Massimo Bossetti condannato all’ergastolo: i legali “Non finisce qui, la guerrà sarà ancora lunga”

Delitto Yara Gambirasio, Massimo Bossetti condannato all'ergastolo i legali La guerrà sarà ancora lungaE’ arrivata nella serata di ieri, 1° luglio 2016, la sentenza nei confronti del muratore di Mapello Massimo Bossetti ritenuto colpevole, da parte dei giudici del Tribunale di Bergamo, del delitto della tredicenne di Brembate Yara Gambirasio. L’omicidio di Yara Gambirasio rappresenta uno dei casi di cronaca nera maggiormente seguiti e discussi negli ultimi anni. La ragazzina di soli tredici anni è scomparsa da Brembate Sopra il 26 novembre del 2010 mentre il ritrovamento del suo corpo senza vita ha avuto luogo tre mesi dopo ed esattamente il 26 febbraio 2011, in un campo aperto a Chignolo d’Isola. Massimo Bossetti è stato nello specifico condannato all’ergastolo e proprio in seguito alla lettura della sentenza ecco che lo stesso, secondo quanto trapelato dalle prime indiscrezioni, sembrerebbe essere rimasto davvero senza parole e subito si sarebbe rivolto verso la moglie rivolgendole un breve cenno del capo e successivamente, parlando con i suoi avvocati avrebbe affermato di considerate tale sentenza non giusta affermando nello specifico “Non è possibile, è allucinante, non sono stato io” proseguendo poi “E’ stata una mazzata grossissima, avevo fiducia nella giustizia”, fino a quando poi poco dopo è stato portato via dalle guardie penitenziarie.

La sentenza nei confronti di Massimo Bossetti è arrivata, come precedentemente anticipato, proprio nella tarda serata di ieri al termine di una camera di consiglio durata davvero diverse ore ed esattamente dieci ore al termine della quale, oltre alla condanna all’ergastolo ecco che i giudici hanno inoltre proclamato nei confronti di Bossetti la decadenza dalla patria potestà sui tre figli, tutti e tre minorenni e poi ancora hanno stabilito che Massimo Bossetti dovrà risarcire la famiglia di Yara Gambirasio per un totale di 1 milione e 250 mila euro così diviso: 400 mila per la mamma, 400 mila per il papà, 150 mila a testa per la sorella e i due fratelli di Yara. Gli avvocati di Bossetti hanno comunque annunciato che questa si tratta di una battaglia, sottolineando inoltre che tale sentenza non è definitiva e che la guerra sarà ancora lunga, parole queste espresse nello specifico dall’avvocato Paolo Camporini mentre invece il collega Claudio Salvagli si è espresso sulla questione affermando “In 60 mila pagine non abbiamo trovato una sola prova contro Massimo. Andremo avanti”.

La famiglia di Yara Gambirasio, ed esattamente la sua mamma e il suo papà, non erano presenti in aula al momento della lettura della sentenza mantenendo in questo modo quello che è stato il loro comportamento nel corso di tutto il processo mentre invece, proprio gli avvocati che hanno seguito la famiglia Gambirasio in questo lungo processo, ovvero Andrea Pezzotta e Enrico Pelillo, hanno commentato la sentenza e la relativa condanna all’ergastolo per Massimo Bossetti, affermando nello specifico “Noi non esultiamo, nessuno riporterà indietro la nostra Yara, è andata come doveva andare. Ora sappiamo che è il colpevole”.

Ergastolo. Massimo Bossetti l’avrà messo in conto, ma quando arriva il momento del «fine pena mai» è come una bastonata. Il muratore scuote la testa e alza gli occhi al soffitto. Il volto duro, impassibile. La moglie Marita si passa una mano sulla fronte, pochi minuti dopo lo abbraccia nella stanza dietro l’aula. Bossetti è scosso: «Non sono colpevole, non sono stato io. Perché devo restare in carcere?». Perché il verdetto della Corte d’Assise di Bergamo dice che è lui l’assassino di Yara Gambirasio.

L’ha portata via dalla palestra la sera del 26 novembre 2010, l’ha ferita e l’ha abbandonata nel gelido campo di Chignolo. «Adesso sappiamo chi è stato», dice con un misto di sollievo e dolore la mamma di Yara, Maura Panarese. Il collegio presieduto da Antonella Bertoja non ha fatto sconti: riconosciute le aggravanti della crudeltà e della minorata difesa, tolta l’interdizione legale e la patria potestà, imposto un risarcimento complessivo di un milione e 250mila euro ai Gambirasio e ai loro tre figli. «Le sentenza si rispettano, siamo sereni. Bossetti ci credeva, con le sue dichiarazioni pensava davvero di riuscire a convincere i giudici», afferma l’avvocato Claudio Salvagni.

La pm Letizia Ruggeri, che di questo caso ne ha fatto un cruccio personale, è riuscita nell’impresa di condurre un’indagine al contrario: trovato il dna Dell’assassino, ha ricostruito le dinamiche e messo insieme gli indizi. «La pm è stata fantastica. Ha superato se stessa per tenacia e passione», dice il procuratore aggiunto Massimo Meroni. «Ora siamo a metà strada, è una sentenza di primo grado, ma trattandosi del giudice Bertoja le motivazioni saranno impeccabili».

L’AGONIA Eppure c’è stato un momento in cui pochi, in Procura, disperavano di risolvere il caso. C’era un codice genetico sconosciuto (Ignoto 1), mezza popolazione della bergamasca da mappare e nessun appiglio: le telecamere all’esterno della palestra non funzionavano, Yara era una bambina con una vita senza ombre. La svolta è arrivata quando, tra i frequentatori della discoteca di Chignolo, spunta un Guerinoni con un dna compatibile: si segue la pista di Gorno, si arriva al padre di Bossetti e poi alla madre. Sul dna è stata battaglia campale. I difensori di Bossetti e lo hanno definito «una mezza traccia» e «forse contaminata» durante i procedimenti di conservazione e di analisi. «Più anomalie che marcatori», hanno detto. «Uno e perfetto», ha risposto il pm.

La Corte, dopo la conclusione del dibattimento, ha respinto la richiesta in extremis di una perizia perché «ogni ulteriore accertamento appare superfluo» per la decisione. Bossetti, fino all’ultimo, ha cercato di salvarsi: «Sarò un ignorantone, un cretino, ma non sono un assassino. Ripetete l’esame del Dna, i vero assassino è ancora in libertà», è stato il suo appello finale. Che non è servito. Nella sua requisitoria la pm Letizia Ruggeri ha descritto la terribilemorte di Yara. «Dei colpi inferti, nessuno era letale. Non morì nelle fasi immediatamente successive all’aggressione. La sua fu una lenta agonia. C’era buio. Era sola. Avrà provato paura e dolore», dice il magistrato. I periti spiegano che ha vissuto uno stress prolungato, lo provano l’acetone e l’adrenalina trovati nel corpo in misura superiore alla norma, e le ulcere gastriche. «Le lesioni furono inferte alla vittima in vita con un corpo contundente, produssero sanguinamento, la tramortirono. Non ci sono ferite da difesa. Le lesioni ai polsi e al ginocchio sono simmetriche, come disegnate. Significa che la vittima era inerte. Yara venne abbandonata pesta e sanguinante. Ci fu agonia, anche se è impossibile stabilirne la durata, il lento cessare della funzione cardiocircolatoria fino alla fine». Le ferite, il terrore, l’ipotermia come concause della morte. E la mano di Yara che nello spasmo afferra un ciuffo d’erba.

Diario di Yara Gambirasio, pagina del 25 novembre 2010: «Trovo almeno otto cose che cambieranno la nostra vita nel corso del tempo». Ma di tempo, la tredicenne non ne ha avuto. Il 26 novembre a scuola c’era l’interrogazione di musica, la ricerca di arte su Leonardo da Vinci segnata con la raccomandazione «ps. occhio che potrebbe int. o fare verifica». Dopo poche ore Yara è morta, abbandonata agonizzante nel campo di Chignolo d’Isola. Ci sono voluti tre mesi di ricerche per trovare il suo corpo e sei anni per arrivare alla verità, per mettere insieme i pezzi di un mosaico che, nonostante gli sforzi investigativi, ha ancora molte zone d’ombra. Rievoca la pm Letizia Ruggeri: «Ci spaccammo la testa per cercare di capire le ragioni della scomparsa. Ipotizzammo di tutto, dall’allontanamento volontario, al rapimento, allo scambio di persona. Scandagliammo il vissuto di Yara. Era una ragazza normalissima, senza segreti». Non riuscire a trovare il suo assassino, ha confidato una volta, «non mi fa dormire la notte».

118MILA UTENZE Così la Procura di Bergamo si è avventurata in un’indagine unica al mondo: ha acquisito i tabulati di oltre 118 mila utenze telefoniche, ha prelevato e analizzato più di 25 mila profili genetici, ha riesumato la salma dell’autista di Gorno Giuseppe Guerinoni, padre naturale del carpentiere, ha rintracciata la madre (Ester Arzuffi) frugando nella memoria del paese in cui ha abitato. Ma ad eccezione del dna di Massimo Bossetti – che combacia al 99,99999987% con quello di Ignoto 1 isolato sui vestiti della ragazzina – l’accusa si è sempre mossa sul terreno scivoloso degli indizi. A puntare il dito contro il carpentiere ci sono le fibre tessili sul corpo di Yara, compatibili con il tessuto dei sedili dell’Iveco Daily, le microsfere di metallo usate nell’edilizia trovate sotto le sue scarpe e la calcina nei polmoni. Per contro, non è emerso né prima, né durante il processo un movente chiaro: la parte civile ha ipotizzato l’aggressione a sfondo sessuale, la pm è stata più prudente. Manca l’arma del delitto, non si sa come Yara sia stata portata via dalla palestra. Con la forza? Con l’inganno? O forse ha solo accettato un passaggio. E ancora: Bossetti e Yara si conoscevano? Il muratore giura: «Mai vista in vita mia». Però c’è una signora, Alma Azzolini, che davanti ai giudici ha riconosciuto il manovale come l’uomo che, una mattina di agosto 2010, aspettava una ragazzina nel parcheggio del cimitero. Lei aveva l’apparecchio ai denti, lunghi capelli mossi e quando alla testimone viene mostrata una serie di foto di Yara dice sicura: «Sì, è lei». Questo ricordo però riemerge a distanza di anni, troppi secondo la difesa per ritenerlo attendibile.

CELLE E CALCINA E non incastrano il manovale nemmeno i tabulati telefonici. Bossetti e Yara, infatti, agganciano la stessa cella ma a un’ora di distanza e non contemporaneamente, circostanza singolare se lui ha aspettato la sua vittima che usciva dalla palestra. Non solo: il cellulare del muratore non ha mai agganciato la cella di Chignolo d’Isola, luogo in cui è stato ritrovato il corpo di Yara. Poi c’è la polvere di calce trovata nei bronchi della ragazza, altro elemento che per la pm Letizia Ruggeri mira dritto a Bossetti. Eppure anche il padre della ragazzina lavora nel campo dell’edilizia. Per la difesa sono tante le zone d’ombra e i dubbi da colmare, per la Procura non ci sono equivoci. Il dna, afferma la pm, «è stato il nostro faro. Abbiamo cercato e abbiamo trovato lui, Massimo Bossetti: non un pastore abruzzese, un pescatore siciliano, un extracomunitario, ma un muratore bergamasco della zona. Come ci aspettavamo». I difensori contestano l’incompatibilità del dna mitocondriale, ma per gli esperti della Procura il dna nucleare è la firma insequivocabile di Bossetti sul corpo di Yara. «Ci vorrebbero 330 milioni di miliardi di mondi popolati come il nostro da sette miliardi di persone per avere un altro Massimo Bossetti», sintetizza il genetista Carlo Previderè. Praticamente impossibile.

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