Link Web Online Fiorentina – Juventus diretta Live Tv gratis Rojadirecta 24 aprile 2016: dove vederla in Streaming?

fiorentina-juventus-misericordia_12260_732-1698-ZoomDove vedere Fiorentina – Juventus in Streaming Gratis – Chi l’ha detto che dopo quattro scudetti consecutivi, a quattro passi/punti dalla storia e con altrettante partite in programma, la sindrome da pancia piena sia dietro l’angolo? Nella Juventus, in questa Juventus, è un concetto astruso, portato avanti da chi non conosce gli usi e i costumi della casa.

A Vinovo è in atto un totale ribaltamento di abitudini solo apparentemente consolidate: perché il ciclo dei pluricampioni d’Italia è destinato a continuare, ben oltre la soglia del 34° tricolore prenotato da giorni e con nove punti di vantaggio da difendere al cospetto di un Napoli che ormai dimostra di non crederci più. E mentre non si vede chi sia in grado di interrompere il dominio juventino (figurarsi il modo in cui un simile proposito sia concretizzabile), è verso l’Europa che gli juventini puntano lo sguardo con decisione. A quella Champions che sfugge da vent’anni, a quella Coppa che tra un mese sarà consegnata a Milano a una squadra straniera, con enorme spargimento di rimpianti per chi mastica il bianco e il nero. 

Massimiliano Allegri non è il tipo abituato a crogiolarsi nel passato. Si tratti di ricordare inebrianti successi o provare a cancellare delusioni cocenti, il tecnico livornese guarda costantemente avanti. Così si spiega il richiamo, praticamente quotidiano, alla sua truppa, perché affronti il nemico di turno con il massimo impegno. Altre espressioni chiave del verbo allegriano: tenere alta la tensione, vietato staccare la spina («perché – ha aggiunto ieri – una volta staccata non è mai semplice riattaccarla»), migliorare sempre, tecnicamente e non solo.

Magari all’allenatore frega poco o nulla raggiungere quota 94 punti, il massimo possibile in un campionato che da orrorifico sta rasentando i confini dell’irrealtà, in senso ampiamente positivo. Però è bene sapere che, a quel livello, la sua sarebbe la seconda Juventus più forte della storia, dietro la squadra dei 102 punti da record, di scuola Conte. Mettiamola così, allora: non è un’ossessione, ma ad Allegri non dispiacerebbe vincerle tutte, per presentarsi alla finale di Coppa Italia del 21 maggio contro il Milan nelle condizioni di mettere al tappeto un avversario già carico di mille problematiche. Il tecnico, dunque, ha chiesto ai suoi di prestare la massima attenzione a una Fiorentina che la butterà sull’intensità, sul fisico, sul desiderio di far propria la partita dell’anno, tanto più che «i viola, con la Roma, sono coloro che hanno segnato più di tutti nella prima mezz’ora». Poi sarà compito di Allegri gestire al meglio, a gioco lungo, le forze di un gruppo che oggi si esibirà ufficialmente per la 47ª volta: stagione dispendiosa, al solito, per chi battaglia per vincere tutto. 

 Archiviato l’ennesimo trionfo italiano, testa e cuore torneranno presto a focalizzarsi sulla Champions. Allegri, evidentemente, si aspetta di ricevere in dono quei 2-3 elementi chiamati ad alzare il tasso qualitativo di una rosa già fortissima. Ma al netto del mercato, il tecnico coltiva una convinzione che il gruppo deve far propria: «Bisogna avere la consapevolezza di poter arrivare a determinati risultati. Ognuno di noi deve chiedere qualcosa in più a se stesso, sempre. Perché l’uscita dalla Champions è rimasta di traverso a tutti e ci è dispiaciuta molto: siamo stati eliminati nel recupero.

Così l’anno prossimo, oltre a riconfermarci in Italia, dovremo lavorare soprattutto per disputare una grande Champions. Nella vita niente è impossibile, l’importante è avere la convinzione giusta per poter arrivare a certi traguardi e costruire qualcosa di importante». Sembra di ascoltare un disco di Antonio Conte, ma alla rovescia: da chi non credeva che la Juventus potesse proiettare le proprie ambizioni oltre le Alpi a chi, invece, pensa che sia tutta (o quasi) una questione di autocoscienza dei propri mezzi. Tra Berlino e Monaco di Baviera, del resto, è mancata la malizia che fa rima con l’esperienza da grandi palcoscenici. Ma al ristorante da 100 euro i campioni d’Italia si riaccomoderanno molto presto.  

Non sarebbe sceso in campo da titolare, come aveva preannunciato Allegri tre ore prima, in conferenza stampa («Chiellini sta bene, ma a Firenze non può giocare dall’inizio»). Certo nessuno poteva immaginarsi che il difensore sarebbe incappato in un nuovo, ennesimo infortunio stagionale, che potrebbe mettere a rischio la sua presenza nella finale di Coppa Italia, dove già mancheranno lo squalificato Bonucci e gli infortunati Marchisio e Caceres.  

Chiellini si è fatto male ieri pomeriggio, nella rifinitura a Vinovo, «riportando un lieve trauma distorsivo a carico del ginocchio destro in seguito a un contrasto di gioco. Le sue condizioni verranno valutate nei prossimi giorni» recita il bollettino medico della Juventus. Dopo gli esami si capirà la gravità ma ciò che preoccupa è la sequenza di infortuni da inizio stagione: siamo al sesto e di questi tre sono ricadute. Chiellini si è fermato già prima della Supercoppa ad agosto per una lesione al retto femorale della coscia destra, altro stop a fine gennaio per un affaticamento all’adduttore, il rientro affrettato (contro il Frosinone il 7 febbraio) gli procura una lesione al soleo destro che lo costringe a saltare Napoli e Bayern. Torna in campo il 28 febbraio contro l’Inter in campionato, ma dopo mezz’ora si arrende per il riacutizzarsi del problema al soleo e sta fuori più di un mese. Fino all’ultimo guaio muscolare contro l’Empoli, nel giorno del rientro: lesione di primo grado del muscolo adduttore lungo della coscia destra, con prognosi di 20 giorni. Da giovedì aveva ripreso ad allenarsi con la squadra, ora l’ennesima tegola. 

 A Firenze intanto la Juventus è stata accolta da trecento tifosi: scene di giubilo, con l’assalto per un selfie con giocatori, staff e i dirigenti. Del resto, mezza città tifa bianconera, l’altra metà la odia.  

Dopo il bagno di folla Allegri medita sulla formazione. Dovrebbe confermare la triade difensiva delle ultime gare, ovvero Barzagli, Bonucci e Rugani. Anche se pure stavolta un mezzo pensiero l’ha fatto su Evra a sinistra, al posto dell’ex Empoli. Semmai un cambio dovrebbe riguardare l’attacco dove Dybala, pedina inamovibile, dovrebbe cambiare partner: Morata rientra dopo il turno di squalifica e pare avvantaggiato su Mandzukic. Ma non bisogna dimenticare anche una scalpitante Zaza, che potrebbe trovare spazio a giochi fatti.  

A centrocampo, oltre al dubbio sul sostituto di Marchisio (stavolta è Lemina in pole su Hernanes, titolare con la Lazio), l’incognita è Khedira, che non ha mai giocato tre partite di fila. «Però mercoledì la gara è durata 50’, finché la Lazio non è rimasta in 10. E in quella precedente non ha giocato tutta la partita» sottolinea Allegri. Un indizio? Oltre al tedesco, completa la linea mediana Pogba mentre sugli esterni Cuadrato sembra in pole rispetto a Lichtsteiner sulla destra ed Evra su Alex Sandro a sinistra. 

 Ma in che modo la Juventus conta di restare ai massimi livelli in Italia e tornare il più presto possibile ai fasti lippiani in Champions League? Preservando, innanzitutto, lo zoccolo duro rappresentato dalla nidiata di giovani innestati in rosa l’estate scorsa. Sono loro il futuro, partendo da un presente già ai confini della realtà: non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile risollevare una squadra insabbiata in zona retrocessione dopo dieci giornate e portarla di nuovo lassù, come mai era accaduto prima. L’entusiasmo, abbinato all’aria scanzonata di campioncini alcuni dei quali stanno per assaporare il meraviglioso gusto dei primi successi in Italia, sorretti dalla mentalità dei “vecchietti”, ferocemente proiettata verso la vittoria perenne: in questo modo i campioni d’Italia stanno per laurearsi nuovamente tali ed è su queste basi robuste che sarà costruita la rosa del prossimo futuro, chiamata a riassaltare il fortino Champions. 

 C’è tutta una generazione di Under 25 pronta a rilanciare la sfida in Europa, lì dove soltanto un mix tra sfortuna e mancanza di esperienza nei secondi cruciali della battaglia dell’Allianz Arena ha impedito alla Juventus di provare a compiere il medesimo percorso della stagione precedente. Sul web i tifosi bianconeri non smettono di flagellarsi con il ricordo degli ultimi fatali secondi, eppure prevale la sensazione che l’anno prossimo la strada possa tornare a essere bella lunga in Champions. La new generation, dunque: dai classe ’93 (Paulo Dybala, 20 gol in 42 partite; Paul Pogba, 45 presenze e 10 reti; Stefano Sturaro, 2 gol in 25 partite; Mario Lemina, 2 gol in 10 partite) al ’92 Alvaro Morata (10 gol in 43 partite), sino ai ’91 (Alex Sandro, 29 presenze e 2 reti; Simone Zaza, 7 gol in 21 partite). E poi c’è Daniele Rugani, classe ’94 (17 presenze, di cui 10 da titolare): punto fermo della difesa che verrà. Dybala è l’eletto, tra i più decisivi in Europa al primo anno in una big, incoronato così da Massimiliano Allegri: «Ha disputato una stagione importante e l’infortunio gli è servito per ricaricare le batterie». Parola di chi, in avvio di stagione a Shanghai, era stato criticato perché “vedeva” poco la Joya (confinata in panchina in Supercoppa) e soprattutto lo “vedeva” poco nella posizione di trequartista. Dybala, nel tempo, è stato plasmato dal tecnico quale attaccante a tutto tondo, con scatti “alla Tevez” mescolati a una sadico istinto per il gol (che va oltre l’Apache). 

Beppe Marotta e Fabio Paratici proseguiranno nel solco di una Juventus italiana e giovane. In questo contesto s’inseriscono gli affari già conclusi o prenotati: dal 18enne Rolando Mandragora (6 milioni più 6 di bonus, legati alle presenze, al Genoa) al 22enne Simone Andrea Ganz (gratis dal Como dopo essere stato abbandonato dal Milan), dal 20enne Stefano Sensi (prestato dal Sassuolo al Cesena sotto la supervisione bianconera) al 22enne Gianluca Caprari (seguito a Pescara insieme con il già bloccato Gianluca Lapadula, che di anni ne ha 26 ma continua a far gol senza soluzione di continuità). Non si chiudono le porte all’estero: il 18enne Rogerio sta facendo esperienza nella Primavera del Sassuolo, però è controllato dalla Juventus. E l’Alex Sandro di destra può far rima con il 20enne olandese Tete dell’Ajax. Non tutti alloggeranno a Vinovo, alcuni saranno provvisoriamente “parcheggiati” altrove. Qualcuno potrebbe rappresentare la classica carta a sorpresa, anche in Europa: Stefano Sturaro titolare contro il Real Madrid nella Champions 2014-15, del resto, non sarà l’ultimo colpo di genio di Allegri… 

Dal film “Il Gladiatore”. Il generale Maximus-Russel Crowne ai suoi soldati prima della battaglia in Germania: «Forza e onore, al mio segnale scatenate l’inferno». Come si evince dal messaggio della vigilia – «Daremo tutto per vincere, servirà la partita perfetta, lo dobbiamo a noi ma soprattutto alla nostra gente che sente tanto questa sfida» – il succo sarà più o meno lo stesso di quanto dirà Sousa ai propri giocatori prima di affrontare la Juve. Così pure l’invito di alcuni rappresentanti della curva Fiesole incontrando ieri il tecnico e una delegazione della squadra: Gonzalo Rodriguez, Borja Valero e Bernardeschi. E’ già successo sotto la gestione-Della Valle (il patron è arrivato ieri), stavolta però ha un significato particolare. «Dovete lottare per Firenze e la maglia, la Fiorentina appartiene prima di tutto alla sua gente – così i tifosi a Sousa e ai giocatori – Un nostro striscione a gennaio diceva “Lottiamo per un sogno”. I sogni non sempre si realizzano ma si lotta per provarci fino alla fine. Quindi voi date tutto in campo, noi daremo tutto da fuori». Tradotto: scateniamo l’inferno. Con tanto di coreografia e migliaia di bandierine. 

 «Un buon incontro – dice Sousa – Faremo di tutto per ripagare i nostri tifosi: gare così non si preparano, si vincono e basta, con coraggio, carattere, ambizione». Da ex sa però che sarà dura: perché la Juve è una corazzata («Ha numeri impressionanti, storia e cultura vincenti, è conscia della sua grandezza, merito anche di Allegri che sa tenerla sempre al top»); perché la Fiorentina è un pallido ricordo di quella brillante del girone d’andata. E qui Sousa fa “outing” ammettendo: «Ho avuto un periodo di calo e stanchezza mentali, un vuoto di energia, l’ho superata cercando di spingere me e la squadra al massimo anche rischiando fratture interne. D’altronde ho vinto fin da piccolo e voglio farlo sempre, se non ci riesci ti svuoti. Spero di poter gestire meglio in futuro certe situazioni». 

 Sarà stato il mercato invernale che non ha collimato con le sue ambizioni, saranno state le varie tensioni con la società, in ogni caso ora c’è la Juve, solo questo conta. Con Vecino out tocca a Borja Valero. Tanti nodi: Tomovic-Roncaglia, Tello-Bernardeschi, Mati Fernandez-Zarate. Tornano titolari Ilicic e Kalinic che non segna al Franchi da 4 mesi. Chissà se il duello con l’amico Mandzukic gli dia carica. 

In Francia danno per assodato il trasferimento altrove di Javier Pastore al termine della stagione in corso, indipendentemente da come andrà a finire, nonostante un contratto d’acciaio che lo lega al Psg fino a giugno del 2019. Possedere certezze nel mercato, specialmente ad aprile, è merce rara, però non c’è dubbio che le pretendenti per El Flaco siano numerose, ambiziose e danarose. Secondo i media spagnoli si sarebbe inserito addirittura il Barcellona delle superstar nella caccia selvaggia all’ex gioiello di Zamparini: l’idea, evidentemente, è quella di fornire un’alternativa di alto livello al trio delle meraviglie Neymar-Messi-Suarez (sempre che l’uruguaiano alla fine rimanga in blaugrana). Ma alla base c’è pure una chiave tattica interessante per la squadra di Luis Enrique, perché le caratteristiche tecniche rendono Pastore – quando sta bene fisicamente e gode della giusta fiducia – un interprete più unico che raro del ruolo di trequartista. E’ questo ciò che intriga la Juve: i vertici societari bianconeri, non è un mistero, hanno un debole per l’argentino, pur mostrando una certa prudenza davanti a valutazioni di mercato ritenute eccessive. 

Dunque, Pastore sì, ma non a cifre folli anche perché è un giocatore che va rilanciato. Per questo la Juventus vorrebbe evitare aste pericolose, anche se la soluzione appare difficilmente scansabile considerando che, a parte le voci sul Barcellona, dall’Inghilterra si rincorrono indiscrezioni che danno il Chelsea sulle tracce del trequartista. Proprio Antonio Conte può di nuovo trovarsi sulla strada dei bianconeri, lui che nel 2011 aveva – parola del patron rosanero Zamparini – in qualche modo frenato le mire bianconere su Pastore privilegiando altre scelte di mercato all’inizio del ciclo di rilancio con la Juve. Adesso evidentemente il ct azzurro ha cambiato idea, dato che i tabloid britannici indicano il fantasista del Psg come uno dei rinforzi caldeggiati per riportare i Blues in alto in patria come in Europa. E attenzione a un’altra variabile insidiosa, ovvero il Liverpool di Jurgen Klopp: già a gennaio i Reds avevano provato il colpaccio in un contesto complicato, dato che il Psg aveva manifestato in maniera chiara l’intenzione di non cedere in corsa i pezzi pregiati, aspettando piuttosto le situazioni estive per apportare modifiche sostanziali all’organico, in entrata come in uscita. La sensazione è che per Pastore sia dura scendere sotto i 30 milioni.

Dall’altra parte del mondo, mentre trascina il suo Boca Juniors agli ottavi della Coppa Libertadores, Carlitos Tevez ha sempre un occhio di riguardo per le vicende bianconere e, soprattutto, per il suo erede, nella Juventus come nella nazionale argentina: Paulo Dybala. Un allievo che cerca di superare il maestro anche nei fatti (vedi gol e assist) dopo averlo scalzato nell’immaginario dei tifosi, che custodiscono nella memoria le reti pesanti dell’Apache ma che ora sono ammaliati dal nuovo attaccante a tutto campo, protagonista della rimonta bianconera in campionato. 

«Paulo è un ragazzo squisito e un calciatore fortissimo. Ci sa fare, eccome – dice l’Apache a Espn -. E’ sicuramente uno di quegli attaccanti capaci di fare la differenza e scombussolare gli equilibri di una partita». Altro che gelosia, nelle parole di Tevez c’è ammirazione e compiacimento per questo altro prodotto del vivaio sudamericano, che ha scelto l’Argentina come nazionale, nonostante il corteggiamento di Italia e Polonia (per via delle origini di mamma e papà) e la difficoltà di emergere in un reparto offensivo in cui la formazione Albiceleste vanta fior fiori di campioni. 

 Tevez pensa al bene della Seleccion ma anche a quello della Juventus, a cui è legato da affetto sincero perché in maglia bianconera è tornato a vivere gli anni più esaltanti della carriera. In Nazionale Tevez e Dybala possono giocare insieme, cosa che non è avvenuta nella Juventus dove, invece, si sono soltanto passati il testimone. Non in senso figurato, ma concreto: Dybala, dopo Tevez, è il grande trascinatore nella corsa verso lo scudetto. E finalmente l’allievo ha la possibilità di vivere le stesse emozioni del maestro conquistando il primo tricolore in carriera.

Stasera al Franchi di Firenze portare a casa tre punti è fondamentale per ipotecare il titolo e attendere con animo sereno domani il Napoli nell’arena dell’Olimpico contro la Roma. All’andata contro i viola Dybala ha segnato un gol capolavoro per il 3-1 finale, nei minuti di recupero, con tanto di slalom straordinario nell’area della Fiorentina, ripetersi significherebbe mettere il sigillo definitivo sullo scudetto numero 34. 

Non soltanto Dybala, però. Questa stagione è stata anche quella della consacrazione definitiva di Pogba, l’extraterrestre che ha trascinato la squadra e si è incoronato numero 10. «Paul? Per comprarlo bisognerebbe prima vendere La Bombonera» ironizza Tevez, consapevole del valore del francese, che sembra davvero non avere prezzo, e dell’asta milionaria scatenata dalle big europee. E per un giocatore e un tifoso del Boca toccare la Bombonera è un qualcosa di sacrilego, vista l’animata discussione sulla ristrutturazione dell’impianto. «Io, come giocatore del Boca non cambierei La Bombonera per nessuna ragione. Ma se si deve fare per permettere una capienza maggiore, è necessario farlo con molto rispetto nei confronti di cosa significa per noi La Bombonera». Perché per Tevez, «jugar en la Bombonera es algo único», un po’ come per Dybala giocare allo Stadium, che mercoledì contro la Lazio gli ha pure riservato la standing ovation.

Anche Dario Argento, maestro del brivido, si spaventerebbe a leggerli tutti di fila. Un gol segnato in tutto il 2016, zero messi a segno al Franchi negli ultimi quattro mesi, sempre zero nell’anno solare corrente quando è partito titolare. Il lungo momento horror di Nikola Kalinic, però, va anche spiegato. E soprattutto contestualizzato. Perché messi così, freddamente nero su bianco, i numeri del croato lo porterebbero dritto in quella categoria di bomber annacquati che la Gialappa’s Band chiamava «Fenomeni Parastatali». Mentre Kalinic ha dimostrato a lungo di essere un attaccante moderno e devastante. In grado di caricarsi il peso del reparto sulle spalle, segnando e difendendo

con la stessa vorace continuità. Si è un po’ perso, Nikola. Tocca a lui ritrovarsi.

LOGORATO Nella partita prima di Natale, al Franchi contro il Chievo, Kalinic segnava l’undicesimo gol del suo straordinario campionato. Quattro mesi trascorsi a correre ovunque, prender botte, spedire il pallone in porta. Una delle sorprese più accecanti di tutta la Serie A. Tra i momenti maggiormente significativi dell’esperienza fiorentina, si ricorda la tripletta a San Siro contro Timer e la doppietta «rovescia risultato», partendo dalla panchina, contro l’Em- poli. Dopo aver fatto il pieno di complimenti e bei voti, è arrivato il grande vuoto. Motivi? Molteplici. Su tutti un calo fisico piuttosto logico, avendo

iniziato il campionato in Ucraina quando in Italia la stagione era ancora in embrione. Non fermandosi mai e sfruttando inizialmente una condizione straripante che, per definizione, non può durare per sempre. Senza dimenticare che tutta la Fiorentina, non solo lui, si è avvitata su se stessa negli ultimi tempi. Dopo i quattro mesi a tutto gas, quindi, ecco i quattro sotto il livello minimo di velocità. Un solo acuto, a Bergamo contro l’Ata- lanta partendo dalla panchina (dodicesimo centro in Serie A), in quella che a conti fatti resta anche l’ultima vittoria esterna della Viola. Era il 21 febbraio scorso.

INPRESCINDIBILE II materiale però è prezioso e il centravanti di stoffa ne ha da vendere. Lo sa Paulo Sousa, che tanto ne ha caldeggiato l’acquisto. Lo sanno i tifòsi, che mai ne hanno messo in discussione importanza e valore. Zero fischi, zero dubbi, stima totale. Mercoledì ad Udine Kalinic è partito dalla panchina proprio per poter dar tutto stasera. Il sostituto, Zarate, è stato il migliore in campo e proverà fino alla fine a conquistarsi uno spazio in squadra. Al posto, o al fianco, del croato. Kalinic risorgerà, questa è una certezza. Sul quando permangono i dubbi. Certo, pensano a Firenze, difficile possa esserci occasione migliore di stasera. Da film horror a finale thrilling. Anche Dario Argento ne sarebbe fiero.

Paulo Dybala va a caccia di Tevez. Ancora un gol e il talentino di Laguna Larga avrà eguagliato il primo Carlitos bianconero, che nella stagione d’esordio (2013-14) toccò quota 21 centri. Sembrava impossibile risollevare il morale del popolo bianconero dopo le contemporanee cessioni di Vidal, Pirlo e appunto Tevez, e sembravano fuori mercato i 40 milioni versati nelle casse del Palermo per arrivare a Dybala. Ebbene, nove mesi dopo quella che è stata ima rivoluzione tecnica in piena regola, la Juve si accinge a festeggiare il quinto scudetto consecutivo (non accadrà

sicuramente oggi, ma se farà un punto in più del Napoli potrebbe succedere domani), è in finale di Coppa Italia e piu uscendo agli ottavi di Cham- pions ha visto crescere notevolmente il proprio prestìgio nell’Europa che conta grazie all’esal- tante doppia sfida contro il Bayern. E in copertina non può che esserci Dybala, leader tecnico, cannoniere e già oggi top player a livello internazionale: sul tavolo dell’a.d. Marotta sono già arrivate offerte da 80 milioni. Verranno tutte respinte, Paulo è incedibile almeno fino all’anno prossimo.

GOL PESANTI Certo, ci sono altri due simboli della sesta stagione targata Andrea Agnelli, e parliamo di Buffon (record assoluto di imbattibilità in A: 973 minuti) e Pogba (se segna, va a 11 reti stagionali, record personale), è però evidente che a incidere più di tutti in casa Juve sia stato proprio il 22enne argentino, uomo ovunque là davanti, regista al- l’occorrenza, rifinitore raffinato e spietato esecutore. Gol pesanti, fra l’altro: manca lo scalpo del Napoli, per il resto le ha bucate tutte le grandi del nostro calcio. Particolarmente significativi, in campionato, i gol da tre punti a Roma e Milan (gara d’andata, a Torino). Giovanissimo, straniero, decisivo e leader in un top club italiano : roba che non si vedeva dai tempi di Ronaldo e Kakà, gente che da baby ha fatto la storia di Inter e Milan. «L’annata di Paulo è eccezionale – dice Max Allegri poco prima di partire per Firenze -. E diciamo che l’ultimo infortunio gli è servito anche per ricaricare le batterie. Questa è la dimostrazione che tutti i giocatori hanno un calo fisiologico, ma adesso Dybala è in una buona condizione».

I SOGNI La settimana scorsa, contro il Palermo, Targentino è rientrato in campo dopo uno stop di circa un mese. Con la Lazio la doppietta che lo ha portato a un passo da Carlos Tevez, e ora davanti a sé il 21 bianconero ha ancora cinque partite, finale di Coppa Italia compresa: probabilmente troppo poche per superare anche l’ultimo Tevez (29 gol Tanno scorso), sicuramente fonda- mentali per strappare ufficialmente il pass per l’Olimpiade di Rio con la sua Argentina, ultimo step prima di entrare definitivamente nel «clan Messi».

Massimiliano Allegri ha fretta. Di chiudere il discorso scudetto (la certezza potrebbe arrivare già domani pomeriggio, al termine di Roma-Napoli), di giocarsi la finale di Coppa Italia il 21 maggio, di firmare il rinnovo e iniziare a pianificare il futuro, con un occhio di riguardo per l’Europa. «L’anno prossimo vogliamo riconfermarci in Italia, ma soprattutto fare una grande Champions: nulla è impossibile. L’eliminazione contro il Bayern all’ultimo minuto ci è andata di traverso». Gli bastano otto minuti e spiccioli per archiviare la conferenza stampa pre Fiorentina: «Lo scudetto non dipende da noi. Il Napoli potrebbe fare risultato a Roma, ci mancano 4 punti per vincere il titolo e dobbiamo ancora farli. La Fiorentina prepara questa sfida da una settimana, è un campo storicamente difficile, sono tre anni che la

Juve non vince in campionato, per loro è partita della stagione. Dobbiamo tenere alta la tensione e arrivare al 21 maggio nelle migliori condizioni mentali».

GINOCCHIO CHIELLINI Ancora guai per Chiellini, non convocato a causa di un beve trauma distorsivo al ginocchio destro (si temono 2 settimane di stop), out Sturaro (problemi di salute ma comunque squalificato), al rientro Pereyra e Morata (dopo il turno di squalifica). «Mercoledì la partita con la Lazio non c’è stato un grande dispendio di energie. Zaza e Morata stanno bene, uno potrebbe giocare al posto di Man- dzukic o Dybala. Khedira ha un po’ di minutaggio arretrato, potrebbe giocare dall’inizio». Il futuro di Allegri è in bianconero, quello di Conte al Chel- sea, chi sarà il prossimo c.t.? «In Italia ci sono tanti allenatori che possono ambire a quella panchina, ma anche alcuni che allenano all’estero»

Incontri e confessioni, aspettando «Lei». Così chiamano a Firenze la Juventus, l’avversaria di sempre. Realtà che Paulo Sousa conosce alla perfezione visto che in bianconero ha giocato e soprattutto vinto. Concetto, quello della ricerca ossessiva della vittoria, che ha mandato parzialmente in tilt il tecnico viola nel recente passato. A confessarlo, appunto, lo stesso portoghese. «Ho passato un periodo di stanchezza mentale. Un calo di intensità psicologica che ho superato cercando di spingere me stesso e i miei calciatori sempre al massimo. Come mai? Io ho vinto e ho sempre voluto vincere, ce l’ho nelle vene fin da bambino. In questa stagione ho spinto tutte le componenti per arrivare a questo obiettivo, anche a costo di rischiare fratture interne. E arrivi a un punto in cui si rischia un vuoto di energia. Mi servirà da lezione». La Fiorentina è re

duce da una sola vittoria, contro il Sassuolo, nelle ultime 8 gare di campionato. Oggi serve un nuovo successo. Pensiero alla base del colloquio chiesto e ottenuto da una delegazione di 7-8 tifosi ieri al termine dell’allenamento. «C’è sempre stato un ottimo rapporto tra la squadra e i nostri sostenitori – la versione di Sousa -. Con la Juve daremo tutto per vincere, la città e la nostra maglia meritano questo». Niente ritiro pre gara, come quasi sempre accade nella sua gestione: «Dovremo fare la partita perfetta, ma non è che con il ritiro c’è maggiore concentrazione. Lo sanno tutti da soli quanto è importante la sfida. Più che prepararla e pianificarla, questa partita va vinta». Saranno circa 35mila i tifosi presenti al Franchi, con tanto di coreografia preparata dalla Fiesole: circa tremila quelli ospiti. Stasera non c’è spazio per delusioni e fraintendimenti. L’ossessione è la solita. Vincere.

La partita con la Juve per Firenze, si sa, è sempre speciale. Una vittoria poi è diversa da tutte le altre, per il tifoso viola una gioia quasi perenne, da tramandare ai posteri (anche perché, diciamolo, battere la Signora non è cosa troppo frequente da queste parti). Stavolta però questa sfida che richiamerà al solito tanto pubblico, un gran servizio d’ordine e media da Stati Uniti, Sud America, Arabia, Francia, Slovenia, Spagna, vale ancora di più. Perché in gioco non c’è solo il verdetto di questa stagione, ma anche e soprattutto il futuro di questa Fiorentina. Ecco perché contro la Signora stavolta vale più di sempre. Per la città, per i Della Valle, per Paulo Sousa, il grande ex, per i giocatori, quelli che se andranno e vogliono lasciare un bel ricordo, quelli che resteranno perché vincere gare come queste è una dote preziosa, quelli a caccia di riconferma. Vale per tutti come mai. Forse anche di più della semifinale di Coppa Italia giocata una stagione fa. Un doppio confronto che prima aveva illuso il popolo viola col 2-1 conquistato a Torino con la doppietta di Salah, poi l’aveva riportato sulla terra con il 3-0 al Franchi della Signora finita in finale. 

 Oggi questa sfida vale davvero tanto per i viola e la Juve pure lanciata verso il 5° scudetto di fila non può e non deve sottovalutarlo. Certo per la Fiorentina è anche un’arma a doppio taglio: in caso di successo o comunque di risultato e prestazione positivi il clima di delusione, contestazione, di rottura, da resa dei conti potrebbe finire nel congelatore ricompattando un po’ l’ambiente e anticipando alla prossima settimana il vertice decisivo tra proprietà e allenatore. In caso di sconfitta o, peggio ancora, di resa totale la situazione potrebbe deflagrare. Un clima di rottura che non risparmierebbe nessuno. Né i Della Valle che potrebbero davvero interrogarsi definitivamente se continuare o lasciare. Né Sousa già titubante di suo sulle prospettive di questo club e questa squadra e in ogni caso complice di una crisi che ha allontanato i viola da gran parte degli obiettivi. Né alcuni degli attuali giocatori capaci solo qualche mese fa di far sognare ma ora alle prese con limiti fisici, tecnici e caratteriali. E’ insomma una sfida che va oltre la pura rivalità coi bianconeri. Sousa comunque ha deciso che non porterà la squadra in ritiro. Lo ha fatto altre volte prima di un match serale, sarà così anche stavolta. Per togliere pressione o viceversa rendere ancor più responsabili i suoi giocatori. Poche ore e Firenze saprà.

Un po’ Sivori, un po’ Tevez, un po’ Maradona, un po’ Messi. Si sprecano aggettivi e paragoni per descrivere le gesta di Paulo Dybala, entrato in punta di piedi nella Juventus ma capace ben presto di imporsi ed ergersi a capocannoniere del club bianconero, tanto da stravolgere le gerarchie dell’attacco. Un furetto, di grande qualità, umiltà e freddezza, che inventa e diverte, per la felicità sua e dei tifosi. E se gli ultimi due scudetti della Juventus portano la firma di Carlitos Tevez, questo è indissolubilmente legato al nome della Joya, che ha inciso in maniera impressionante nella rimontona in campionato e che si accinge a mettere gli ultimi sigilli sulla stagione da incorniciare.  

Neppure i dirigenti bianconeri si aspettavano un exploit del genere da un ragazzino di 22 anni a cui sono bastati pochi mesi per cancellare il suo illustre predecessore. In estate tanto si era detto e scritto sull’addio dell’Apache, su quell’eredità pesante e sulla nostalgia per le magie di Carlitos. Paul Pogba si è preso la “10”, confermando numeri, colpi e carisma da extraterrestre, Dybala si è invece accollato il compito di sostituire il connazionale in attacco: pur diverso da Tevez, è arrivato però ad avere lo stesso impatto devastante nelle partite della Juventus.  

Con 4 partite di campionato e la finale di Coppa Italia ancora da disputare Dybala è già arrivato a 20 gol stagionali: 16 reti in 31 presenze in serie A, il centro in Supercoppa italiana contro la Lazio a Shanghai, il primo gol in Champions contro il Bayern Monaco e le due reti in Coppa Italia. La Joya ha già fatto meglio di David Trezeguet, il bomber straniero più prolifico della Juventus (171 reti in 10 anni), che al primo anno in bianconero si è fermato a quota 14 in campionato (15 in totale), e di Zlatan Ibrahimovic, che a Torino ha messo insieme 16 reti, tutte in campionato, nella prima stagione. Dybala ha eguagliato Michel Platini, 16 reti in serie A, ma 28 considerando anche le Coppe, e adesso ha messo Tevez nel mirino: l’Apache ha segnato 19 gol in campionato e 21 complessivi quando è arrivato alla corte di Conte. Non è un’impresona per Dybala: sullo slancio della doppietta (e del primo gol di destro) inflitta alla Lazio, dopo un digiuno di oltre un mese, complice l’infortunio, l’ex palermitano spera di affiancarlo e superarlo.

 Saranno anche diversi tatticamente Dybala e Tevez, ma un punto in comune ce l’hanno: sul loro contributo al servizio della squadra si può sempre contare. Dybala impressiona perché non vive soltanto per il gol, ma lotta a tutto campo. Riduttivo chiamarlo attaccante: da metà campo in avanti fa praticamente tutto. È regista, ma anche trequartista, seconda punta e all’occorrenza falso nueve. E non disdegna di arretrare pure in difesa, per chiudere sugli avversari e ripartire con l’azione. Insomma, i 40 milioni (32 più 8 di bonus) spesi in estate sono stati ampiamente ripagati perché ora Dybala ha triplicato la sua quotazione. Ma non è in vendita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.