Donald Trump twitta una frase del duce Benito Mussolini: non si tratta di una gaffe “Mi piace come suona”

Donald Trump ne ha fatta un’altra delle sue, e proprio nei giorni scorsi sembra aver riportato su Twitter una frase che ai tempi è stata pronunciata proprio da Benito Mussolini. “Meglio vivere un giorno da leone che 100 giorni da pecora”, è questa la frase riportata da Donald Trump ma che era stata pronunciata dal Duce e sembra che il repubblicano fosse consapevole quando l’ha scritta sul noto social network, taggando l’account @ilduce2016.

Si tratta di un account creato lo scorso anno da Ashley Feinberg di Gawber per la pubblicazione di frasi e discorsi del dittatore fascista italiano Benito Mussolini. Nella giornata di ieri è apparso sul web un messaggio twittato da Gakwer, ovvero il blog newyorkese di gossip nel quale si legge: “Abbiamo realizzato un account Twitter con Mussolini per vedere se Donald Trump era stupido abbastanza da ritwittarlo. Lo è stato!”.In tanti hanno notato questa citazione, e molti hanno pensato che si trattasse semplicemente di una gaffe involontaria, ma in realtà non si tratta di uno sbaglio, il repubblicano era sicuro e consapevole di ciò che stava scrivendo.

Lo stesso Trump, nel corso di un’intervista avrebbe infatti dichiarato:” Sapevo di citare Mussolini che differenza fa?”. Lo stesso ha dichiarato di aver condiviso questa citazione del duce italiano Benito Mussolini, tanto da voler riportarla su Twitter; non solo, il repubblicano ha anche scelto l’immagine del leader del movimento fascista con i capelli biondi del facoltoso newyorkese. “Voglio essere associato a buone citazioni.Mi piaceva come suonava la frase”, ha ancora giunto Trump, quasi a giustificarsi.

Nel contempo Donald Trump ha voluto prendere le distanze dal Ku Klux Klan, e proprio alla Cnn che gli chiedeva di condannare David Dule e di dichiarare di non volere il voto dei suprematisti bianchi Trump risponde in questo modo: «Non so niente su David Duke. Non so quello che mi sta chiedendo sulla supremazia bianca e sui suprematisti bianchi. Mi sta facendo una domanda con la quale dovrei parlare di persone di cui non so nulla». Intanto Donald Trump continua la sua campagna elettorale, anche se in tanti stanno cercando di mettergli i bastoni tra le ruote, tentando di farlo cadere.

A chi Donald? A noi. Me ne frego. Vincere e vinceremo. È l’aratro che traccia il solco ma è il toupet che lo difende. Il camerata Trump ha lanciato la nuova sfida all’establishment e ai principi del politicamente corretto indossando la camicia nera e richiamando una frase cara a Mussolini: meglio un giorno da leone che cento anni da pecora.

E così subito si sono levati i cori indignati, lo scandalo di palazzo, uh! ah! oh!, rozzo, fascista, perdirindina e poffarbacco, ma dove andremo mai a finire signora mia, come si permette quel tipo?, non gli basta avere in testa un ciuffo da pannocchia?, ora vuole pure aggiungerci il fez? E non si accorgono che così facendo danno l’occasione al candidato presidenziale repubblicano difare presto ilbis con le citazioni del Duce: boia chi molla, potrebbe essere quella indicata. Oppure anche: molti nemici, molto onore (e un biglietto per la Casa Bianca).

Nell’ansia di attaccarlo, infatti, i benpensanti di tutto il mondo stanno perdendo lucidità a tal punto che finiranno per aiutare il loro temuto spauracchio. L’agenzia Ansa che ieri ha lanciato la notizia (ore 15.32), per esempio, è apparsa talmente scandalizzata dal fatto che Trump citasse Mussolini da non ricordare, in tutto il take, la citazione sotto accusa. In effetti, ricordarlo potrebbe danneggiare il percorso di demonizzazione: il magnate color canarino, infatti, non ha fatto riferimento alle leggi razziali, o alle baionette, o alla costruzione dell’Impero e nemmeno al memorabile «spezzeremo le reni alla Grecia». Ha semplicemente citato: meglio un giorno da leoni che cento anni da pecora. Una frase che chiunque usa, ha usato o potrebbe usare allo stesso modo in cui si usa «rosso di sera bel tempo si spera», senza per questo iscriversi al partito comunista.

Fra l’altro bisognerebbe ricordare che quella frase fu pronunciata da Mussolini, ma non inventata da lui. Infatti venne trovata sul muro di una casa a Fagarè, sul Piave, nel giugno 1918: l’aveva scritta un combattente, Bernardo Vicario, zappatore del primo battaglione del 201esimo reggimento di fanteria, sei ore prima che un bombardamento spazzasse via praticamente tutti i suoi commilitoni. Può dunque essere considerato un motto fascista? Pur essendo stata scritto prima della nascita del fascismo? E il solo citarlo significa indossare la camicia nera? E allora se Mussolini avesse detto: «Mi piacciono gli spaghetti alle vongole», basterebbe mangiare spaghetti alle vongole per diventare balilla ad honorem? Certo: resta da capire quanto Donald Trump abbia volutamente provocato la polemica.

Quello che lui ha rilanciato con la citazione mussoliniana, infatti, era un tweet di @ilduce2016, un profilo che sul social network si caratterizza con la faccia del Duce, dunque facilmente riconoscibile. Dunque l’ha fatto apposta? E chi si nasconde dietro quel profilo? Perché tra i suoi seguaci ci sono soprattutto collaboratori del medesimo Trump? Il sospetto che la campagna elettorale del candidato repubblicano vada a far esplodere volutamente queste bombe mediatiche è evidente. Non a caso qualche giorno fa ce n’era stata una simile: il magnate color pannocchia aveva evitato di prendere le distanze dai sostenitori del Ku Klux Klan, ricevendo l’applauso di quest’ultimo.

La verità, infatti, è che più le vestali del politicamente corretto inorridiscono più Trump guadagnavoti. I loro urletti indignati non preoccupano nessuno. Donald è un pericolo in politica
estera? Può darsi, ma difficile che riesca a combinare più guai di Obama. È un pagliaccio? Può darsi, ma anche Ronald Reagan lo definivano così. Trasformerà la Casa Bianca in una Casa Dorata? Va bene, ma almeno non la trasformerà nell’ennesima insopportabile Casa della Retorica. I cittadini, non solo quelli americani, in questi anni hanno verificato sulla loro pelle le devastazioniprovo- cate dall’establishment, che dietro belle parole e formule unte come vaselina hanno nascosto l’inchiappet- tamento selvaggio praticato senza alcuna pietà. Perciò non si fidano più. Vogliono vedere tremare i vetri del palazzo. E il magnate americano, in fondo, non fa altro che raccogliere questo sentimento di rivolta che attraversa il mondo, dai Podemos alla Le Pen, da Grillo-Salvini a Farage. Perché in fondo, lo sanno tutti: meglio un giorno de leone che cent’anni da pecora. Ma soprattutto: meglio un giorno da Trump che cent’anni da Mario Monti. Ehia Ehia Ciuffolà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.