Cyberguerra contro Putin: adesso è guerra degli hacker, Cia pronti a colpire i computer russ, migliaia sono gli attacchi ogni giorno

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2027679_combocrem-jpg-pagespeed-ce-busmx6pgeyAttacco a fondo alla Russia! Carlo XII, Napoleone e Hitler ci rimisero le penne, dopo aver dato questo ordine. Gli anglo-franco-piemontesi in Crimea nel 1853-56 e i giapponesi in Manciuria nel 1904-05 invece le suonarono rispettivamente  a Nicola I e Nicola II: ma perché avevano posto la massima attenzione a che il conflitto restasse sul piano locale. Né l’uno né l’altro modello, in teoria, corrispondono all’ordine di cyber-attacco che Barack Obama ha dato alla Cia, in risposta alle interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali statunitensi. Tant’è che la Nbc News nel riportare in esclusiva la notizia che le hanno passato fonti di intelligence lo definisce un «attacco senza precedenti».
Ma è evidente che la novità si riferisce ai mezzi dell’offensiva, piuttosto che allo scenario. L’operazione sarebbe in fase già avanzata, a cura di un team di varie centinaia di persone con a disposizione un budget da alcune centinaia di milioni di dollari. Obiettivi: mandare un messaggio a Mosca, «mettere in imbarazzo» Putin e anche assicurarsi che gli hacker russi non interferiscano con il voto dell’8 novembre.

Le fonti citate dalla Nbc News non forniscono i particolari delle misure allo studio, ma riferiscono che sarebbero già stati scelti i bersagli da colpire. La Cia avrebbe infatti già raccolto una serie di documenti dai quali emergerebbero dettagli su attività finanziarie illecite condotte dal presidente russo Vladimir Putin e da oligarchi a lui vicini. Una conferma indiretta è giunta venerdì dal vice presidente Usa Joe Biden che, intervistato nel programma «Meetthe Press», ha affermato che gli Stati Uniti «stanno per mandare un messaggio» a Putin e che «sceglieremo noi il momento e le circostanze che avranno l’impatto maggiore».

Visto che c’era già chi stava evocando i tempi del blocco di Cuba, indubbiamente il fatto che stavolta il rischio è il volo non di missili nucleari ma di sputtanamenti reciproci potrebbe essere considerato un progresso. Ci si può chiedere però anche se Oba- ma stia agendo più da capo di Stato o da leader del Partito Democratico, vista la circostanza che gli hacker russi sono appunto accusati di stare favorendo Trump: in particolare, con le rivelazioni che da loro verrebbero sulle e-mail imbarazzanti di Hillary Clinton. Né c’è solo il duello di hacker, d’altronde. Dalla guerra incrociata in Siria all’annuncio del prossimo spiegamento della compagnia italiana nello schieramento
Nato in Lettonia dopo che il Cremlino aveva parlato di riapertura di basi a Cuba e in Vietnam, non passa quasi giorno che l’escalation tra Washington e Mosca non si arricchisca di qualche nuovo episodio. Sul tavolo di Obama ci sarebbe anche un’ipotesi di sanzioni: sanzioni ulteriori, dopo quelle già stabilite per l’annessione della Crimea, e di cui peraltro hanno fatto le spese soprattutto gli europei.
Parlando alla Tass dal vertice dei Brics in corso a Goa in India IuriUshakov, consigliere di Putin, alla domanda se ci sarà qualche contromossa ha risposto di sì. «Certamente, lo faremo. Questo è già al limite della villania». «Gli Usa giocano con il fuoco», ha detto a sua volta all’Interfax AndreiKrutskikh, rappresentante speciale del Cremlino per la cooperazione internazionale sulla sicurezza informatica. «Nessuna azione contro la Russia rimarrà impunita. Invece di cercare una distensione e tentare di raggiungere un accordo, stanno cercando di spaventarci. Lo trovo sfacciato, rozzo e stupido». Sulla stampa russa c’è anche l’intervista che la Komsomolskaya Pravda ha fatto a Bashar Assdad, e in cui il presidente siriano ha definito il conflitto che dal 2011 insanguina il suo Paese «un teatro del confronto globale tra Usa e Russia». Proprio mentre a Losanna il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov e il segretario di Stato Usa John Kerry si vedevano assieme al ministro iraniano Mohammad Zarif, all’inviato speciale dell’Onu Staffan De Mistura e ai rappresentanti di Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Iraq e Giordania, nel tentativo di riannodare un dialogo sulla crisi siriana.

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