Gabriele Defilippi, ha le caratteristiche dello psicopatico: attrae e inganna i soggetti deboli facendo leva sui loro desideri

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Quante forme può assumere il male? Cangiante, mutevole, molteplice, sfaccettato, oscuro, luccicante, maschile, femminile. Questa visualizzazione del cambiamento proteiforme è perfettamente realizzata nella storia di Gabriele Defilippi, reo confesso dell’assassinio della sua ex insegnante Gloria Rosboch. Soltanto a scorrere il caleidoscopio delle sue foto c’è da essere abbagliati dalle varie forme assunte: bambina ammiccante, giovanotto barbuto, pirata gaglioffo, manager della City, seduttore vecchio stile. In questa dimensione inafferrabile c’è da chiedersi se la protei forme  è stata usata nel tentativo di manipolare persone in serie successive o tutte insieme.

Bisognerebbe interrogare le povere donne che questo psicopatico ha manipolato nel corso della vita, dalla povera Gloria Rosboch strangolata e uccisa, fino alle altre, con destini meno crudeli e qualcuna forse persino sguaiatamente consenziente, per arrivare alla madre Caterina Abbatista, essa stessa vittima e artefice di questa umana mostruosità.

La definizione di “psicopatico” data a una persona ruota intorno alla totale mancanza di empatia,

cioè l’inadeguatezza a mettersi in relazione e provare emozioni in una vibrazione sensoriale con un’altra persona. In questa maniera tutti coloro in cui ci si imbatte saranno esclusivamente mezzi per conseguire un risultato e mai il fine di un rapporto. L’altro sarà sempre uno strumento per acquisire un oggetto, un obiettivo, un desiderio o una cosa. L’altro diventerà solo una cosa da utilizzare e, se possibile, come nel caso della Rosboch, da gettare nella spazzatura.

Che rapporto c’è tra questa mutevolezza diabolica e la seduzione? Innanzitutto la possibilità di modellarsi come

un attore di volta in volta, in base alle esigenze di un copione non scritto, come nel teatro, ma recitato a soggetto. Un po’ come nelle innocue commedie dell’arte con le maschere di Arlecchino e Brighella. Qui però la faccenda è maledettamente seria, perché la dinamica tra persona e maschera diventa una tragica ipnosi per permettere ciascun uomo e ogni donna di proiettare le proprie aspettative su colui che le sta utilizzando e manipolando. Fino a svuotare l’altro della propria volontà, che viene attratta in una sorta di pozzo o abisso che sembra non a vére mai un fondo, anche perché effettivamente non ce l’ha.

Si aprirà una discussione sulla patologia o meno di questo soggetto. Credo che su questa questione vada fissato un punto fermo. Gabriele Defilippi non è uno psicotico con la coscienza attenuata e neanche un bipolare con alterazioni dell’umore. E semplicemente un perverso, in cui l’autocoscienza critica e morale è rivolta soltanto al proprio piacere, e in cui l’intelligenza critica è usata per fare dell’altro una marionetta nelle proprie mani. La perversione non attenua la coscienza, anzi la amplifica.

Per questa ragione, nessuno potrà sostenere per ragioni psichiatriche che le responsabilità sono attenuate. La malattia di cui soffre Gabriele è dell’anima e non del cervello. Bisogna, quindi, scomodare le leggi dell’etica e della morale. E se le tacitassimo, allora avremmo reso un pessimo servizio alla civiltà. Se questo avvenisse, vorrebbe dire che viene negata alle radici Resistenza stessa del libero arbitrio, e ogni possibilità di giudizio sul bene e sul male. Sarebbe tra tutti gli effetti perversi possibili di una vita perversa, il risultato più devastante. Ma siamo certi che non accadrà.

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