Droni americani dalla base siciliana di Sigonella verso la Libia, paura di ritorsioni Isis

Nella giornata di ieri è arrivata la notizia in base alla quale l’Italia ha dato il via libera alla partenza dalla Sicilia di alcuni droni armati statunitensi. Questi droni, direzione Libia, partiranno dalla base siciliana di Sigonella. Si tratta di droni che verranno impiegati dunque in operazioni anti-Isis con destinazione Libia e Nord Africa.

In realtà anche la notizia è stata diffusa soltanto nelle ultime ore, l’autorizzazione sembra essere arrivata lo scorso mese da Roma, ma solo ad una condizione ovvero che i droni potranno essere utilizzati soltanto a scopo difensivo per proteggere l’azione delle forze speciali Usa. A rendere nota la notizia è stata proprio il Premier Matteo Renzi il quale ha dichiarato che siano davanti ad una vera svolta dopo tanti mesi di negoziati. “Il governo italiano il mese scorso ha dato il via libera alla partenza di droni americani armati da una base nel suo territorio per operazioni militari contro l’Isis in Libia e in Africa del Nord”, scrive il Wall Street Journal che continua con l’annuncio dell’ok arrivato dal governo Renzi alla partenza di mezzi dell’esercito statunitense dal suo territorio è finalmente arrivata.

“L’ok del governo Renzi alla partenza di mezzi dell’esercito statunitense dal suo territorio è arrivata, a una condizione: possono essere usati solo a scopo di difesa, per proteggere le operazioni delle forze speciali Usa in Libia”, si legge nel quotidiano americano Wall Street Journal. Da quanto emerso da alcuni fonti molto vicine al governo americano, sembra che l’amministrazione Obama stia tentando in tutti i modi di convincere l’Italia ad utilizzare tali droni non soltanto in operazioni difensive ma anche offensive come ad esempio quella condotta lo scorso venerdì contro un campo dell’Isis a Sabratha nel nordovest della Libia; proprio in quell’occasione furono uccisi ben 30 jihadisti ed i droni sarebbero partiti da una base militare sita in Inghilterra.

Fino ad oggi l’Italia si è sempre rifiutata di dare il suo contributo per timore di accendere una opposizione interna contro la guerra, ma adesso sembra essere arrivato l’ok. Cosa sarà cambiato? Le operazioni non sono ancora iniziate e le varie attività dovranno di volta in volta essere monitorate dal governo italiano che dovrà autorizzare il lancio dei droni. L’Italia, però, bisogna dire che fino ad oggi non è stata a guardare perchè ha innalzato l’allerta sulla situazione libica nei mesi scorsi prendendo dei provvedimenti, ovvero dislocando quattro Amx in assetto di ricognizione nella base di Trapani.La base siciliana fu utilizzata anche nel corso del conflitto mondiale e proprio all’indomani divenne l’avamposto militare occidentale sul fianco sud est dell’alleanza atlantica. L’Isis intanto si sta sempre più radicando in Libia con l’obiettivo di creare un nuovo califfato e lo sta facendo attraverso la creazione di vere e proprie istituzioni statali.

Da armiamoci e partite ad armatevi, partite e se potete fate pure finta di non averci mai nemmeno conosciuto perché altrimenti qui passiamo i guai.A suomodo, anche questo è cambiare verso. Che la necessità di tenersi in equilibrio tra lealtà atlantica e piglio pacifista avrebbe costretto il governo a più di una piroettaera tutto sommato prevedibile. Meno lo era pensare di vedere premier e ministri dare vita alla maratona di arrampicata su superficie riflettente che si è vista ) nelle ultime ore.

La situazione, va riconosciuto,nonè delle più semplici.Da una partel’alleato americano che scalda i motori perintervenirein Libiae chiede all’Italia di iniziare a fornire sostegno logistico (con la prospettivadibussare per tutto il resto di qui a breve); dall’altra l’opinione pubblica e l’elettorato con la manifestazione sempre in canna che su un asset cruciale come il pacifismo senza se e senza ma non tollera cedimenti. Pertanto, bisogna fornire agli statunitensi ed ai loro droni la base di Sigonella, ma al contempo bisogna dare l’idea di non avere fatto mezzo passoin direzione della guerra. Barcamenarsi tra i due estremiè oggettivamente difficile. Il problema è che il governo italiano – che pure mena vanto di essere all’avanguardia quanto a comunicazione e propaganda -pare poco attrezzato alla bisogna. Ed i risultati dell’opera di equilibrismo risultano, quantomeno, rivedibili.

BOMBA O NON BOMBA A dare la linea provvede, al solito,il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ilquale,intervistato da Rtl 102.5, il premiercharisce con parolefranche e nette che non siamo né in guerra néno:dipende.Premesso che «c’è uno stretto rapporto fra noi e gli alleati, soprattutto gli americani» e che «siamo in piena sintonia con i nostri partner internazionali», il capo del governo procede a spiegare le regole diingaggio della concessione della base: l’utilizzo di Sigonella per far partire i droni dell’esercito americano sarà accordato «caso per caso». Difficile immaginare quale sia la ratio che si intende adoperare per stabilire l’opportunità o meno di concedere la base.

Le ricognizioni difensive sì e i bombardamenti no? Oppure va bene anche solo l’aggressione ma solo su determinati bersagli? O magari c’entra il tipo di armamento? E se fosse invece una questione di caveat? Mistero. Di certo un criterio dovrà essere stato stabilito, dato che è difficile immaginare il Pentagono che deve tirare su il telefono venti volte al giorno per chiamare il ministero della Difesa e chiedere urbanamente se, dati piani divolo e obiettivi della talemissione, potremmo mica essere così gentili da usare la cortesia di concedere la base. Annacquato quanto possibile il nostro coinvolgimento logistico, resta da rassicurare il Paese circa il fatto che più di questo non si farà. E qui soccorre il ministro degliEsteri Paolo Gentiloni: l’uso della base di Sigonella, mette le mani avanti il titolare della Farnesina, «non è un preludio all’intervento militare». Insomma, anche se l’ok ai droni «non richiede una comunicazione specificain Parlamento» e per decidere basta la Difesa, non c’è comunque da stare preoccupati: più di quel minimo sindacale che ci sobbarchiamo al momento non saremo chiamati a fare.

FORZA PALUDE Il punto è che sia Renzi sia Gentiloni sanno benissimo che sarà estremamente difficile cavarsela con questa impostazione minimalista. Che gliamericani spingano perottenere a breve un maggiore coinvolgimentodell’Italia sullo scacchierelibicoè d’altronde poco meno che scontato. In questo senso, l’annuncio arrivato dal Quirinale circa la convocazione del Consiglio supremo di difesa diramata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il 25 febbraio suona come segnale assai eloquente: di qui ad un paio digiorni,l’Italia rischia seriamente di essere messadifrontead una richiesta di impegno militare cui non si può rispondere di no. Eventualità che per ambiguità e piroette non lascerebbe più spazio alcuno. Questo il quadro, per il governo l’unica è sperare nelle difficoltà parlamentari dei libici.Affinché il coinvolgimento occidentale possa fare il salto di qualità è infatti necessario che il governo locale chieda ufficialmente ai partner internazionali di intervenire. Condizione necessaria perché questo avvenga è, ovviamente, la presenza di un governo in carica. Condizione che in questo momento non è soddisfatta: ieri la riunione delParlamentoinesilio diTobruk che era stata convocata per far nascere il nuovo esecutivo si è conclusa con l’ennesima fumata nera, perpetuando così un vuoto che si protrae da oltre due mesi. E finché la palude libica non tradisce,perRenzi sarà almenopossibile guadagnare tempo.

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