Caso Giulio Regeni, l’incontro Italia -Egitto è fallito il governo richiama l’ambasciatore si interrompe la collaborazione tra i due paesi

Ennesimo fallimento in riferimento al caso relativo all’omicidio del ricercatore friulano Giulio Regeni, morti al Cairo in circostanze piuttosto strane. Il fallimento in questione è riferito al vertice tra l’Italia e l’Egitto sul caso visto che da quanto diramato dalla Procura di Roma attraverso un comunicato sembra che li inquirenti siano piuttosto delusi ed ancora gli investigatori lamentano il fatto che le richieste avanzate per rogatoria lo scorso 8 febbraio scorso non siano state prese sul serio dall’Egitto. Sulla base di quanto appena dichiarato, sembra che la collaborazione con le autorità giudiziarie egiziane sono state interrotte.

Sembra, che gli inquirenti egiziani non abbiano consegnato i tabulati telefonici di una decina di utenze riconducibili ad altrettanti cittadini egiziani, richiesti già parecchie settimane fa; inoltre, sembra non siano state consegnate anche le richieste relative al traffico di celle, elementi ritenuti davvero indispensabili dalla Procura di Roma. Così dopo due giorni di colloqui a Roma, fallisce il vertice tra gli investigatori di Italia ed Egitto e il governo risponde immediatamente richiamando per consultazioni l’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari; le riunioni alla Scuola superiore di Polizia si sono rivelate, di fatto, completamente inutili,con da una parte gli italiani a rinnovare le richieste di avere la documentazione promessa e gli egiziani, dall’altro, a prendere tempo rinviando le risposte.

Per capire le buone intenzioni del nostro Paese ad arrivare ad una conclusione basta sapere che gli italiani avevano portato all’incontro tanti traduttori, in modo da poter subito mettersi al lavoro senza perdere altro tempo, lavorando sugli atti originali scritti in arabo ma purtroppo gli inquirenti egiziani hanno presentato un dossier davvero “insignificante” che ha richiesto soltanto un paio d’ore di lavoro. «Sono stati consegnati i tabulati telefonici delle utenze egiziane in uso a due amici italiani di Giulio Regeni presenti a Il Cairo nel gennaio scorso, la relazione di sopralluogo, con allegate foto del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, una nota ove si riferisce che gli organizzatori della riunione sindacale tenuta a Il Cairo l’11 dicembre 2015, cui ha partecipato Giulio Regeni, hanno comunicato che non sono state effettuate registrazioni video ufficiali dell’incontro», hanno riferito gli inquirenti italiani.

Parole molto dure invece quelle di Paola e Claudio Regeni, ovvero i genitori del giovane Giulio i quali nonostante le cose non siano andate come sperato fino ad oggi, non perdono la speranza di arrivare alla verità ed avere giustizia. “Siamo amareggiati.Siamo certi che le nostre istituzioni e tutti coloro che stanno combattendo al nostro fianco questa battaglia di giustizia, non si fermeranno», hanno dichiarato ancora i genitori di Regeni. Intervenuto sulla vicenda anche il Premier Matteo Renzi, il quale ha dichiarato: “L’Italia ha preso un impegno con la famiglia Regeni, con la memoria di Giulio ma anche con la dignità di ciascuno di noi nel dire che non ci saremmo fermati se non davanti alla verità. Il procuratore di Roma, dottor Pignatone e i suoi collaboratori si sono espressi considerando deludenti i colloqui con le autorità egiziane e quindi è arrivato il richiamo in Patria per consultazioni dell’ambasciatore. Ci fermeremo solo davanti alla verità quella vera”.

Ho richiamato a Roma per consultazioni il nostro ambasciatore in Egitto perché vogliamo una sola cosa: la verità su Giulio Regeni»: con queste secche parole postate su Twitter,Paolo Gentiloni ha segnato una svolta netta e drammatica nelle relazion  col governo egiziano. Con più chiarezza,ilmessaggio è stato subito dopo postato su Facebook da Matteo Renzi: «Dopo l’esito degli incontri tra magistrati a Roma, l’Italia ha deciso formalmente di richiamare perconsultazioni l’Ambasciatore.

L’Italia sifermerà solo davantiallaverità». Il segnale è netto e inequivocabile: la fiducia nei confrontidelCairo è ormaifinita. Questo, perché – come denuncia esplicitamente il premier – si è verificato che è assolutamente deludente e quasi irritante – per usare un eufemismo – il materiale inquisitorio che magistrati e dirigenti della Sicurezza egiziana hanno portato a Roma e messoa disposizione del Procuratore Pignatonee degli inquirenti italiani. Faldoni su faldoni di indagini in arabo, riprese televisive assolutamente scadenti e comunque ininfluentie soprattutto -questoè stato fatto filtrare con irritazione dai magistrati romani – nessun tabulato sul traffico del cellulare di Giulio e resoconti «assolutamente svagati» delle indagini degli egiziani Il richiamo a Roma per consultazionidell’Ambasciator Maurizio Massari non equivale alla rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto,ma ne può essere l’anticamera. Ed è probabilmente un modo per aprire una trattativa con al Sisi. Trattativa che – a questo punto, a fronte della volutae offensiva inconcludenza egiziana, intrecciata con vergognosi depistaggi – può avere un solo sbocco praticabile:che gli egiziani subiscano il mezzo affronto di permettere che gli agenti italiani possano partecipare attivamente alle indagini.

Che cessi la prassi burocratica che ha visto gli egiziani limitarsi a passare ai nostri inquirentialCairo poche e inconsistenti comunicazioni burocratiche su quanto venivafatto. Se questo obiettivo minimo non sarà conseguito, se gli egiziani considereranno questa richiesta una violazione offensiva della loro sovranità e capacità di gestire il caso – come è stato sino ad oggi – è probabile che il governo italiano arriverà ad altre più clamorose decisioni. Il tono, palesementeirritato delle comunicazioni di Renzie Gentiloni lo fa chiaramente intendere. Tra queste decisioni di rottura – meglio: aperte ritorsioni – è difficile che vi siano sanzioni economiche, perché l’Egitto importa dall’Italia ben più diquanto viesporta e quindi sarebbero solo dannose perla nostra economia.

È peraltro impossibile – per evidenti ragioni costituzionali -impedire ai turisti italiani (come ha fatto Vladimir Putin con la Turchia) di andare in vacanza a Sharm el Sheikh (che ha già peraltro un calo del 45% delle presenze,anche italiane)ma restala via maestra della rottura delle relazioni diplomatiche. Il caso Regeni, a questo punto, impatta direttamente con la campagna elettorale in Italia e Renzi non ha nessuna intenzione di essere dipinto dalle opposizioni come debole nei confronti di una intollerabile arroganza egiziana. Soprattutto, Renzi non può tollerare che si radichi nell’elettorato il sospetto – apertamente avanzato dai 5 Stelle – chel’eccessiva acquiescenza nei confronti di un Egitto arrogante sia legata all’interesse dell’Eni (nell’occhio del ciclone Tempa Rossa) di proseguire nell’sfruttamento dell’immenso giacimento di metano individuato al largo dell’Egitto nel Mediterraneo.Risulta poi a Libero da fonti di Palazzo Chigi che a queste considerazioni politiche si aggiunge una forte, fortissima, irritazione personale di Renzi nei confronti del presidente al Sisi.Per settimane il governo italiano ha tenuto conto del fatto il caso Regeni si intreccia, con tutta evidenza, con una «congiura di Palazzo» di parte dei Servizi egiziani tesa esplicitamente a indebolire (ma nona scalzare, non è un golpe) al Sisi. Da quila paziente concessione di credito per settimane. Ma lo schiaffo subito con la documentazione al di sopra dell’offensivo ricevuto a Roma impone ora a Renzi di passare alle minacce. E al Sisi ora deve decidere di pagare un prezzo: o rompe con Roma, o -finalmente – sacrificai generali colpevoli di questo delitto. Per potenti che siano.

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