Italia, per la prima volta diminuisce l’aspettativa di vita

Cala l'aspettativa di vita in Italia, si tratta della prima volta nella storia Ministro Lorenzin in dubbio

L’ aspettativa di vita degli italiani nel 2015 è calata purtroppo ed anche di molto.Nel 2015 era 80,1 anni per gli uomini e 84,7 per le donne. Le cifre per la prima volta nella storia del nostro paese sono in calo, almeno secondo quanto riferito dall’Istat negli ultimi tempi.

“L’unica volta che la speranza di vita e’ diminuita nel mondo occidentale e’ stata 21 anni fa in Danimarca, e in Russia, che veniva da un regime totalitario”, ha dichiarato Walter Ricciardi, ovvero il Presidente dell’Istituto Supeiore di Sanità. Secondo gli esperti sembra che questo calo sia dovuto essenzialmente a due aspetti, ovvero ad uno scarso investimento in prevenzione ed ai tagli alla sanità pubblica. “La prevenzione e’ fondamentale e anche i 54mila decessi in piu’ che sono stati registrati lo scorso anno nel nostro Paese sono dovuti sicuramente in parte alla demografia, ma anche a una mancata prevenzione: penso in particolare ai vaccini anti influenzali, che ha fatto solo il 45% degli anziani, alcuni dei quali sono morti proprio per le complicanze dovute all’influenza“, ha dichiarato Walter Ricciardi.

I dati parlano chiaro: la percentuale di spesa per la prevenzione prevista dal Piano Sanitario Nazionale e’ del 5%, ma sono poche le regioni che raggiungono tale livello e a livello nazionale mancano “all’appello” 930 milioni di euro da dedicare alla prevenzione. Tra tutte le regioni italiane, sembra che la provincia autonoma di Trento vanti la maggiore longevità sia per quanto riguarda le donne che per gli uomini; la stessa cosa non si può dire per la Campania, che purtroppo si trova in fondo alla classifica con la speranza di vita alla nascita più bassa, ovvero 78,5 anni per gli uomini e 83,3 per le donne. Riguardo le cause di morte, tra le più frequenti troviamo le malattie ischemiche del cuore ovvero infarto, ischemia, angina pectoris, che causano circa 45.098 morti, a queste seguono le malattie cerebrovascolari come trombosi o ictus, e le altre malattie del cuore non di origine ischemica.

«Il calo è generalizzato per tutte le regioni.Normalmente perdere un anno ogni quattro è un segnale d’allarme, anche se dovremo aspettare l’anno prossimo per vedere se è un trend. Siamo il fanalino di coda nella prevenzione nel mondo e questo ha un peso. Vi pare normale che in alcune regioni, in particolare quelle del Sud, non sia ancora stato attivato lo screening per il cancro al colon retto? Ciò significa condannare a morte tantissimi cittadini», ha aggiunto Ricciardi. Riguardo questi dati diffusi negli ultimi giorni, il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin non sembra essere molto d’accordo. Il Ministro sostiene che questi dati dovranno comunque essere verificati e qualora dovessero risultare veri questi evidenzierebbero un concetto già sostenuto da tempo ovvero la necessità di investire di più nella prevenzione, in tutte le regioni d’Italia.

Fumiamo meno, facciamo più sport eppure muoriamo prima. L’aspettativa di vita per gli italiani nel 2015 è infatti di 80,1 anni per gli uomini e 84,7 per le donne. Arretra dunque, come già aveva confermato l’Istat qualche settimana fa, la speranza di vita alla nascita. Questo quanto emerge dalla XIII edizione del Rapporto Osserva salute (2015), un’analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle regioni italiane presentata a Roma all’Università Cattolica. Si conferma dunque l’andamento degli ultimi anni, che evidenzia un incremento più favorevole tra gli uomini, pur in presenza di un’aspettativa di vita ancora superiore per le donne. La distanza tra i due generi è, infatti, pari a +4,7 anni a favore delle donne, contro i +5 anni del 2010.

Nella provincia di Trento si riscontra, sia per gli uomini sia per le donne, la maggiore longevità (rispettivamente, 81,3 anni e 86,1 anni). La Campania, invece, è la regione dove la speranza di vita alla nascita è più bassa, 78,5 anni per gli uomini e 83,3 anni perle donne. Stupisce invece un dato: la popolazione ultracentenaria continua ad aumentare sia in termini assoluti sia relativi. Al 1 ° gennaio 2015 oltre tre residenti su 10.000 hanno 100 anni e oltre.

Gli italiani hanno migliorato lo stile di vita. La percentuale di quanti praticano attività sportiva in modo continuativo passa dal 19,1% nel 2001 al 23% nel 2014. Ma nel complesso risultano ancora poco attenti alla salute e non adottano strategie preventive e stili di vita adeguati a proteggerli dalle malattie evitabili. La quota di persone sovrappeso e obese è infatti aumentata. Sempre nel 2014, infatti, più di un terzo della popolazione adulta del Paese (36,2%) era in sovrappeso (nel 2001 era il 33,9%), mentre poco più di una persona su 10 (10,2% per l’esattezza) era obesa (nel 2001 era l’8,5%); complessivamente, il 46,4% dei soggetti di età superiore o uguale a 18 anni è in eccesso ponderale. Obesi e sovrappeso anche perché mangiamo poca frutta e verdura, il consumo delle cinque porzioni giornaliere consigliate è infatti diminuito nel2015 al 4,9% rispetto al 5,3% del periodo 2005-2014. Nonostante l’attività fisica, che dovrebbe stimolare lo sviluppo della serotonina, in Italia è aumentato sia il consumo di antidepressivi.

I consumi più elevati nel 2014 si sono avuti in Toscana (59,50), nella Provincia autonoma di Bolzano (53,30), in Liguria (51,30), in Emilia Romagna (49,40) e in Umbria (49,40), mentre i consumi minori in Basilicata (30,30), Campania (30,50), Puglia (31,20) e Sicilia (31,20). Il Lazio (da 35,80 a 34,80) e l’Umbria (da 50,20 a 49,40) sono le due regioni che hanno registrato il maggiore calo dei consumi. Di cosa si muore? Stando ai dati del 2012 quelle più frequenti sono le malattie ischemiche del cuore, responsabili da sole di 75.098 morti (poco più del 12% del totale dei decessi). Seguono le malattie cerebrovascolari (61.255 morti, pari a quasi il 10% del totale) e le altre malattie del cuore non di origine ischemica (48.384 morti, pari a circa l’8% del totale). La quarta causa più frequente è rappresentata dai tumori maligni di trachea, bronchi e polmoni, che negli uomini determina 24.885 decessi (seconda causa di morte), poco più del triplo di quelli osservati nelle donne (decima causa di morte).

Mentre ci ammaliamo il Rapporto segnala un dato allarmante: il trend in diminuzione delle risorse pubbliche a disposizione per la sanità, prevenzione compresa. La spesa sanitaria pubblica è passata dai 112,5 miliardi di euro del 2010 ai 110,5 del 2014; tale contrazione ha coinciso con una lenta ma costante riduzione dei deficit regionali. Una riduzione conseguita in gran parte tramite il blocco o la riduzione del personale sanitario e il contenimento dei consumi sanitari. A testimonianza di quanto detto, nel 2014 la dotazione di posti letto negli ospedali è pari al 3,04 per 1.000 abitanti per la componente acuti e allo 0,58 per 1.000 per la componente post-acuzie, lungo- degenza e riabilitazione, tutti valori inferiori agli standard normativi. Nel contempo, la spesa per il personale, in rapporto alla popolazione, è diminuita del 4,4% tra il 2010-2013, passando da un valore di 606,9€ a 580,1€.

UNA lunghissima, strepitosa rincorsa sembra essersi interrotta. Per la prima volta dal periodo di guerra, 70 anni fa, la durata media della vita in Italia segna una battuta di arresto: nel 2015 infatti la vita media ha smesso di crescere, ed è anzi diminuita un pochino, attestandosi in base ai dati provvisori del- l’Istat, a 80,1 anni per gli uomini (contro gli 80,3 dell’anno precedente) e a 84,7 anni per le donne (contro gli 85,0 dell’anno prima). Intendiamoci, è pur sempre una durata di vita che – secondo i più accreditati istituti di ricerca internazionali – pone il nostro Paese al vertice del mondo, un primo posto che condividiamo con Giappone, Spagna e Svizzera: abbiamo una vita media per la nostra popolazione pari a 83 anni, laddove la Francia ne ha una di 82, il Regno Unito di 81 e l’intera Unione europea (a 28 Paesi) di 80; mentre, per dare un solo riferimento, in Sierra Leone la durata media della vita è ancora adesso di soli 45 anni.
Prendiamo atto di questa battuta d’arresto – le cui motivazioni, per ora, possono essere soltanto congetturali, dal momento che per capirle bene e avere sufficiente chiarezza sulle cause occorreranno molte complesse analisi da parte degli studiosi – ma go-
diamoci comunque il nostro primo posto. Basti pensare che gli ottantenni di oggi, quando sono nati, nel 1936, potevano contare su una aspettativa di vita di 51 anni circa, se uomini, e di 53 anni, se donne. È soprattutto, con grande soddisfazione, la mortalità infantile ad essere stata sconfitta, visto che ottanta anni fa per ogni 1000 neonati ne morivano nel primo anno di vita circa 110-120 e oggi ne muoiono all’incirca 3.

Corretta alimentazione, appropriati stili di vita, cure adeguate, buona struttura sanitaria, fattori culturali sono gli elementi principali ai quali si possono attribuire i successi nell’allungamento della vita, e quindi anche gli eventuali insuccessi. Ed è evidente che tutti si ricollegano anche alla situazione economica del Paese, delle famiglie e dei singoli individui.

La lunga crisi economica che ha morso negli ultimi anni il nostro Paese ha avuto e ha – inevitabilmente – conseguenze su tutti gli elementi citati prima e quindi anche sulla lieve riduzione della durata della vita. E dal momento che l’ultima riforma pensionistica ha pure legato l’età al pensionamento alla durata della vita – così che elevandosi quest’ulti- ma, si eleva l’età al pensionamento – si ha anche che riducendosi la durata della vita, dovrebbe pure ridursi l’età alla quale andare in pensione.

Finora, con l’aumentare della vita, abbiamo portato anno dopo anno nelle età avanzate ed estreme della vita popolazione sempre più vecchia. Attualmente la popolazione con 65 anni e più risulta in Italia pari al 22 per cento circa della popolazione complessiva, con il massimo di 28 per cento in Liguria e il minimo del 18 in Campania. Questo invecchiamento così intenso e così diffuso – insieme con i forti mutamenti nella struttura produttiva e nella struttura familiare – rende necessari mutamenti profondi nelle relazioni interpersonali e in quelli familiari, dal momento che la popolazione ultra ottuagenaria ha aumenti tanto massicci da richiedere fra l’altro reti di solidarietà fitte e diffuse su tutto il territorio e non soltanto nei piccoli centri dove già adesso sono molto intense e dove rappresentano elemento essenziale della vita collettiva e della coesione sociale.

Ma al di là di questo elemento, pure fondamentale, quello che conta di più in una società che invecchia è che si riesca a tenere elevato il tasso di occupazione e fare in modo che la totalità dei giovani adulti trovi un lavoro soddisfacente. Ne va della loro possibilità di costruirsi una vita e una pensione apprezzabili e della possibilità del Paese di reggere, anche dal punto di vista previdenziale, un così positivo andamento della durata della vita.

Malattie ischemiche principale causa di morte

Sebbene il calo sia generalizzato, la provincia autonoma di Trento vanta, sia per gli uomini che per le donne, la maggiore longevità (rispettivamente 81,3 e 86,1 anni). In fondo alla classifica c’è la Campania, con la speranza di vita alla nascita più bassa: 78,5 anni per gli uomini e 83,3 per le donne. Tra le cause di morte (dati 2012), quelle più frequenti sono le malattie ischemiche del cuore (ischemia, infarto, angina pectoris), responsabili di 75.098 morti (più del 12% del totale). Seguono le malattie cerebrovascolari come trombosi o ictus (61.255 morti, quasi il 10% del totale) e le altre malattie del cuore non di origine ischemica (48.384 morti, circa l’8% del totale). «Il calo è generalizzato per tutte le regioni – spiega Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio sulla Salute delle Regioni, che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma -. Normalmente perdere un anno ogni quattro è un segnale d’allarme, anche se dovremo aspettare l’anno prossimo per vedere se è un trend. Siamo il fanalino di coda nella prevenzione nel mondo e questo ha un peso. Vi pare normale che in alcune regioni, in particolare quelle del Sud, non sia ancora stato attivato lo screening per il cancro al colon retto? Ciò significa condannare a morte tantissimi cittadini».

Lorenzin: «Dati da verificare»

I dati sull’aspettativa di vita lasciano perplessa Beatrice Lorenzin. «Sono da verificare» ha detto il ministro della Salute, che ha quindi trasmesso il rapporto OsservaSalute alle direzioni competenti, quelle per la Programmazione e Prevenzione. Qualora i dati risultassero veri, spiega la Lorenzin, «ciò evidenzierebbe un concetto che sosteniamo da tempo, e cioè la necessità di investire di più in prevenzione, in tutte le regioni». Partendo dai corretti stili di vita: «mangiare in modo sano, evitare il consumo di alcol, no al fumo e alle sostanze stupefacenti, eseguire vaccinazioni e screening secondo i consigli della scienza sono le direttrici principali».

Il problema dei vaccini negli anziani e nei bambini

E sulla mancata prevenzione: «Penso in particolare al vaccino antinfluenzale, che ha fatto solo il 45% degli anziani, alcuni dei quali sono morti proprio per le complicanze dovute all’influenza». Negli anziani ultra 65enni la copertura non ha raggiunto in alcuna regione i valori considerati minimi (75%) e ottimali (95%). Dal 2003-2004 al 2014-2015, per quanto riguarda la copertura vaccinale degli ultra 65enni, c’è stata una diminuzione a livello nazionale del 22,7%: dal 63,4% al 49%. C’è poi la questione delle vaccinazioni per l’infanzia. Se nel 2013, per quelle obbligatorie (tetano, poliomielite, difterite ed epatite B) era stato raggiunto l’obiettivo minimo stabilito dal Piano nazionale prevenzione vaccinale ovvero il 95% di copertura entro i 2 anni di età, nel periodo 2013-2014 i valori erano al di sotto del minimo, pur rimanendo al di sopra del 94%. Stesso andamento al ribasso per alcune vaccinazioni raccomandate, come l’anti-Hib e la pertosse.

Solo il 4,2% della spesa va nella prevenzione

Ricciardi punta il dito contro «il trend in diminuzione delle risorse pubbliche a disposizione per la sanità, le esigue risorse destinate alla prevenzione e le persistenti iniquità». La spesa sanitaria pubblica è passata dai 112,5 miliardi di euro del 2010 ai 110,5 del 2014 e la contrazione ha coinciso con una lenta ma costante riduzione dei deficit regionali, raggiunta in gran parte con il blocco o la riduzione del personale sanitario e il contenimento dei consumi, misure che, sottolineano gli esperti, difficilmente potranno essere applicate ancora in futuro. Nel 2014 la dotazione di posti letto negli ospedali è di 3,04 per 1.000 abitanti per gli episodi acuti e di 0,58 per 1.000 per la degenza post-acuti, lungodegenza e riabilitazione, tutti valori inferiori agli standard normativi. La spesa per il personale, in rapporto alla popolazione, è diminuita del 4,4% tra il 2010 e il 2013. Molto scarso l’investimento in prevenzione (che comprende, oltre alle attività di prevenzione rivolte alla persona come vaccinazioni e screening, la tutela della collettività e dei singoli dai rischi negli ambienti di vita e di lavoro, la sanità pubblica veterinaria e la tutela igienico-sanitaria degli alimenti): è solo il 4,2% della spesa sanitaria totale, ovvero 4,9 miliardi di euro. Nel 2014, la spesa sanitaria pubblica pro capite è stata di 1.817 euro, in linea con il valore dell’anno precedente (che pone il nostro Paese tra quelli che spendono meno). Il Canada spende oltre il 100% in più per ogni cittadino rispetto all’Italia, la Germania il 68% in più. Tra le regioni, la spesa pro capite più alta si registra in Molise (2.226 euro) e la più bassa in Campania (1.689 euro).

Diminuiscono i fumatori, aumentano gli obesi

C’è qualche buona notizia sul fronte degli stili di vita: gli italiani fumano un po’ meno (i fumatori nel 2014 erano circa 10 milioni, il 19,5% della popolazione di 14 anni e oltre: 6 milioni di uomini e 4 milioni di donne; nel 2010 fumava il 22,8% degli over 14), sono leggermente più attivi e meno sedentari. Nel 2014 è aumentata anche la percentuale degli italiani che non bevono alcolici, pari al 35,6% degli individui di età superiore agli 11 anni rispetto al 2013 (34,9%). Ma di contro restano obesi o in sovrappeso e mangiano sempre meno frutta e verdura. Nel 2014 più di un terzo della popolazione adulta (36,2%) era in sovrappeso, poco più di una persona su 10 era obesa (10,2%); complessivamente, il 46,4% dei soggetti di età superiore a 18 anni è in eccesso ponderale, una cifra in continua crescita. Le regioni meridionali presentano la percentuale più alta di persone obese (Molise 14,6%, Abruzzo 13,1%; Puglia 11,9%) e in sovrappeso (Campania 41,5%, Calabria 39,6% e Puglia 39,4%) rispetto alle regioni settentrionali, che mostrano i dati più bassi. Sul fronte delle buone notizie, nel 2014 il 23% della popolazione con più di 3 anni di età si dedicava allo sport in modo continuativo (nel 2012 era il 21,9%). Aumentano anche coloro che, pur non praticando uno sport, svolgono un’attività fisica (percorrono almeno 2 km al giorno a piedi, nuotano, vanno in bicicletta). Erano il 28,2% della popolazione nel 2014, contro il 27,9% del 2013. I sedentari sono comunque tantissimi: 23 milioni e 500mila, il 39,9% della popolazione. Va male anche il consumo di frutta e verdura, tra i cardini della dieta salutare: «C’è un decremento nel consumo di 5 porzioni e più al giorno di verdura, ortaggi e frutta – spiega il rapporto -: nel periodo 2005-2014 si passa dal 5,3% della popolazione (che mangiava le famose 5 porzioni al dì, ndr) al 4,9%».

Boom di ultracentenari: genetica e stili di vita

Nonostante i problemi fin qui elencati, l’Italia si conferma patria di tanti ultracentenari e di tantissimi “giovani anziani” (65-74enni), che sono in aumento. Al 1° gennaio 2015 oltre tre residenti su 10mila avevano 100 anni o più. Gli ultracentenari sono più che triplicati dal 2002 al 2015, passando dai 5.650 del 2002 agli oltre 19mila del 2015. La componente femminile è più numerosa: nel 2015 le donne rappresentavano ben l’83,8% del totale. Secondo Ricciardi il boom di ultracentenari si spiega con un mix di genetica e di stili di vita corretti: «La genetica degli italiani è incrociata, nel senso che è il risultato dell’incontro di diversi popoli e quindi è molto resiliente, ma certamente negli ultracentenari che abbiamo non si trovano persone che nella loro vita sono state sedentarie, né persone che hanno bevuto più di qualche bicchiere di vino a tavola, né persone che hanno mangiato carne rossa e patatine tutti i giorni, così come non si trovano fumatori. Insomma – ha concluso Ricciardi -, per essere ultra centenario occorre certamente la genetica, ma sono anche necessari degli stili di vita corretti». Aumentano anche i “giovani anziani” (ossia i 65-74enni): sono oltre 6,5 milioni, pari al 10,7% della popolazione. In crescita la terza età (75-84 anni), con oltre 4,7 milioni di esponenti (7,8% del totale della popolazione). Nonostante le donne rappresentino la maggioranza degli anziani in tutte le classi di età, la componente maschile sta lentamente recuperando lo svantaggio, grazie alla riduzione dei differenziali di mortalità per genere. La popolazione con 65 anni e oltre rappresenta quasi il 22% della popolazione residente, ossia più di una persona su 5 è ultra 65enne. I divari territoriali sono evidenti. La Liguria è la regione più vecchia del Paese (la quota di over 65 è pari al 28%), all’opposto troviamo di nuovo la Campania (con solo il 17,6% di over 65).

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