Gerusalemme, attentato in strada morti due israeliani: Palestinese spara sulla folla in attesa del bus

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Grave attentato nella giornata di ieri a Gerusalemme e nello specifico in una strada di Gerusalemme, lungo il percorso della ferrovia leggera, dove un uomo armato di origine palestinese ha aperto improvvisamente il fuoco uccidendo due persone e ferendo altri sei cittadini israeliani. I fatti sono accaduti vicino alla Collina delle munizioni, nei pressi del comando della polizia israeliana. A morire sono stati una donna di 60 anni ed un poliziotto di 30, i quali subito dopo essere stati colpiti sono stati ricoverati d’urgenza ma le loro condizioni sono peggiorate durante le operazioni di soccorso da parte dei medici. Sono queste le notizie diffuse nella giornata di ieri dalla radio Gerusalemme; nello specifico, secondo le prime ricostruzioni pare che un uomo, ovvero un palestinese di 39 anni sia sceso da un’auto bianca davanti ad una fermata del tram ad Ammunition Hill,l dove si trova il memoria della Battaglia per Gerusalemme, relativo alla Guerra dei 6 giorni ed ha sparato contro le persone presenti.

Una volta sceso dall’auto, l’uomo è risalito a bordo del veicolo e si è diretto verso la stazione di Shimon Hatzadik, dove ha di nuovo aperto il fuoco sulla folla; a quel punto sono intervenute le forze dell’ordine e nello specifico le forze di sicurezza israeliane che lo hanno ucciso al termine di una breve sparatoria nella quale due agenti sono rimasti feriti. “Il terrorista che ha aperto il fuoco è stato colpito e ucciso”, è questo quanto diffuso dal portavoce della polizia di Gerusalemme sull’attacco di ieri, tramite un post diffuso su Twitter. “Abbiamo elevato le misure di sicurezza in città“, ha aggiunto ancora il portavoce. La Farnesina ha condannato il vile attentato compiuto nella mattinata di ieri dal palestinese che come anticipato ha provocato la morte di una donna e di un agente di polizia. Il movimento palestinese Hamas, che governa la Striscia di Gaza si è felicitato per l’attacco, definendolo una risposta naturale ai crimini dell’occupazione e alle sue violazioni contro il nostro popolo e i suoi luoghi sacri.

Nell’ultimo anno purtroppo gli attentati sono aumentati effettuati per mano di palestinesi che spesso hanno utilizzato armi da taglio o armi rudimentali, uccidendo 33 israeliani e due cittadini americani; da quanto è emerso, sempre nello stesso periodo 220 palestinesi sono morti in azioni violente in Cisgiordania, Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. Il bilancio potrebbe aumentare nei prossimi giorni, quando in Israele a partire da domani comincerà Yom Kippur ovvero il Giorno del pentimento, che segue, seppur di poco il Capodanno ebraico, celebrato la settimana scorsa.Alla luce di quanto accaduto nell’ultimo periodo, Israele ha accusato i leader palestinesi di propaganda che incita gli attacchi, mentre le autorità palestinesi hanno affermato che gli assalitori agiscono per lo più mossi dalla disperazione e contro le politiche di allargamento degli insediamenti dei coloni nei Territori.

Oggi sarebbe dovuto entrare in carcere per scontare quattro mesi di carcere, dopo una condanna per aver aggredito un poliziotto. Era già stato un anno in prigione, per incitamento sui social network alla violenza contro gli israeliani. Ma ieri mattina era libero, e ha messo in pratica quello che sosteneva si dovesse fare nei messaggi che aveva postato su Facebook. E prima di mettere in pratica la sua decisione ha registrato un messaggio d’addio, l’ennesima esortazione alla violenza nel tenore di «seguite il mio esempio».

Ha sparato e ucciso due volte a Gerusalemme, alla fermata della metro di superficie, a poca distanza – forse una volontaria beffa – dal Comando centrale di polizia. Dopo l’attacco, la fuga e la morte. La polizia l’ha inseguito e ucciso, fornendo poi qualche essenziale dato anagrafico: Abu Misbah Sbeih, palestinese di Gerusalemme Est, 39 anni, appartenente a un gruppo di attivisti islamici messo da qualche tempo fuorilegge da Israele, i Mora-bitun, che a Gerusalemme sono i fedelissimi della Moschea al Aq-sa.

La dinamica, così come è stata ricostruita dalla polizia, è quella di un attacco probabilmente improvvisato, l’ira del singolo in uno scenario che si ripete: sono 33 gli israeliani morti, e con loro due turisti statunitensi da quando sono ripresi – circa un anno fa – questi attentati estemporanei a Gerusalemme. Nell’ultimo – il 19 settembre scorso – due agenti sono stati feriti, uno gravemente, a colpi di coltellate. Nello stesso periodo di un anno sono stati uccisi 218 palestinesi. Rende noto la polizia israeliana che «la maggior parte» di questi erano aggressori. Ancora una volta il teatro della violenza è la piccola zona di confine che divide la Gerusalemme araba da quella israeliana.

Abu Misbah Sbeih ieri mattina è giunto in auto, ha cominciato a sparare dalla vettura, ferendo sette persone, tra la gente che aspettava la metro leggera e che era nei dintorni. Poi è sceso e ha abbandonato la vettura, fuggendo verso il quartiere palestinese, inseguito dagli agenti sopraggiunti, e qui ha colpito. Una fuga breve, uno scontro a fuoco durante il quale è rimasto ferito un agente, e la polizia ha ucciso il terrorista. Poco dopo, le agenzie di stampa hanno dovuto diffondere la notizia che due feriti – l’agente di polizia, un trentenne, e una donna che era seduta vicino alla fermata, di sessant’anni – erano morti in ospedale.

Appena si è conclusa questa tragedia, si è consumata la stessa liturgia. Il Consiglio della Difesa israeliano si è riunito con urgenza, e alcuni ministri – riferisce la stampa locale – reclamano una ritorsione dura. La partita di qualificazione ai Mondiali, Israele e Lichtenstein in programma ieri sera proprio a Gesuralem-me, è stata invece confermata anche se con misure più strette di sicurezza. Dalla Cisgiordania, un volantino che sarebbe stato distribuito da Hamas inneggia al terrorista definendolo il «leone di Gerusalemme» per il suo impegno nel difendere la moschea al Aqsa.

Una liturgia di violenza, dove una giusta necessità di difesa diventa, da parte israeliana, un suggerimento di repressione; e da parte di Hamas un’invocazione di nuovi atti di violenza su innocenti. Dall’Autorità nazionale palestinese si cerca di alleggerire le responsabilità: l’attentato – si sostiene, senza i toni trionfalistici di Hamas – è la conseguenza della sospensione dei colloqui di pace, e la contemporanea – e illegale – espansione delle colonie israeliane nei territori occupa-ti.Secondo il portavoce di Hamas Fawzi Barhum l’attentato «è la reazione naturale ai crimini» che avrebbe commesso Israele contro i palestinesi «ed in particolare nella moschea al Aqsa» di Gerusalemme. Un atto di terrorismo non diventa mai un suggerimento di pace in questo angolo infuocato del Medio Oriente.

È bene tenere a mente quanto accaduto ieri a Gerusalemme, perché da qui a poco verrà replicato in Europa. Il fatto: ieri un palestinese si è avvicinato in auto ad un gruppo di persone che aspettavano la metropolitana leggera ad una fermata vicino alla sede della polizia di Ammunition Hill e ha iniziato a sparare. Due i morti, una donna di 60 anni e un poliziotto, otto i feriti, tra loro una donna al volante della sua auto. Poi è fuggito verso il quartiere arabo di Sheikh Jarrah dove è stato intercettato da poliziotti in moto. Sceso dall’auto il palestinese ha ripreso a sparare, ha ferito gravemente un agente m a è subito stato ucciso dai suoi colleghi.

L’uomo, membro del gruppo palestinese fuorilegge dei Morabitun, avrebbe dovuto entrare in carcere oggi per una condanna a 4 mesi per avere postato su Facebook appelli a uccidere ebrei. Dunque, un nuovo, ma diverso, episodio della Intifada dei coltelli, subito salutato con entusiasmo dai media di Hamas a Gaza.

Non c’è dubbio che presto, in Europa, questa nuova tattica assassina, sparare su civili da una m acchina in moto, verrà imitata. Lo insegna l’esperienza, perché contagiosa è stata l’Intifada dei coltelli, imitata in Inghilterra (due militari uccisi con una mannaia), in Germania, in Francia e anche in Italia, a Milano, col ferimento a coltellate di un ebreo. Molti “lupi solitari” jihadisti europei, arabi di seconda generazione, trovano comodo ed efficace non impegnarsi in complessi preparativi per mettere in atto attentati con l’esplosivo e colpiscono più semplicemente, vigliaccamente, a sorpresa, magari su un treno, come in Baviera, cittadini inermi e innocenti. Spesso urlando come ossessi «Allah ‘o Akhbar», per levare ogni dubbio sul significato rituale della loro voglia di morte. Sono kamikaze, cercano, vogliono la propriamorte pur di poterla infliggere agli odiati “cristiani ed ebrei”, sono seguaci di una teologia della morte, uno scisma dell’Islam ampiamente motivato dall’ayatollah Khomeini, che ormai è strutturato come una vera e propria religione apocalittica e ferale.

Il fatto tragico è che l’Occidente, l’Europa, persino l’ottimo papa Francesco, si rifiutano di prendere atto della profondità ed estensione di questo scisma islamico, si perdono nella ricerca di astruse motivazioni che muoverebbero questi kamikaze. Vengono dipinti come “spostati”, emarginati, frustrati, si sprecano economicismo, sociologia e psicologia pur di non comprendere quello che è evidente: ika-mikaze che uccidono civili inermi sono seguaci di una ideologia lucida e orrenda, di un culto della morte che nulla ha da invidiare a quello dei nazisti. Ma quello che è ancora più grave è che quando questo osceno culto colpisce gli ebrei, gli israeliani, l’Europa trova un’altra scusa per non comprendere. Si racconta che la colpa in fondo è loro, degli ebrei, degli israeliani, che non risolvono la questione palestinese. Non comprende, non vuole comprendere che la questione palestinese non si risolve proprio perché è intrisa, contaminata, deviata da questo culto di morte di cui Hamas e il suo stato del terrore a Gaza è la rappresentazione politica e ideologica. Non comprende che da un secolo il sionismo contrasta questo jihadismo assassino – dal Gran Multi a Hamas- che impedisce ogni pace, ogni accordo, anche quando Israele dichiara di essere pronto a restituire il 95% dei Territori, come fece Ehud Barak nel 2.000. E Arafat rifiutò. Non comprende che il destino che il jihadismo propugna per Israele, la sua distruzione, è lo stesso che propugna per l’intero Occidente.

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