Giulio Regeni: Spunta questa clamorosa ipotesi dietro la terribile vicenda

Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore Mi raccomando Giulio, domani chiuditi in casa, non uscire, è una giornata pericolosa”. Tranquilla mamma, non mi metto nei guai». Sono queste le ultime parole di Giulio Regeni, 28 anni, alla madre. Giulio parlava dall’Egitto, dove viveva da qualche mese per motivi di studio. Era il 24 gennaio, la vigilia del quinto anniversario della rivolta che provocò la caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak. Una ricorrenza che tutti gli anni fa registrare violenti scontri e centinaia di arresti. Quella che avete letto è l’ultima conversazione tra Giulio, in collegamento audiovideo via Internet dal Cairo, e la sua mamma, Paola Deffen- di, residente nel piccolo paese di Fiumicello, in provincia di Udine. 24 ore più tardi Giulio spariva nel nulla. Di lui non si sono avute più notizie per nove, interminabili giorni. Fino al pomeriggio del 3 febbraio, quando il corpo devastato del giovane studente è stato rinvenuto in un fosso ai bordi di una strada che collega Il Cairo ad Alessandria, altra città dell’Egitto. Tanti dubbi, una sola certezza: Giulio è stato torturato e ucciso perché ritenuto una spia. Tradito da una persona di cui si fidava.

Ma chi era davvero Giulio Regeni? Giulio era un giovane studente che aveva vinto un dottorato a Cambridge, famosa università inglese, e si trovava da settembre nella capitale egiziana per raccogliere informazioni sull’economia locale. Le ricerche gli sarebbero servite per completare la tesi di laurea. Parlava bene la lingua araba e collaborava, sotto falso nome, per un sito Internet straniero e per il giornale italiano II Manifesto. Nei suoi articoli si occupava di movimenti operai, sindacati e mondo del lavoro.

Di Giulio si sono perse le tracce poco dopo le 20 del 25 gennaio: quella sera si sarebbe dovuto recare a una festa di compleanno di un amico egiziano al ristorante di Gad in Bab el Luk, ma chi lo aspettava non lo ha mai visto arrivare. Prima di andare alla festa, Giulio sarebbe dovuto passare da Giza, un quartiere del Cairo, dove era stata convocata una manifestazione di protesta. Ma non è mai arrivato. È stato sequestrato, torturato per diversi giorni e poi ucciso. I suoi assassini hanno abbandonato il cadavere sul ciglio di una strada, tentando così di simulare un incidente stradale. Hanno fatto di tutto per depistare le indagini.

Quella del povero studente friulano è stata una “morte lenta e dolorosa”, come stabilito dai medici che hanno eseguito l’autopsia presso l’università La Sapienza di Roma. Per fare luce su questa tragica vicenda, la Procura della Repubblica italiana ha aperto un’inchiesta per omicidio volontario. Ma torniamo alla clamorosa ipotesi investigativa di cui Giallo è venuto a conoscenza e di cui vi riferiamo in esclusiva. Come dicevamo, Giulio sarebbe stato ammazzato perché scambiato per una spia e “tradito” da qualcuno di cui si fidava. Potrebbe trattarsi di una persona a cui il ricercatore si era rivolto per entrare in contatto con qualche oppositore del presidente Al Sisi.

Il giovane, da qualche tempo, era tenuto sotto controllo dalla polizia egiziana, che voleva conoscere l’identità delle sue fonti e scoprire chi gli avesse passato le informazioni contenute nei suoi articoli. Giulio, infatti, si stava dedicando a un tema scottante e delicato: il mondo dei venditori ambulanti e dei tassisti locali, che stanno portando avanti una protesta sindacale per ottenere maggiori diritti. Per questo, una volta sequestrato, lo hanno sottoposto a interrogatori pesanti e poi seviziato fino a ucciderlo. Il giovane, evidentemente, si è rifiutato di collaborare.
Ma Giulio era solo un ricercatore, non una spia. Era un ragazzo perbene. Aveva studiato a Fiumicello, in provincia di Udine e dopo le scuole medie si era trasferito a Trieste per frequentare il liceo “Petrarca”. Grazie a una borsa di studio, si era trasferito in un prestigioso istituto del New Mexico (Stati Uniti).

Completate le scuole superiori, era volato in Inghilterra: prima a Oxford, dove si era laureato, e poi a Cambridge per il dottorato. Aveva la passione del giornalismo ma preferiva firmare i suoi articoli con un finto cognome, proprio per paura di ripercussioni. Torniamo ora a quel maledetto 25 gennaio. In quelle ore numerose “retate” sono state compiute dai servizi di sicurezza egiziani per prevenire manifestazioni di protesta. Le autorità egiziane temevano che in occasione della ricorrenza, i movimenti rivoluzionari potessero approfittarne per dar luogo a scontri. Per questo era stata data disposizione di eseguire una serie di arresti a tappeto finalizzati a prevenire qualsiasi forma di disordine. Giulio, ignaro del rischio, si era comunque messo in testa di intervistare alcuni manifestanti. Di ascoltare le loro ragioni.

Potrebbe aver tentato di raggiungere il luogo in cui era stata convocata una manifestazione in modo da intervistare qualche dissidente. E questo, con ogni probabilità, gli è stato fatale.
Il Governo egiziano ha fatto di tutto per depistare le indagini. Ha detto Khaled Shalabi, direttore del Dipartimento investigativo del quartiere di Giza: «Dalle prime indagini emerge che la morte è stata la conseguenza di un incidente d’auto». Una bugia smentita poche ore dopo dal magistrato Ahmed Nagi, che ha ammesso la presenza di «segni di bruciature di sigarette e ferite da coltelli» sul corpo del povero Giulio.

Ma ci sono ancora tante ombre in questo tremendo omicidio. Stando ai primi accertamenti dell’autopsia, la morte del ricercatore italiano sarebbe stata provocata dalla frattura della colonna cervicale. Scrivono i medici: «La frattura sarebbe stata determinata da una torsione innaturale del collo da parte di una persona che gli stava di fronte. Questa azione ha avuto come conseguenza la rottura del midollo spinale e la inevitabile crisi respiratoria che ha determinato il decesso». Le modalità dell’omicidio sono identiche a quelle di un altro caso che risale a tre anni fa, quando un 28enne che si opponeva al regime di Al Sisi fu torturato e ucciso. Anche per lui, come per Giulio, le autorità parlarono di “incidente stradale”. Entrambi, Mohammed e Giulio, sarebbero stati vittime della spietata repressione che in questi anni ha coinvolto migliaia di persone.

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