppia di inquilini era finita agli arresti per pedofilia; tra questi figurava Salvatore Mucci, colui che per primo soccorse Fortuna dopo il volo di 8 piani. Accanto a quella di Fortuna c’è una storia analoga, quella di Antonio Giglio, il bimbo di tre anni figlio della compagna dell’uomo arrestato, a cui, nel 2013, toccò la stessa fine di Fortuna: morto dopo un volo nel vuoto di decine di metri.

I due episodi non sarebbero al momento collegati ma sviluppi potrebbero esserci nelle prossime settimane. E proprio il contesto ambientale ha complicato le indagini, tra depistaggi e dichiarazioni inventate ad arte. Il primo episodio è la sparizione della scarpina di Fortuna, di cui si sarebbe resa responsabile l’inquilina dell’ottavo piano, la stessa che subito dopo il fatto negò di aver visto Caputo andare sul pianerottolo con la piccola.

E’ svolta nell’inchiesta riguardante l’omicidio della piccola Fortuna Loffredo, la bambina di soli sei anni che il 24 giugno del 2014 nel Parco Verde di Caivano, nel Napoletano è stata gettata dall’ottavo piano da un presunto orco che da tempo purtroppo abusava di lei.

L’orco in questione è Raimondo Caputo,ovvero un vicino di casa della bambina, che l’avrebbe buttata dall’ottavo piano perchè si era rifiutata di subire l’ennesima violenza. Adesso finalmente a distanza di due anni, la Procura di Napoli Nord ha riconosciuto la colpevolezza del vicino di casa, accusato di violenza sessuale e omicidio; Raimondo Caputo si trova già in carcere dal 2015 insieme alla compagna perchè accusati di violenza sessuale sulla loro figlia di 3 anni. Nello specifico la donna, ovvero la compagna di Caivano, era mamma di un bambino di tre anni, morto lo scorso 28 aprile del 2013 precipitando anche lui dal balcone dello stesso palazzo del parco Verde di Caivano proprio dove l’anno successivo morì Fortuna Loffredo.

Sarebbe stato proprio grazie ad un racconto di un’amichetta di Fortuna Loffredo che si è giunti a decretare la colpevolezza di Raimondo Caputo; il racconto dell’amichetta di Fortuna ha aiutato gli inquirenti a ricostruire gli ultimi minuti di vita della bambina, partendo dal tentativo di violenza a cui la piccola ha opposto resistenza fino al volo mortale dall’ottavo piano del palazzo dove abitava. Amichetta: «Mia mamma stava nella cucina. Io stavo lavando per terra. Poi Chicca è venuta a bussare alla porta. Mi ha detto: ‘vuoi giocare?’; ho detto io: ‘aspetta, sto lavando per terrà. Si è seduta sul divano e ha detto: ‘a me mi fanno male le scarpè».Il Pm a questo punto si sarebbe fatto elencate le persone presenti in casa in quel momento e la bambina avrebbe risposto che insieme a lei erano presenti la mamma,la sorellina, Chicca e Raimondo Caputo.

Chicca, riferisce ancora la bambina, esce per andarsi a cambiare le scarpe. Le dice che sarebbe poi ritornata. Psicologa: «…chi è uscito con lei? Cosa è successo?» Pm: «È uscito qualcuno, è uscita da sola?» Amichetta: «con Caputo Raimondo» Psicologa: «Quindi, è uscita Chicca; poi?» Amichetta: «Caputo Raimondo».La bambina, finisce per raccontare dei particolari che non hanno lasciato scampo, ovvero racconta di aver visto Raimondo Caputo violentare Chicca all’ottavo piano in compagnia della madre ed alla domanda ” Che stavano facendo?” la bambina risponde chiaramente “La violentavano”.Il corpo della bambina venne ritrovato davanti allo stabile dove abitava, dopo essere precipitata proprio dall’ottavo piano; sul corpicino della bambina è stata poi effettuata l’autopsia che aveva subito abusi sessuali.La madre di Fortuna, Domenica Guardato, ha sempre puntato senza esitazione il dito contro le persone che abitano nell’edificio: “Il mostro è nel nostro palazzo, è impossibile che nessuno abbia visto. Chi sa parli”, disse mesi dopo la morte della piccola.

L’OMICIDIO Il 24 giugno 2014 Fortuna «Chicca» Loffredo, 6 anni, precipita dall’ottavo piano dell’isolato numero tre del Parco Verde di Caivano, Napoli. Viene portata subito all’ospedale, ma le ferite sono troppo gravi e muore. Dall’autopsia emergono «abusi sessuali cronici»

L’ARRESTO L’altra mattina è stato notificato in carcere a Raimondo Caputo, 44 anni, (era dietro le sbarre dal 2015 per violenza sessuale ai danni della figlia di 3 anni della compagna) l’arresto con l’accusa di violenza sessuale e omicidio volontario

VIOLENZE SESSUALI Dalle indagini è emerso che Caputo il 24 giugno 2014 avrebbe costretto la bambina a salire sul terrazzo all’ottavo piano per poi lanciarla nel vuoto, «probabilmente a seguito del rifiuto di subire l’ennesima violenza sessuale». L’uomo, secondo gli investigatori, in passato avrebbe costretto Fortuna a subire atti sessuali e avrebbe abusato sessualmente anche di altre minori, una delle quali compagna di gioco della piccola

L’ALTRO BAMBINO Un anno prima della morte di Fortuna, il 27 giugno 2013, un altro bambino, Antonio Giglio, era precipitato dal settimo piano dello stesso palazzo. Per quella tragedia la madre, Marianna Fabozzi (compagna di Raimondo Caputo), venne indagata per omicidio colposo.

Ha un nome ed un volto l’assassino di Fortuna Loffredo, la bambina di sei anni violentata e scaraventata dall’ultimo piano di un palazzone del famigerato «Parco Verde» di Caivano. Sono passati quasi due anni (la piccola fu trovata morta il 24 giugno del 2014),ieri è finalmente scattata la tagliola delle legge. Raimondo Caputo, compagno della vicina di casa della vittima, è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della procura di Napoli Nord. Le accuse: violenza sessuale su minori e omicidio. L’uomo è già rinchiuso in carcere da novembre perché indagato per abusi sessuali sulla figlia di tre anni avuta dalla convivente, pure lei ai domiciliari per concorso nello stesso fatto.

Si tratta della medesima donna,già «amica»della mamma di Fortuna, che l’anno prima della tragedia aveva perso suo figlio Antonio, di cinque anni,in circostanze analoghe. Storie segnate da infinito degrado morale in un contesto di decadenza materiale,violenza, paura ed omertà spesso imbarazzanti solo a raccontarsi. Quando ieri i carabinieri di Casoria hanno notificato l’ordinanza a Raimondo Caputo, questi pare abbia vacillato per un attimo: ma – lasciano trapelare gli inquirenti- non perché manifestasse pentimento quanto per aver iniziato a comprendere che, se condannato, la porta del carcere si riaprirà – se si riaprirà – tra moltissimi anni. La mattina del 24 giugno di due anni fa,secondo la ricostruzione, Fortuna fu costretta da Caputo a seguirlo sul terrazzo di quello stabile maledetto, dove da un po’ di tempo accadevano strane cose. Verosimilmente, la piccola si rifiutò di sottostare all’orco e fu punita con un volo da quell’altezza, che non le lasciò scampo.

L’autopsia riscontrò i segni della violenza sessuale. Scattano così le indagini ma nessuno sa niente,nessuno vede, qualcuno lascia intendere ma poi frena o si contraddice, i bambini stessi fanno i duri con assistenti sociali e carabinieri per una certa diffidenza verso le divise ereditata in famiglia. Vengono piazzate microspie, si cerca di interpretare le discussioni sui pianerottoli tra i residenti del Parco Verde. Nel frattempo scoppia pure il giallo della sparizione della scarpetta della piccola trovata in terrazzo,ad opera di una coinquilina che temeva ripercussioni sul figlio agli arresti domiciliari al piano di sotto: forse sarà solo denunciata in quanto è stato escluso abbia avuto a che fare con questa sconvolgente storia. La svolta è arrivata quando alcuni bambini, in precedenza allontanati dalle famiglie dal tribunale dei minori ed affidati a comunità specializzate, hanno iniziato a raccontare. A quel punto, il meticoloso lavoro di incrocio dei dati, intercettazioni e indagini tradizionali ha consentito di chiudere il cerchio: almeno per questo caso. «Abbiamo raggiunto un traguardo importante. Finalmente siamo riusciti a sgretolare il muro di omertà che ci aveva ostacolato», hanno confermato i procuratori Francesco Greco e Domenico Airoma.

Domenica Guardato, la mamma di Fortuna, ha commentato in maniera più che chiara:«Da una parte sono contenta perché ho avuto giustizia, dall’altra dico che quei due devono marcire in carcere perché hanno ammazzato mia figlia. Sono sempre stata sicura che fossero stati loro, l’ho sempre detto. Forse si è perso troppo tempo, due anni». Poi aggiunge: «Tra quelle case c’era qualcuno che sapeva. Lui non l’ho mai incontrato ma a lei l’ho chiesto e ha sempre negato. Lei è malata e c’è anche un’altra persona che sapeva tutto,la mamma di quella donna. Qui c’è un altro bimbo morto come Fortuna, cosa dicono quei due del piccolo Antonio (il figlio dell’accusata, ndr)?». Caputo, presunto assassino di Fortuna, si è sempre dichiarato estraneo alle accuse di molestie sui bambini, dicendo di «essere stato un bravo papà» per le figlie della convivente e per la sua. «Nessuna pietà» invoca l’avvocato Angelo Pisani, legale della famiglia Loffredo, lo stesso dicono i nonni di Fortuna. Un clima incandescente per ipotesi delittuose ripugnanti. Al punto che ieri,nella concitazione della giornata, qualcuno ha lanciato bombe incendiarie contro la casa della convivente di Caputo, dov’è ristretta ai domiciliari.

Non li ha mai salvati nessuno i bambini del Parco Verde di Caivano. Nessuno ha mai salvato Fortuna, che è morta a sei anni, ma hanno cominciato a ucciderla al primo stupro, e chissà da quanto tempo. Nessuno ha mai salvato Antonio Giglio, che è morto a tre anni, precipitato pure lui dalla finestra, ma perché la mamma se lo è perso dalle mani. E la mamma è Marianna Fabozzi, la compagna di Caputo, quella che se tutto è come l’hanno ricostruito pm e carabinieri, sa dall’inizio chi ha ucciso Fortuna, e dall’inizio mente e chiede alle figlie di mentire. E nessuno ha mai salvato le figlie di Marianna, che, certo, ora vivono in comunità, ora sono lontane dal Parco Verde, ma solo perché è morta Fortuna, e indagando si è scoperto che Caputo violentava pure loro, e Marianna lo lasciava fare, e alle bambine diceva: «Poi passa». Poi passa che cosa? Niente, non passa niente. Solo l’infanzia passa veloce al Parco Verde, e i bambini sono piccoli adulti perché sanno e fanno — sono costretti a fare — le peggiori cose che fanno certi adulti, gli unici che loro hanno conosciuto.

Quelli che gli insegnano l’omertà e la bugia: «Non parlare troppo, questi mettono le microspie», oppure: «Non imbrogliarti con la bocca… Io non so niente, così devi dire». Guai a raccontare la verità, neppure mezza verità, neppure che Chicca, come chiamavano Fortuna, poco prima di essere uccisa, stava a casa di Marianna Fabozzi, perché lì c’era la sua amichetta, e che voleva andare a cambiarsi le scarpe perché le facevano male, ma invece di scendere al piano di sotto, dove abitava, finì sul terrazzo insieme a Caputo, quello che invece chiamano Titò. «Lo sapevano tutti» «Ma veramente a Chicca l’ha uccisa Titò?», fa una bimba del palazzo parlando con un’altra. E quando il pm e la psicologa le chiedono perché quella domanda, lei risponde che «molti nel parco dicevano che era stato Titò». Pure la nonna della sua amichetta: «L’ho sentito personalmente. Era seduta sulla panchina giù al palazzo e parlando con altre signore disse che era stato

Titò ad uccidere Chicca». E pure la sua amichetta lo sapeva: «Mi rispose che era stato lui, poi non abbiamo più parlato dell’argomento». Perché della morte di Fortuna i bambini hanno capito guardando gli adulti che non se ne
doveva parlare. Anche quelli a cui nessuno ha detto di stare zitti o di mentire. Hanno scelto da soli. Nessuno li ha mai salvati, e loro hanno finito per confondere la salvezza con l’oscenità del silenzio omertoso. C’è la vicina di Marianna Fabozzi che trova la scarpetta persa da Chicca durante il volo e al figlio racconta: «Quella l’ho buttata io la scarpa… io non lo voglio dire a nessuno ‘o fatto di questa scarpetella, perché qua sono venute le guardie e volevano la scarpetella… la scarpa di Chicca». E c’è la bambina che vede molto di più di una scarpetella: vede quello che succede sul terrazzo. «Mi uccideva pure a me se andavo con Chicca… meno male che non sono andata», dice alla madre. E poi: «Oh, che non esce manco un poco di segreto…», e mamma e figlia fanno il patto del silenzio. Il racconto liberatorio Ma i patti si possono rompere e i bambini possono tornare a essere bambini. Ci vuole
qualcuno che li salvi, e stavolta succede con i magistrati, i carabinieri e gli psicologi.

E allora «un poco di segreto» alla fine esce. Dalla bocca di quella stessa bambina, che è quella che alla mamma diceva «mi uccideva pure a me» e all’amichetta rispondeva «sì, a Chicca l’ha uccisa Titò». Diceva queste cose perché lei c’era, perché lei ha visto. Perché quando Fortuna voleva scendere a cambiarsi le scarpe, lei ha visto che Titò la seguiva e la portava sul terrazzo. E poi c’è salita pure lei sul terrazzo, con la mamma. E cosa hai visto?, le chiedono: «Che la buttava giù». Ma prima ha visto che «la violentava». Fortuna era «sdraiata», e Caputo «anche lui sdraiato e si buttava addosso», mentre Chicca «gli dava i calci». Poi «la prende in braccio e la butta giù». Anzi, lei vede che va «verso il cancello», quello «grigio che sta in faccia al muro». Non vede che la lancia, ma «ho sentito le urla». Dopo «siamo scese dalla mamma di Chicca per farla calmare», poi «quando la mamma (di Fortuna, ndr) è svenuta è venuto anche Caputo Raimondo che le ha dato un bicchiere d’acqu ». La bambina è sempre con sua madre.

Hanno assistito alla stessa scena, ma non ne parlano. La mamma le dice solo una cosa: che quello che hanno visto «rimaneva un segreto». E lei il segreto se lo è tenuto dentro. Lo ha rivelato solo all’amichetta che le ha fatto la domanda mentre erano fuori al balcone «a farci le unghie». Poi mai più. E se ne è tenuti tanti altri di segreti. Fino al giorno di questa deposizione protetta. Lo stesso giorno in cui forse quella bambina del Parco Verde si è salvata e forse se ne sono salvati tanti altri di bambini come lei. Perché dopo il racconto dei momenti in cui Chicca muore, c’è il racconto, ormai senza più freni e reticenze di quello che lei stessa, le sue sorelle (che poi confermeranno e aggiungeranno altri ricordi) e Fortuna, subivano ogni giorno da Raimondo Caputo. Ma è un racconto che può stare solo negli atti di un processo. Mai su un giornale.

«Implacabile. Si dice così? Con me lo Stato non ha voluto sentire ragioni, mai. E mi ha fatto scontare fino all’ultimo giorno di pena. Sono stato a Poggioreale, Isernia, Roma, e anche a Lanciano e Fossom- brone. Mi sono girato tutte le carceri d’Italia. E non vi racconto. Ora però sono io a chiedere ai magistrati e a tutti quelli che contano di essere ugualmente implacabili nei confronti di chi ha commesso un delitto mille volte più grave del mio».

Pietro Loffredo, 40 anni, di cui dieci passati dentro per contrabbando di sigarette e vendita di cd scaricati abusivamente da Internet, è il padre di Fortuna, la bambina di Caiva- no, paese già tristemente noto per essere nel cuore della Terra dei Fuochi e ora condannato a essere ricordato anche come quello degli orchi. La sua è una storia nella storia, che aggiunge vuoti esistenziali e macchie di marginalità sociale a un quadro già devastato. La giovinezza con otto fratelli, tra i vicoli bui del centro storico di Napoli; poi la prigione, la tragedia familiare, la separazione dalla prima compagna; infine i sensi di colpa, che lui non chiama così, ma che tali sono: quella di Pietro Loffredo non è stata una vita facile.
A ripercorrerla con lui, nonostante il particolare postmoderno dei cd taroccati, sembra quasi di ripiombare nella Napoli povera e in bianco e nero di Anna Maria Ortese o di Mimì Rea. Eppure, quando Pietro parla dell’uomo accusato di aver violentato e ucciso sua figlia non urla, non impreca. Piuttosto, pretende. Cosa? «La verità. Nel senso — spiega — che io non voglio il nome di un colpevole tanto per chiudere il caso e far lavorare voi giornalisti. Io voglio sapere tutto ciò che c’è ancora da sapere». Si spieghi. «Voglio che i giudici accertino se l’assassino ha fatto da solo, e io non credo affatto che sia così; se c’è stato chi l’ha aiutato o chi lo ha coperto. E perché ha ucciso Fortuna». E cos’altro? «Lo sapevamo tutti che in quel palazzo c’era l’inferno. Lì era già morto misteriosamente un altro bambino. Perché c’è voluto tanto tempo per
venire a capo di qualcosa?». E poi? «Perché accanirsi contro la mia bambina? Continuo a chiedermi se non sia stata uccisa perché Fortuna ha magari minacciato di raccontare a suo padre tutto quello che aveva subito. E se questo non abbia spinto l’assassino a peccare in quel modo. Ma io cosa potevo fare, dal carcere? La cosa più assurda è che, a quel tempo, quando mia figlia è volata giù dall’ottavo piano di quel palazzo, io in carcere non dovevo esserci». In che senso? «Avevo diritto a sconti di pena che o non sono stati calcolati, o sono stati considerati in ritardo. Non ci posso pensare. Ho fatto il servizio militare, avrebbero dovuto scalarmi dalla pena undici mesi, ma nel mio caso non è successo. Se fossi uscito undici mesi prima avrei potuto stare vicino a mia figlia, parlarle, e forse tante altre cose non sarebbero successe. Io Fortuna ho continuato a vederla ogni tanto anche dopo la separazione. Mi abbracciava forte. Forse voleva dirmi qualcosa…».
Possibile perdere così undici mesi di vita? Ed è possibile stare dieci anni in carcere per aver venduto cd scaricati da Internet? «Sì», risponde Angelo Pisani, l’unico avvocato che Pietro Loffredo abbia conosciuto, quando però c’era ormai ben poco da fare. «Pietro — spiega Pisani — non racconta balle. Le cose stanno come dice. Il problema, però, è che per ottenere quegli undici mesi in meno avrebbe dovuto presentare un’istanza al giudice di sorveglianza. E invece lui era all’oscuro di tutto. È rimasto in carcere per ignoranza, come tanti. Del resto ormai in carcere ci restano solo gli immigrati e gli ignoranti». Ma non è tutto. «Se si fosse difeso in tempo, se non avesse inanellato sette condanne senza mai occuparsi delle sue vicende giudiziarie, Pietro sarebbe rimasto in carcere non più di tre anni», aggiunge Pisani. E ora non è forse un caso che Pietro aspetti un aiuto proprio dal suo avvocato, che tra l’altro è anche presidente della circoscrizione di Scampia. «So che fa il sindaco, forse può aiutarmi a trovare un lavoro», si confida con chi l’intervista. Pisani: «Magari potessi. Ma a Napoli non c’è un euro per l’assistenza sociale. E non solo per Pietro o per Mimma, la madre di Fortuna. Per nessuno».

Omertà, indifferenza, complicità: è la cornice dentro la quale si sono mossi i carabinieri, insieme alle procure di Napoli Nord e dei Minori, per dare un nome all’assassino di Fortuna “Chicca” Loffredo, violentata e gettata dall’ottavo piano di un palazzo del Parco Verde di Caivano il 24 giugno del 2014. Raimondo Caputo, detto Titò, era già in carcere per avere abusato di una delle figlie della compagna. Da ieri è accusato anche della morte di Chicca: ha tentato di violentarla, per l’ennesima volta, ma la bimba si è ribellata, allora l’ha presa in braccio e l’ha gettata di sotto. Lo scrive il gip Alessandro Buccino Grimaldi nelle 122 pagine di ordinanza di custodia cautelare che ha colpito sia Caputo che la sua compagna, già ai domiciliari a Caivano dove ieri, quando è giunta la notizia dell’arresto bis inerente la morte di Fortuna, è esplosa la rabbia attraverso una molotov lanciata contro quella casa dove vive la donna che sapeva e ha taciuto, sia gli abusi sulle figlie che quelli su Fortuna.

Sapeva anche della tragica fine della piccola per mano del compagno, una morte simile a quella del suo primogenito, Antonio Giglio, precipitato in circostanze mai chiarite dallo stesso stabile del Parco Verde. Marianna Faboz- zi non solo «non ha protetto la prole, ma ha cercato di fare in modo che il compagno la facesse franca», scrive il gip. «Un contesto eufemisticamente disastrato» definisce il giudice quello del quale la Fabozzi è complice, al punto da dire a una delle sue figlie, l’amica del cuore di Fortuna, cosa riferire e cosa tacere ai carabinieri. Racconti che la bimba effettivamente rende, ma che poi vengono smentiti dalle intercettazioni ambientali, dialoghi che vedono la donna e sua madre dettare alla piccola la versione da dare ai militari: «Tu mi fai andare in galera, devi dire così» E la bimba, dopo aver confidato a un’altra ragazzina che è «stato Titò a uccidere Chicca», mentirà ai carabinieri.

Poi, dopo che il patrigno viene arrestato e, dopo che assieme alle sorelline viene trasferita in casa famiglia, interrogata da psicologi e pm della procura dei minori, ammetterà che Chicca quel giorno è andata a casa sua, «poi è uscita con Titò e che Titò ha cercato di violentarla, ma Fortuna lo ha preso a calci e allora lui,- il patrigno – l’ha presa in braccio e l’ha gettata dal terrazzo». È tutto agli atti, insieme alle confidenze che la piccola affida al suo diario segreto. «Finalmente ho detto la verità, sono felice ora, mi sento tranquilla per aver detto tutta la verità alle dottoresse: quello deve pagare per quello che ha fatto»: la prova a riscontro del racconto della bimba è il diario, assieme alle corali menzogne di sua madre,del suo patrigno e della nonna, puntualmente sbugiardati, e con ai referti medici che parlano di «abusi cronici» sia sulle figlie degli indagati che su Fortuna, tutti a opera di Caputo. Mentono anche i vicini di casa, mente una donna, in particolare, residente all’ottavo piano, il piano dal quale Fortuna viene gettata: nega che lì sia mai successo qualcosa, ma, si scopre nel corso delle indagini, lo fa non per proteggere l’orco, ma per evitare che i carabinieri si concentrino su quella zona del Parco Verde, dove i suoi figli spacciano droga.

Quella donna fa sparire lo zoccoletto blu di Chicca, mai più stato ritrovato, il sandalo che la piccola ha perso mentre lotta contro il pedofilo che la ucciderà. «Di fronte all’omertà degli adulti, hanno reagito i bambini che hanno consentito di imprimere la svolta alle indagini», ha detto il procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco. «Al Parco Verde, l’infanzia è violata e la crescita sana dei ragazzi compromessa in maniera seria: dobbiamo farci carico tutti di questa situazione». All’arresto di Caputo e della Fabozzi si è arrivati dopo aver attraversato un tunnel di abusi su minori. «Altre persone sono state arrestate in questi due anni stessi odiosi crimini su altri minori, compreso il primo soccorritore della piccola Fortuna», ha ricordato il procuratore aggiunto Domenico Airoma nel ripercorrere tutto ciò che è venuto a galla nel corso dell’attività dei carabinieri Quando Fortuna precipita viene soccorsa da un vicino di casa, nel corso nelle indagini, anche lui finisce in carcere per abusi sulla figlia di undici anni. Con lui, sua moglie. Accade mentre al Parco Verde tutti parlano della fine di Chicca come di un disgraziato incidente, ma la mamma e i carabinieri non credono alla tragica fatalità. E l’autopsia rileva: «Violenze e abusi cronici, ripetuti». La procura apre un fascicolo per omicidio volontario a sfondo sessuale. Partono le intercettazioni.A metà luglio ecco i carabinieri del Ris. Accertano che la piccola è precipitata dal tetto dell’edificio, che non è caduta da sola perché non avrebbe potuto scavalcare, da sola, il parapetto. Più di venti persone vengono interrogate quell’estate. Emergono contraddizioni e troppe «amnesie». L’attenzione si concentra però sin da subito sull’amichetta del cuore di Chicca.

E grazie alle cimici, nel mese di dicembre, viene arrestato il primo soccorritore di Fortuna: per il gip ha anche fornito particolari falsi sulla mamma della bimba uccisa. E lo ha fatto in un momento in cui l’attenzione della procura sul Parco Verde è al massimo. Una pressione che non si allenta neanche con la morte di Federico Bisceglia, il pm titolare delle indagini. Gli succede il sostituto Claudia Maone. E a novembre scorso finisce in carcere, per la prima volta, Titò Caputo, ai domiciliari va la compagna, Marianna Fabozzi. Ha abusato della figliastra di tre anni. Da ieri è accusato di avere violentato anche le altre due e di avere abusato di Fortuna, di averla assassinata. La sua compagna madre di tre delle quattro piccole vittime, è ai domiciliari per averlo coperto fino all’inverosimile.

Ha solo 11 anni, ma è la supertestimone dell’omicidio di Fortuna Loffredo. La mamma e la nonna le dicono cosa deve riferire ai carabinieri, ma quando arriva in casa famiglia la bimba, a sua volta abusata per anni dal patrigno, come le due sorelline, si libera dalle catene con le quali i suoi familiari l’hanno imprigionata, e dà un nome all’orco, per il momento solo presunto. Era l’amica del cuore di “Chicca” ed è la bimba che ha permesso ai carabinieri di dare una svolta alle indagini.

Quando il fratello delle tre figliastre di Raimondo Caputo precipita dal settimo piano di un palazzo dell’Iacp di Caivano, la madre viene giudicata inidonea a badare alle bimbe e tutte e tre vengono trasferite in una casa famiglia. Qui, gli atteggiamenti anomali delle ragazzine, una delle quali aveva solo due anni quando sono iniziati gli abusi, vengono a galla. Atteggiamenti che l’equipe psichiatrica della struttura di accoglienza legge nella chiave giusta. E un disegno, in particolare, a suscitare l’attenzione di maestre e assistenti sociali. Un disegno in cui una delle tre bambine illustra la nonna, con la quale viveva prima dell’affidamento ai servizi sociali, con degli artigli al posto delle mani. Il patrigno, Caputo, nel
disegno della bimba ha la forma di un fallo mentre la madre, Marianna Fabozzi, ha il volto tondo. «Perché l’hai disegnata così?», chiederà la psicologa, allertata dalle maestre, alla bimba, e lei risponderà che quello che ha messo al posto del viso della mamma «è un sedere». Immagini che sono il prologo di quello che la piccola racconterà di lì a poco.
La casa famiglia è il luogo in cui le bimbe si liberano delle pressioni dei parenti, le psicologhe e le insegnanti diventano i loro nuovi riferimenti e, man mano che acquistano fiducia in loro, ricostruiscono anni di abusi da parte del patrigno. «Mamma sapeva?», viene chiesto loro, e le sorelline rispondono di sì, «ma diceva di non dirlo a nessuno, era un segreto, poi il dolore passa».
Uno scenario di violenza cronica, fisico e psicologico, dentro il quale si incastra anche la fine di Fortuna. Anche l’omicidio della bambina doveva essere un «segreto» tra madre e figlia. Quel 24 giugno del 2014 Chicca era andata a casa della sua amica del cuore per chiederle di uscire in cortile a giocare. Ma l’infanzia, al Parco Verde di Caivano, finisce quando i bambini iniziano a camminare. La piccola sta lavando il pavimento e risponde a Fortuna che in quel momento in cortile non ci può andare. Allora «Chicca è uscita e Titò l’ha seguita», si legge nei verbali che compongono il racconto della figliastra dell’uomo arrestato ieri. «Lui ha cercato di violentarla, sul terrazzo, ma lei gli dava calci, allora lui l’ha presa in braccio e l’ha buttata giù». L’ossatura intorno alla quale ruotano le accuse gravissime cristallizzate in ordinanza è, dunque, il collage di storie ricostruite da una bambina di undici anni. Per il gip è abbastanza, perché ciò che la piccola riferisce è «coerente e credibile». E poi ci sono prove a suffragio di quelle accuse, secondo quanto scrive il gip. In primis, la pagina del diario segreto in cui la bimba, subito dopo aver raccontato tutto, scrive di essere «felice, ora ho detto la verità». E poi ci sono una mole di intercettazioni dalle quali emerge il tentativo degli indagati di coprire il presunto colpevole di tante mostruosità.

Ma la piccola, per quanto sia influenzata dalla mamma e dal patrigno, a sprazzi recupera la sua ingenuità prima ancora di andare in casa famiglia. In uno dei dialoghi registrati la si sente dire «per fortuna quando Chicca è uscita non sono andata con lei, altrimenti uccideva anche me». E, ancora, ci sono le frasi della nonna che dice a sua figlia, la Faboz- zi, «troviamoci con le stesse parole», prova, secondo il gip dei tentativi delle due donne di insabbiare la faccenda Tra i disegni agli atti ce n’è uno in cui la minore delle figlie della Fabozzi illustra il patrigno con la faccia a strisce. «Cosa sono?», le chiedono le educatrici. Lei risponde «Sono serpenti, gli uomini sono tutti serpenti». Oggi ha a malapena quattro anni. Gli abusi su di lei, sulle sorelle, sono andati avanti per anni, fino a quando non sono state affidate ai servizi, e si sono consumati in presenza della madre.

II 12 novembre del 2015 i carabinieri che da quasi un anno e mezzo stavano indagando sulla morte di Fortuna Loffredo, Chicca, la bimba di sei anni precipitata da un piano in quella fase ancora indefinito di un palazzo del Parco Verde di Caivano, arrestarono Raimondo Caputo, soprannominato Titò, all’epoca quarantatreenne. Non era accusato di aver ucciso Fortuna, ma di aver violentato le tre figlie piccole (nate nel 2005, 2010 e 2012) della sua convivente, Marianna Fabozzi, arrestata anche lei perché sapeva e lasciava fare. Pure Fortuna aveva subito violenze: non il giorno in cui morì ma in precedenza. E non una sola volta ma tante. Ieri mattina Caputo ha ricevuto in carcere un’altra ordinanza d’arresto. E stavolta l’accusa è di omicidio: Chicca l’avrebbe uccisa lui buttandola dal terrazzo all’ottavo piano di quel palazzo la mattina del 24 giugno di due anni fa. Perché lei cercava di sottrarsi all’ennesimo stupro.
Era stato il primo sospettato, ma per arrivare a raccogliere elementi sufficienti a sostenere l’accusa, i magistrati della Procura di Napoli Nord — il procuratore Francesco Greco, l’aggiunto Domenico Airoma e la sostituta Claudia Maone che avviò l’inchiesta insieme al collega Federico Bisceglia, morto poi in un incidente stradale — e i carabinieri hanno dovuto scavare in un mondo, quello appunto del Parco Verde, dove l’omertà ha retto pure all’orrore dell’abuso e della morte di una bambina. E dove poi sono stati proprio i bambini, prima con i loro disegni, le
loro ammissioni e in fine i loro racconti, a indicare la strada che ha portato fino a Caputo. Ma prima di arrivarci, gli investigatori hanno incontrato altri orrori, altri bambini violati. E altri adulti dovranno ora difendersi da accuse di molestie sessuali su minori. Tra questi pure l’uomo che raccolse Fortuna e la portò in ospedale.
Ieri contro la casa dove abitava Caputo (e dove Marianna Fabozzi è ai domiciliari), qualcuno ha lanciato una molotov, ma ad andare ad abbracciare
I sospetti
Pure un altro bimbo ha perso la vita precipitando dalla finestra. Aveva 2 anni
Domenica Guardato, la mamma di Chicca, non ci ha pensato nessuno: «Mi hanno lasciata sola dal primo momento e sono rimasti omertosi fino alla fine. Ma non mi interessa. Ormai l’hanno preso e voglio soltanto che marcisca in carcere».
Eppure il calvario di Fortuna era proprio lì, all’interno dell’isolato 3 scala C del Parco Verde, case popolari in mezzo a strade senza negozi e a piazze di spaccio. Il giorno in cui morì, Fortuna, che abitava al sesto piano, disse alla mamma che sarebbe andata a giocare da una amichetta al piano di sopra. Pochi minuti dopo il suo corpo era steso sull’asfalto giù nel cortile. Quell’amichetta era la figlia di Marianna Fabozzi (che a sua volta perse tempo fa il figlio di due anni, precipita to dalla finestra di casa, e per la cui morte deve rispondere di omicidio colposo per omesso controllo), ma la donna ha sempre negato che Fortuna sia stata da lei: «Non l’ho fatta entrare perché stavo lavando a terra e così se n’è andata». Invece Fortuna, sostiene ora l’accusa, in quella casa ci entrò, e trovò Caputo. Che poi la portò sul terrazzo e cercò di violentarla come aveva fatto tante altre volte. Ma lei reagì, si divincolò, gli sferrò un calcio, cercò di scappare. E allora lui la sollevò da terra, dove l’aveva costretta a stendersi, oltrepassò un cancello, si avvicinò al parapetto e la buttò giù.
Così racconta chi vide e non ha aderito al patto di omertà. Perché non è un adulto.

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