Fausta Bonino, 55 anni, è sospettata di essere “l’infermiera killer”

Fonte: Settimanale Giallo di Rubina Ghioni Marcella, la mia mamma, lo scorso agosto era ricoverata all’ospedale di Piombino. Aveva subito un intervento al cuore e uno all’anca, ma stava bene. Io andavo a trovarla ogni giorno, mattino e pomeriggio. Stavo sempre con lei. La sera del 9 agosto, intorno alle 19.20, ho visto un’infermiera avvicinarsi a lei con una siringa. Ho sentito chiaramente quella donna mentre diceva alla mia mamma: vedrai che ora dormi. Poi, l’ho vista mentre le iniettava qualcosa in vena, una sostanza bianca. Dopo un’ora, la mia mamma è morta”.

«MIA MAMMA DOVEVA ESSERE DIMESSA» Sono queste le sconvolgenti parole di Francesco Valli, di Piombino, in provincia di Livorno, uno dei protagonisti di una vicenda che sta letteralmente sconvolgendo l’Italia intera. Sua madre Marcella Ferri, 87 anni, è una delle tredici vittime di quella che è stata definita l’“infermiera killer di Piombino”. Fausta Bonino, 55 anni, infermiera del reparto di Rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino, è infatti sospettata di aver ucciso almeno 13 pazienti ricoverati tra gennaio del 2014 e settembre del 2015. Secondo gli inquirenti, la donna, sposata e madre di due figli e con problemi di dipendenza da alcol e psicofarmaci, avrebbe iniettato nelle vene delle sue vittime dosi massicce di eparina, un farmaco anticoagulante che,se somministrato in dosi eccessive e quando non necessario, può rivelarsi letale.

Fausta Bonino, che è nata a Savona, ma che lavora da 30 anni all’ospedale di Piombino, nega tutto. Ma intanto, dopo mesi di indagini, i carabinieri qualche giorno fa l’hanno arrestata all’aeroporto di Pisa mentre rientrava da un viaggio a Parigi con il marito e l’hanno portata nel carcere di Pisa. Le accuse per lei sono terribili: omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà, abuso di potere e violazione dei doveri inerenti a un servizio pubblico. Cesarina Barghini, l’avvocato di Fausta Bonino, ha dichiarato: «Siamo davanti a un errore di persona. Fausta Bonino non è l’imfermiera killer della corsia. Lo ha giurato sui suoi figli davanti al giudice che l’ha interrogata. Il serial killer, se c’è, è ancora in libertà». Gli inquirenti, per ora, sembrano non avere dubbi circa la sua colpevolezza. Ma le indagini proseguono a 360 gradi: non è escluso né che la macabra lista dei morti sospetti sia destinata ad allungarsi, né che altre persone, in ospedale, siano coinvolte in questi omicidi. È davvero possibile che Fausta Bonino possa aver agito indisturbata, senza che nessuno, nel reparto di Rianimazione, si accorgesse di nulla?

«AVEVAMO PENSATO A UN ERRORE UMANO» Ma andiamo per gradi. Come si sono svolti i fatti di questa tragica e complessa vicenda? Ripercorriamoli insieme. Come abbiamo appena detto, nel reparto in cui lavorava Fausta Bonino, tra il 19 gennaio del 2014 e il 29 settembre del 2015, sono morte 13 persone: uomini e donne fra i 61 e gli 88 anni, tutti deceduti per forme di emorragia che non erano collegate alle patologie di cui soffrivano. Tra questi ce, appunto, Marcella Ferri. Racconta a Giallo il figlio, Francesco Valli: «Io non sono certo un medico, non ne capisco nulla di fermaci o di punture. Ma quando ho visto quell’infermiera avvicinarsi alla mia mamma, ho notato che quella donna le ha fatto questa iniezione molto in fretta. Troppo in fretta. Di solito i farmaci si iniettano piano piano, invece lei ha fatto velocemente, come se avesse fretta. Il suo atteggiamento lì per lì mi è sembrato strano: sembrava scocciata, insofferente Ma non ho detto nulla a nessuno: d’altronde, erano anni che, durante i diversi ricoveri di mia mamma, vedevo quell’infermiera in reparto e con me era sempre stata molto maleducata. Dopo quell’iniezione, mi sembrò che mia mamma peggiorasse. Ma i medici mi tranquillizzarono: mi dissero che stava bene e che sarebbe stata dimessa il giorno dopo.

Mi dissero di andare a casa e così feci. Ma appena entrai in casa, squillò il telefono: mi chiamavano dal reparto di Rianimazione per dirmi che la mia mamma era morta. Tornai in ospedale insieme a mia moglie e, anche questa volta, qualcosa non mi tornò. Avevo un sentore che qualcosa non fosse andato per il verso giusto. Io chiedevo ai medici e agli infermieri come mai mia madre fosse morta, ma nessuno mi rispondeva. Io e mia moglie eravamo lì, in un angolo, e nessuno venne nemmeno per farci le condoglianze. Per 25 minuti rimanemmo lì, in piedi, mentre rivestivano mia madre, e nessuno proferì una sola parola. Sembravamo invisibili». Francesco Valli, divorato dai dubbi e dall’angoscia, per giorni tentò di farsi spiegare dai medici dell’ospedale cosa avesse causato la morte della mamma. Ma non ottenne mai una risposta. Prosegue il suo racconto l’uomo: «Solo dopo 12 giorni riuscii a sapere qualcosa. Per avere la cartella clinica di mia mamma feci richiesta all’Asl e pagai 20 euro. Mi dissero che me l’avrebbero consegnata dopo 5 giorni, e invece ne passarono 12. Nel frattempo, decisi anche di fare un esposto all’Asl. Non mi piaceva né come quell’infermiera che aveva fatto la puntura aveva trattato la mia mamma, né come i medici ci avevano trattato dopo la morte di mia mamma. Volevo segnalarlo. Per me la morte di mia mamma è stato un colpo durissimo: era anziana, sì. Ma era ancora lucida, sveglia: era un piacere passare del tempo con lei. Era la mia mamma… E dopo la sua morte ho attraversato un periodo molto brutto».

IN REPARTO TROPPE MORTI PER EMORRAGIA E fu proprio quell’esposto all’Asl a incastrare Fausta Bonino.  Francesco Valli, infatti, quando raccontò della strana iniezione fatta da quell’infermiera, non sapeva che i vertici dell’ospedale, già da diversi mesi, guardavano con preoccupazione al numero anomalo dei decessi causati da emorragia che si era verificato nel reparto di Rianimazione. Già dal 13 gennaio del 2014 stavano morendo per emorragia troppe persone rispetto alla media del reparto. Eppure, i vertici dell’ospedale aspettarono il 2015 prima di decidere di vederci chiaro in questa vicenda: nel frattempo, in reparto erano morte misteriosamente 8 persone. Solo allora il primario di Rianimazione inviò a far analizzare i campioni del sangue di alcuni defunti per emorragia e i risultati delle analisi furono sconvolgenti: nel sangue c’erano livelli letali di eparina, un farmaco anticoagulante che, in teoria, non sarebbe dovuto essere somministrato a nessuno dei pazienti morti in modo sospetto. Ha detto Gennaro Riccardi, comandante dei Nas di Livorno: «Nel sangue prelevato ad alcuni pazienti è stata trovata una concentrazione di eparina talvolta superiore 10 volte alle dosi terapeutiche consentite». Parallelamente, nel giugno 2015, allertarono anche i Nas dei carabinieri, che iniziarono le indagini.

Ormai era certo: il responsabile di quei decessi misteriosi doveva per forza essere qualcuno che poteva maneggiare e somministrare indisturbato questo farmaco in ospedale. I Nas iniziarono a controllare e intercettare i dipendenti del reparto di Rianimazione. Il cerchio si strinse intorno a Fausta Bonino. Un’infermiera di lunga esperienza, conosciuta e stimata da tutti. Una dipendente insospettabile. Fu proprio a questo punto che la denuncia all’Asl di Francesco Valli, nella quale l’uomo parlava di quella strana iniezione fatta alla sua mamma, confermò i sospetti degli inquirenti. Racconta Francesco Valli: «Fui convocato dai carabinieri il 22 agosto, senza sapere perché. I Nas mi fecero vedere quattro foto di una donna: io riconobbi subito l’infermiera che aveva fatto quella puntura “sospetta” a mia madre. Chiesi spiegazioni, ma non mi dissero nulla. Certo, non avrei mai immaginato che la mia mamma fosse stata uccisa. Lì per lì i carabinieri mi dissero di stare zitto, di non dire nulla a nessuno. Finché, qualche giorno fa, ho letto il nome della mia mamma sul giornale, tra le vittime di quell’infermiera killer». Anche i figli di Angelo Ceccanti, morto il 2 luglio 2015, hanno saputo solo qualche giorno fa, dai giornali, che il loro papà potrebbe essere una vittima di Fausta Bonino. Dice a Giallo Marco Ceccanti: «Papà era entrato per una tracheotomia. L’intervento era riuscito bene, ma poi ha iniziato a sanguinare e non ce l’ha fatta. Fin da subito avevamo avuto l’impressione che fosse successo qualcosa. Pensavamo a un errore umano, e invece…».

«IL SUO NOME ERA SULLA BOCCA DI TUTTI» In questa vicenda, sono molti gli aspetti ancora avvolti dal mistero. Per esempio, nonostante la prima morte sospetta, quella di Marco Fantozzi, fosse avvenuta il 19 gennaio del 2014, i vertici dell’Asl chiesero l’intervento della Procura solo il 13 maggio 2015, più di un anno dopo. Non solo: nonostante i Nas avessero già stretto il cerchio attorno a Fausta Bonino, l’infermiera venne trasferita in un altro reparto solo lo scorso ottobre. In quei quattro mesi, altri tre pazienti morirono per emorragia: oltre ad Angelo Ceccanti e Marcella Ferri, anche Bruno Carletti, morto il 29 settembre, che era entrato in ospedale per una banale frattura del femore. Dice a Giallo Nicola Napoleoni, l’avvocato che assiste le famiglie di  alcune delle 13 vittime: «Tutta  questa vicenda è partita da un accertamento anomalo e tardivo da parte dei vertici dell’ospedale. L’atto di impulso da parte dell’ente ospedaliero è avvenuto solo dopo il decimo decesso,  mentre avrebbe potuto esserci prima. Fausta Bonino è stata trasferita con colpevole ritardo. Quel che è certo, è che solo a quel punto i misteriosi decessi nel reparto di Rianimazione sono terminati». Eppure, alcuni colleghi dell’“infermiera killer”, dopo il suo arresto, hanno raccontato che tutti, in ospedale, sapevano da mesi che era lei la responsabile delle morti sospette. Un infermiere ha detto: «Il suo nome era sulla bocca di tutti». E allora, com’è possibile che nessuno l’abbia fermata? Commenta Francesco Valli: «Ho letto sui giornali che le indagini dei carabinieri andavano avanti  già da maggio 2015 e che tutti in ospedale sapevano dei crimini che avvenivano in corsia. Io non posso sapere se è vero. Ma se lo è, perché nessuno l’ha sospesa? Non dovevano aspettare tutti questi mesi. Da maggio a settembre sono morte almeno altre3 persone, compresa mia madre A questo punto, in quel reparto sono tutti responsabili: avrebbero potuto salvarle». «L’HANNO CREMATA, NON HANNO RISCONTRI» Gli inquirenti hanno descritto Fausta Bonino come una donna depressa, dipendente da alcol e psicofarmaci. Ma il racconto che ne fanno famigliari e colleghi è ben diverso. Ha detto il marito Renato Di Biagio: «Mia moglie non è e non è mai stata una depressa: prende qualche pillola per tirarsi su, come succede a tutti. Fausta non beve, forse qualche volta un bicchiere a pasto. Io la conosco da 30 anni, vuole che non sappia chi è mia moglie?». Anche i suoi superiori, dopo il suo arresto, l’hanno descritta come un’infermiera modello. Ecco cos’ha dichiarato Michele Casalis, il primario del reparto di Rianimazione: «È l’infermiera che qualunque paziente vorrebbe avere. Diligente, premurosa, esperta. Mai saputo che bevesse. Mai saputo della sua depressione. La migliore infermiera del mio reparto? Ho diciotto infermieri e dieci medici. Ma lei, sì, posso dirlo: è un’infermiera speciale».Eppure, gli inquirenti non sembrano avere dubbi circa la sua colpevolezza. E, in effetti, le intercettazioni telefoniche eseguite dai carabinieri dei Nas sembrano lasciare poco spazio ai dubbi. Le registrazioni delle telefonate tra Fausta Bonino e i suoi colleghi non solo hanno convinto i carabinieri della sua colpevolezza, ma confermano che molte altre persone, all’ospedale di Piombino, sapevano quello che stava succedendo in corsia. Ecco, per esempio, cosa dice Fausta Bonino, che non sa di essere intercettata, a una sua collega parlando proprio della morte di Marcella Ferri, la mamma di Francesco Valli: «L’hanno cremata, non possono fare riscontri. La faccenda è chiusa, la loro parola contro la nostra». In un’altra occasione, capendo che le indagini degli inquirenti sul suo conto sono sempre più pressanti, dice: «Ora voglio tornare a Roma e farmi fare un elettroencefalogramma». In un’altra dice: «…Ieri ho detto a Paola… Avrò avuto… l’epilessia. Dei momenti…(…) ho cominciato a dubitare di me stessa, ho cominciato a dire: avrò mica dei momenti in cui non sapevo quello che facevo? Ma ti rendi conto? Poi ho detto: no». Oppure, commentando con un’altra collega le indagini dei carabinieri, dice: «Potrebbe essere anche non una di noi infermiere, potrebbe essere un’altra persona, perché come avevo detto io il carrello dei medicinali è lì, non ha chiavi, non ha nulla». L’ansia di Fausta Bonino aumenta quando capisce che gli inquirenti stanno cercando informazioni sul suo conto tra i suoi colleghi. Ecco cosa dice alla sua caposala: «Da te hanno voluto capire… T ’hanno chiesto di me? Che infermiera sono? Dimmelo ti prego se ti hanno chiesto di me…». E quando gli investigatori appurano che i decessi avvengono sempre quando in turno c’è lei, scherza addirittura sulla situazione. Sempre alla caposala dice: «O h Paola, una cosa, eh… Se avete da fa morì qualcuno fatelo prima che rientri io perché se Punico giorno che sono rientrata me ne muoiono tre…». Ma a inquietare, in questa vicenda, è anche un altro aspetto. Fausta Bonino ha lavorato all’ospedale di Piombino per 30 anni. Possibile che i suoi delitti siano concentrati nell’arco di pochi mesi, tra il 2014 e il 2015? Starà agli inquirenti, ora, analizzare tutti i decessi avvenuti nel reparto dell’orrore. Un’indagine che si preannuncia piena di colpi di scena.

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