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Genoa-InterLa mente corre al 23 maggio di un anno fa e, prima ancora, al 20 settembre del 2011. Notti che hanno segnato profondamente il rapporto tra Gian Piero Gasperini e il mondo Inter: il 23 maggio è stato consacrato all’estasi rossoblù, con quel 3-2 per il Genoa che tolse a Mancini le ultime possibilità di riacciuffare almeno un posticino in Europa League nella travagliata stagione del ritorno a Milano. Il 20 settembre 2011 riporta la mente a Novara e a quell’umiliante 3-1, sotto gli occhi di un impietrito Massimo Moratti, che decise di esonerare il profeta dell’indigesta difesa a tre che non aveva ancora vinto una sola partita come suo allenatore. Un amore mai nato quello tra l’Inter e Gasperini tanto che ogni volta che ancora oggi si ritrovano da avversari, sono scintille. E pure stavolta “Gasperson”, arrivato al capolinea della sua era a Marassi, sogna l’ennesimo sgarbo a chi non ha capito (o non ha voluto capire) il suo calcio quasi fosse un eretico: cancellare, pure quest’anno, i sogni europei dell’Inter. Stavolta il danno – visto che in ballo c’è la Champions -, sarebbe economicamente più fragoroso per la società e ben più bruciante per la squadra come provano pure le parole di Kondogbia (stasera out per squalifica) all’Equipe: «La Champions non la guardo in tv perché mi rode non esserci: per me non giocarla per due anni di fila sarebbe troppo». 

Qualora i suoi compagni non dovessero sbancare Marassi, il rischio sarebbe alquanto concreto. E Roberto Mancini è il primo a saperlo. Come sa che per Gasperini non sarà una gara come tutte le altre e che il Genoa sarà tutt’altra squadra rispetto a quella vista perdere malamente con il Carpi. L’obiettivo del Mancio è mettere tutta la pressione del mondo sulle spalle della Roma ma, per riuscirci, dovranno arrivare 6 punti nelle prossime due partite (la prossima, con l’Udinese a San Siro sotto gli occhi di Thohir pare un assist) per gustarsi Roma-Napoli a un punto dai giallorossi, posto che questi riescano a battere il Torino. La gara di questa sera sarà anche l’ennesimo esame di maturità per un gruppo che deve ancora abituarsi all’idea di non poter mai sbagliare partita. Per questo sull’argomento Mancini è stato tranciante nel sottolineare che se non arriveranno due vittorie nei prossimi 180’ di campionato «vorrà dire che avremo buttato via quanto di buono fatto con Frosinone e Napoli». Se non è una chiamata alle armi, poco ci manca. Perché è vero che l’Inter che verrà dovrà ripartire dalle certezze di quella attuale («Non possiamo certo cedere ora Perisic», ha ringhiato il Mancio solo all’idea) però società e allenatore utilizzeranno l’ultimo mese di campionato anche per capire a che punto è arrivato il percorso di crescita della squadra. Un’Inter che è andata ben oltre alle aspettative fino a dicembre, che ha vissuto un inverno freddissimo e che ora è tornata a macinare punti grazie a un gioco finalmente apprezzabile. Finire bene, anche se non al terzo posto (dopo tutto il boccino ce l’ha ancora saldamente in mano la Roma) darebbe a tutti lo slancio di ripartire con questo gruppo. Altrimenti, Mancini potrebbe essere tentato dall’idea di fare l’ennesima rifondazione…

Una lunga lista di assenti e tanta voglia di riscattare la sconfitta di Modena con il Carpi. Sarà un Genoa battagliero ma ben diverso da quello che nemmeno undici mesi or sono sconfiggeva l’Inter con un gol di Kucka conquistando un sesto posto dall’effimero sapore d’Europa. «Abbiamo vissuto un sogno e una favola come fosse realtà, chiaro che stavolta sarà un po’ diverso ma la partita dell’anno scorso rimane una delle più belle degli ultimi dieci anni». Gasperini però per questa sera dovrà fare i conti soprattutto con la dura realtà delle assenze. Squalificato Izzo (obiettivo nerazzurro sin da gennaio), sono indisponibili Perin, Burdisso, Rincon e Pandev. Probabile quindi un Genoa versione 4-3-3 con Suso preferito a Cerci in avanti e la coppia Fiamozzi-Ansaldi arretrati in difesa. In ogni caso la voglia di riprendere quel cammino che ha portato alla salvezza in anticipo è tanta. « E’ ancora forte il dispiacere per non aver sfruttato un’opportunità che ci avrebbe permesso di continuare con la striscia positiva – ha spiegato il tecnico del Genoa -. Dovremo essere reattivi e pronti perché incontriamo una squadra che sta bene, è forte ed è in condizione. Dobbiamo avere una reazione importante, giochiamo sul nostro campo e davanti al nostro pubblico: ci sono tutte le componenti per fare bene Dovremo tirare fuori tutte le nostre caratteristiche e dopo aver superato la rabbia e la delusione metteremo dentro tutte le nostre qualità per giocarci la partita non avendo stress da classifica. Dobbiamo fare solo una buona gara». 

«Non voglio essere un’ombra, resterò supervisore, da amico». Così Massimo Moratti ieri ha commentato la situazione legata alla cessione di un pacchetto di minoranza dell’Inter, un’operazione che, se impostata in un certo modo, potrebbe vederlo nuovamente a guida dell’Inter. L’ex patron ha invece smentito che ci sia fra i suoi piani un ritorno alla maggioranza. Moratti ha parlato ieri a margine della presentazione del libro di Ivan Ramiro Cordoba (“Combattere da uomo”). Sul palco l’ex numero uno nerazzurro ha ricordato i vecchi tempi e lanciato un paio di stoccate, una a Benitez: «Cosa abbiamo sbagliato nella gestione del post Triplete? Per me l’allenatore – ha sorriso -. È un grande professionista, ma non potevamo festeggiare niente, vivevamo nel terrore. Poi è arrivato Leonardo, uno dei migliori allenatori che abbiamo avuto». L’altra alla Roma: «Noi a Cordoba abbiamo voluto tantissimo bene, ho l’impressione che a Roma a Totti vogliano bene… un po’». Ma ovviamente quanto premeva sapere era l’attualità: «La Champions? Ci credo, ci spero. I giocatori hanno dimostrato di saper far bene col Napoli e di potercela fare. E poi Mancini in Inghilterra ha vinto un campionato all’ultimo secondo, con noi uno scudetto all’ultima gara a Parma: ho l’impressione che sia capace di fare di nuovo una tale impresa». 

Il tema clou, però, rimane il club. Thohir da tempo ha dato mandato a Goldman Sachs di trovare degli investitori in Asia. Ci sono tre gruppi cinesi che stanno studiando i conti della società. Le indiscrezione parlano del Suning Commerce Group, di ChemChina (controllante di Pirelli e per questo legata forse a Moratti) e Wanda Group, anche se ieri quest’ultimo ha smentito: «La compagnia vuole chiarire che non ha in programma l’acquisizione di quote dell’Inter». Il tempo stringe, Thohir vorrebbe inserire un socio di minoranza al 20% perché Moratti non ha mai ricapitalizzato dal momento della cessione. Nelle idee del tycoon c’è un calo di quote, sue (dal 70% al 56%) e del partner (dal 29,5% al 23,5%), ma Moratti nicchia, non si capisce cosa voglia fare e anche ieri non ha dato certezze: «Ho letto cose strane, non vedo le paure che ci sono all’esterno, credo che Thohir stia portando avanti le sue cose per mettere in condizione l’Inter di fare bene, di essere competitiva. Se io posso tornare con più forza? E’ difficile, diventerei un’ombra costantemente sui piedi. E’ bene che loro facciano il loro progetto, se dico una cosa li metto in difficoltà. Resterò per sempre un supervisore, da amico».

 Genova nasci e vivi fino a vent’anni, poi cerchi di trovare lavoro e ti rendi conto che è difficile riuscirci. Allora te ne vai. E dopo che te ne sei andato, cominci a rimpiangerla». Fabrizio De André parlava così della sua città. Un pensiero che si può applicare anche a Mauro leardi ed Eder. Due che a Genova con la Sampdoria hanno trovato gol, notorietà, affetto, crescita e incomprensioni. E questa sera per loro sarà un derby di passione. Mauro, il giovane che a vent’an- ni ha lasciato Genova, e Martin che lo ha fatto nell’anno dei trenta per inseguire la consacrazione.

ICARDI, GOL E AMORI Mauro segnò subito al primo derby con la Samp, il 18 novembre 2012, il gol del definitivo 3-1. Esultanza con le mani alle orecchie sotto la Gradinata Sud e ammucchiata dei compagni. Dieci mesi prima aveva fatto le prove, con la Primavera, per un 1-1 finale. Gli anni di Genova sono stati quelli che lo hanno cambiato professionalmente e umanamente. Trascorreva molto tempo con Maxi Lopez nel centro della città, nella sua casa in centro. Fu il periodo in cui si smarcò dal ruolo di amico per indossare i panni del conquistatore di Wanda Nara, lasciando la fidanzata storica, Patri. Un movimento dei suoi, come in area. I difensori spesso non se ne ac

corgono. Nemmeno Maxi, a quanto pare. Bogliasco luogo anche di silenzio e attesa per pescare. Trascinato da Angelo Palombo, il leader spirituale della Samp moderna. Mauro ha portato avanti la passione condivisa con il padre Juan Carlos. Passione marittima, come dargli torto, lui cresciuto alle Canarie, passato da Barcellona e ritrovatosi nel Golfo ligure. «A Milano mi manca solo il mare» – aveva ammesso qualche mese dopo l’arrivo allTnter. Ieri Roberto Mancini in conferenza ha detto che avrebbe dovuto valutarlo in vista del Genoa per qualche acciacco non assorbito dalla gara con il Napoli. Mezzora dopo ha svolto tutto il lavoro con gruppo mostrando la sua solita spavalderia (è arrivato in Lamborghini spyder): «I gol li

saprà sempre fare, anche quando giocherà male». Tre gare in 8 giorni possono far pensare a un turnover. Replica: ha 23 anni, è il capitano, è stato inserito nella lista dell’Argentina pre-olimpi- ca, in 73 giorni (tra il Chievo e il Napoli) ha segnato 7 gol e al prossimo scatta il bonus del 15°.

EDER E IL PESTO Forse non rimpiange Genova, però d ripensa. Eder anche ieri scherzava sul campo nel riscaldamento. Questa sera dovrebbe tornare titolare: non accade dal 19 marzo, giusto un mese fa. In tutto 10 partite (una in Coppa Italia) e nemmeno un gol (12 con la Samp). Nel derby d’andata segnò con un destro piazzato nell’angolo basso. «Speriamo che possa segnare qualche gol decisivo da qui alla fine» – ha com

mentato Mancini. Dopo 3 panchine di fila, il Ferraris sembra la tappa buona per rilandarlo. Per il morale, suo e della sodetà che ha investito 13 milioni complessivi (2 di prestito e 11 di riscatto da pagare dal 1° luglio 2017). Lui a Genova d toma spesso nei giorni di riposo, per ritrovare gli equilibri recenti. Tappa a Bogliasco dal ristoratore di fiduda, piatto di trofie al pesto e poi ritorno a Milano con in auto la scorta di vasetti del tipico prodotto ligure. Genova l’ha vissuta nel suo stile, riservato, scoprendo ogni baia della costa con moglie e figlio (Eduardo), affidandosi al barbiere di fiducia Max, godendosi qualche serata al circo. Giocare a Genova ricordando il passato con leardi: tutto può aiutare.

Intervenuto alla presentazione del libro scritto da Ivan Ramiro Cordoba («Combattere da uomo»), il socio di minoranza Massimo Moratti ha voluto toccare diversi temi. «Al terzo posto – dice Moratti – ci credo, i giocatori sabato scorso hanno dimostrato di poterlo agguantare. Poi ricordiamoci che c’è Mancini: ha vinto all’ultimo secondo in Inghilterra e lo scudetto in quella gara a Parma. E’ capace di farlo di nuovo. Se resterà? Beh, sì».

DA AMICO, RAFA E TOTTI Poi

ecco le questioni societarie. «Ho letto cose strane – dice Moratti – ma all’interno del club non vedo le paure che si percepiscono esternamente. Thohir mi dice altro e sta mettendo l’Inter nelle condizioni di far bene. Se io tornerò con più forza? No, è difficile: diventerei un’ombra costante su chi c’è e se dico una cosa li metterei in difficoltà. Se comunque supervisionerò? Sì, da amico…». Moratti tocca il tema-Totti («Ho l’impressione che alla Roma gli vogliano bene, ma un po’… A suo tempo lo trattammo»), poi riaccende la miccia-Benitez: «Fu uno sbaglio. Grande conoscitore del calcio ma ci fu una grandissima

differenza caratteriale e comunicativa con questo ambiente che aveva vinto. Lui voleva che tutto venisse dimenticato: c’era il terrore di ricordare ed esultare e quindi non c’era più l’entusiasmo e il divertimento di prima».

ANIMA E… FRA STEFANO Per

Roberto Mancini la squadra «inizia ad avere un’anima vera», giusto in tempo per tenere aperto il cancelletto del 3° posto. Con 5 turni ancora da giocare, potrebbe essere tardi. Ma non troppo tardi. «Si arriva a un punto – continua il tecnico – in cui si cresce sotto tutti i punti di vista, ed è quello che sta accadendo. A volte chi sta fuori giudica in maniera diversa, ma noi che facciamo questo lavoro sappiamo che qualcosa di buono è stato fatto». E qualcosa di buono deve per forza essere fatto stasera con il Genoa (Inter senza vittorie nel Ferraris rossoblu dal 13 dicembre 2011, gol di Nagatomo) per non annullare il recente passato. «La vittoria contro il Napoli conterebbe molto se saremo bravi nelle prossime due gare (Genoa e Udinese, ndr). Altrimenti avremmo buttato tutto. I punti persi tra gennaio e febbraio? Non mi spiego ancora quel black-out, comunque anche il Barcellona ha perso 4 delle ultime 5 gare, ma non è diventata una squadra scarsa all’improvviso. In Europa ci sono squadre che hanno investito centinaia di milioni e ora lottano per il 5°-6° posto. A volte va tutto storto e non si riesce a vincere. Da noi la Juve non può vincere per 10 anni di fila e le altre devono sapersi rinforzare». Ma in Italia il giudizio si basa ancora troppo sul risultato? «La storia non cambia e non cambierà. C’è poca pazienza – ammette Mancini – e questi sono i limiti di tante società». Curiosità: ieri ad assistere all’allenamento c’era Fra Stefano, frate francescano umbro amico di Mancini.

Gasperini il guastafeste ha un’immagine fissa nella mente: il colpo di testa di Kucka, all’89’, e il successo sul- l’Inter in uno stadio festante. È accaduto il 23 maggio 2015, quindi il ricordo è ancora fresco, ma quell’immagine, quei rumori, quei colori che esaltavano la gioia dei tifosi del Grifone non potrà dimenticarli: «Neppure – conferma – tra dieci anni. Quella è una partita che ha lasciato un segno profondo, anche se sapevamo che la licenza Uefa non potevamo averla, ma lo spettacolo offerto sul campo e le emozioni vissute resteranno a lungo». Tanto che il tecnico del Genoa se l’è ritrovate di fronte qualche giorno fa. «Ho visto Liverpool-Borus- sia Dortmund e ho assaporato lo stesso clima particolare, la stessa aria di impresa».

RICORDI Quel 23 maggio il Genoa superò la Fiorentina e si issò in zona Uefa, cancellando i sogni europei dell’Inter di Mancini. Stasera con un’impresa simile, Gasperini potrebbe togliere ai nerazzurri le ultime speranze di approdare al preliminare di Champions League. Cosa che, forse, brucerebbe ancora di più.

La situazione è cambiata: il Genoa non vola con il vento in poppa ed è falcidiato dagli infortuni, gli ultimi due capitati a Perin e Rincon. Dei protagonisti del 23 maggio, non è rimasto quasi nulla: ci sarà De Maio, rispunterà Pavoletti, autore di un gol in quell’occasione. Potrebbe scendere in campo Laxalt, che poco meno di un anno fa fece da comparsa nei minuti finali. Però Gasperini non rinuncerà a fare il guastafeste, anche perché la squadra è in un buon momento e, soprattutto, perché potrà ancora giocarsi la sfida al Ferraris.

CASA DOLCE CASA II Genoa a Marassi nel girone di ritorno è tornato temibilissimo. Sette partite, cinque successi e due pareggi: in generale a Marassi i rosso- blù hanno raccolto il 75% dei punti, 30 su 40. E nel ritorno solo Juve e Napoli hanno saputo fare meglio nelle sfide in casa. L’ultimo k.o. rossoblù al Ferraris risale al derby del 5 gennaio, l’ultimo pareggio al 6 febbraio, contro la Lazio. Gasperini ha inanellato quattro successi consecutivi, una serie ancora aperta. Nelle ultime 7 sfide a Marassi sono ben 5 le occasioni in cui i rossoblù hanno mantenuto la porta inviolata. I numeri dicono che l’impresa è possibile, anche se Gasperini non si illude : «L’Inter è fortissima a completa in ogni reparto, sta attraversando un momento positivo, non certo l’ideale per affrontarla, ma cercheremo di giocarcela a viso aperto, come abbiamo fatto nello scorso campionato quando abbiamo reso realtà quello che sembrava un sogno». L’incontro con Preziosi pare rimandato, forse alla prossima settimana. Con un nuovo successo, Gasperini potrebbe sedersi al tavolo più sereno e trovare la sintonia con il presidente (che si tiene Juric come prima alternativa).

Rimonta e impresa sfiorata contro l’imbattibile Juventus del 2016 in Coppa Italia. Pareggio ad armi pari all’Olimpico contro una Roma reduce da otto successi consecutivi. Vittoria meritata e convincente contro il Napoli da scudetto di Sarri. Se tre indizi fanno una prova, allora questa Inter è una squadra che, al di là di come finirà questo campionato, la prossima stagione potrà dire la sua nella corsa al titolo. Ma per farlo, è chiaro, la squadra costruita dalla società e Roberto Mancini la scorsa estate con 10 acquisti più Eder a gennaio non andrà smontata.

Il presidente Erick Thohir – lo ha fatto capire anche domenica in un’intervista rilasciata al proprio canale tematico – non vorrebbe indebolire la rosa attuale e dunque cedere uno o due big, ma è evidente che il bilancio nerazzurro che si chiuderà con un passivo di circa 50 milioni non potrà sorridere se non arriverà l’agognato terzo posto. L’Inter avrà la necessità di recuperare milioni, sia per la campagna acquisti estiva, sia in previsione del bilancio ’16-17 che andrà invece chiuso in parità per non incorrere nella multa da 7 milioni della Uefa per il Fair Play Finanziario: quella di 7 per quest’annata dovrebbe invece essere evitata (il passivo che verrà presentato all’Uefa dovrebbe essere di 30 milioni perché sgravato da alcune spese che non interessano all’organismo europeo). Cedere uno o due campioni – Handanovic, Miranda, Murillo, Brozovic, Perisic e Icardi i candidati – risolverebbe in un amen tutta la questione, ma inevitabilmente colpirebbe il percorso di crescita della squadra. Perché tolti i totem over 30 Handanovic e Miranda, gli altri sono giocatori ancora giovani, di prospettiva e che garantiranno un futuro radioso all’Inter. Thohir deve quindi tenere duro. Se vuole riportare davvero l’Inter fra le prime 10 squadre del mondo dovrà essere capace di rinforzare la squadra senza perdere le sue stelle, altrimenti il progetto legato a Mancini sarà monco e la prossima annata bisognerà ripartire quasi da zero. L’Inter nell’ultimo mese e mezzo, salvo lo scivolone interno col Torino, ha invece dimostrato di poter ambire allo scudetto. C’è ancora un gap da colmare con la Juventus e lo si può fare solo tenendo i giocatori più forti con sé.

 Quindi Thohir non solo non dovrà pensare alle cessioni “facili” per fare cassa, ma anche saper resistere a quelle offerte “irrinunciabili” che sicuramente arriveranno in estate per i suoi big. Uno che potrebbe essere corteggiato è sicuramente Icardi, arrivato a quota 37 gol negli ultimi due campionati a soli 23 anni di età. E’ lui la stella dell’Inter e ieri lo ha sottolineato senza troppa modestia anche la sua moglie, nonché manager Wanda Nara: «Posso dire che Mauro è felice di vivere a Milano e di giocare con l’Inter – ha raccontato a Itasportpress.it -. Sicuramente le chance di acciuffare il terzo posto passano dai piedi di Mauro. E’ sempre determinante visto che fa gol e assist vincenti: i numeri parlano da soli. Non ci sono limiti per lui, quando tocca la palla succede sempre qualcosa di buono».

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