Daniela Poggiali, ergastolo all’infermiera killer: uccise anziana con potassio e fece selfie con pazienti moribondi

La Corte d’Assise di Ravenna, dopo otto lunghe ore di camera di Consiglio, ha condannato all’ergastolo l’ex infermiera 44enne Daniela Poggiali, accusata nello specifico, di avere ucciso un’anziana donna di 78 anni.

Per essere più precisi la condanna in questione contro l’ex infermiera sopra citata fa riferimento all’omicidio di Rosa Calderoni, anziana donna che l’8 aprile del 2014 è stata uccisa, presso l’ospedale ‘Umberto I’ di Lugo dove si trovava ricoverata da poche ore, con una potente iniezione di due fiale di potassio che si sono rivelate fatali causandone la morte. Nello specifico, secondo il pm l’omicidio è avvenuto intorno alle 8.15 di mattina quando l’ex infermiera aveva fatto uscire dalla stanza la figlia della paziente rimanendo da sola con quest’ultima per circa dieci minuti. La corte d’Assise di Ravenna non ha avuto alcun dubbio e ha deciso di dare all’ex infermiera il massimo della pena per l’orrendo reato commesso e a proposito di ciò, intervistato da Il Corriere della Sera proprio dopo la lettura della sentenza avvenuta nella serata di ieri, venerdì 11 marzo 2016, il procuratore di Ravenna Alessandro Mancini ha dichiarato di essere rimasto molto soddisfatto della condanna inflitta all’ex infermiera dell’ospedale di Luogo e nello specifico ecco quanto affermato: “Considerato che l’ergastolo è sempre un momento drammatico, siamo soddisfatti che il lavoro svolto dai carabinieri e dal pm Angela Scorza abbia trovato conferma. Diciamo che in questo caso la giustizia si è imposta”. Daniela Poggiali è stata condannata per l’omicidio dell’anziana donna sopra citata ma attualmente è ancora indagata per la morte sospetta di altri dieci pazienti.

Da alcune indagini e analisi effettuate dagli inquirenti, secondo quanto trapelato dalle prime indiscrezioni, è stato evidenziato che sembrerebbero esservi state nel corso dei suoi turni circa una novantina di persone decedute in più rispetto a quella che è la media dei periodi in cui l’ex infermiera non era presente ma secondo la donna è stata solo una pesante sfortuna il fatto che i pazienti morissero proprio nel suo turno. In riferimento all’omicidio dell’anziana donna, secondo il Pm l’infermiera, consegnando al laboratorio di analisi una fiala di sangue appartenente ad una paziente che non era la settantottenne deceduta, aveva provato a depistare le indagini ed inoltre, dopo che la paziente era ormai morta, Poggialli aveva anche scambiato l’ago del suo deflussore con quello di un altro paziente.

A far discutere è anche il gesto compiuto dall’ex infermiera dopo l’orrore ovvero dopo aver ucciso l’anziana paziente. La donna infatti ha anche avuto il coraggio di fare un selfie con la paziente moribonda, un comportamento questo di cui la stessa Poggiali sembrerebbe essersi pentita affermando in diverse occasioni che quegli scatti sono stati un grave errore ma sottolineando di non aver voluto uccidere, volutamente, Rosa Calderoni. L’ex infermiera oltre ad essere stata condannata all’ergastolo dovrà anche provvedere a fornire una somma di denaro pari a 150 mila euro ai due figli della vittima.

La pena massima quella dell’ergastolo, senza isolamento diurno e con l’esclusione dell’aggravante dei motivi abbietti e la conferma di quelle della premeditazione e dell’uso di un mezzo venefico. Dopo 8 ore di camera di consiglio, è questa la sentenza dei giudici della Corte d’assise di Ravenna che hanno condannato Daniela Poggiali, 44enne ex infermiera dell’ospedale Umberto I di Lugo,
nel Ravennate, accusata di avere ucciso una sua paziente 78enne iniettandole una dose letale di potassio.

La donna, che aveva anche fatto delle fotografie che la ritraevano sorridente con accanto il corpo senza vita di una persona deceduta, è indagata per un’altra decina di morti sospette in corsia e ieri è stata riportata nel carcere di Forlì. Il pm aveva chiesto per l’imputata non solo l’ergastolo ma anche l’isolamentodiurno per un anno e mezzo, che è stato escluso. Concessa una provvisionale da 150 mila euro ai due figli della vittima. La difesa aveva invece concluso per l’assoluzione e ora presenterà appello. “In criminologia – aveva detto la pm Scorza -sarebbe indicata come serial killer dominante: uccidendo, si sentono potenti. E lei ha ucciso non per pietas ma perché si compiace di dare la morte”.

Selfie, furti, morti in corsia. Secondo il pm Angela Scorza, che ha condotto le indagini, l’iniezione letale è avvenuta tra le 8.15 e le 8.20 del mattino, quando l’ex infermiera è entrata nella stanza dell’ospedale Umberto I, nel ravennate, e ha fatto uscire la figlia della paziente rimanendo sola con lei per una decina di minuti. Durante il processo, il magistrato ha fatto riferimento anche a tutti i furti (70-80 all’anno) verificatasi nel reparto della Poggiali, quello di Medicina, quando lei era in servizio. E soprattutto alle numerose morti sospette sempre in sua presenza (che comunque non rientravano in questo processo). Senza contare, infine, le foto che la ritraggono mentre fa delle smorfie accanto a un’altra paziente appena

morta.

“Non è un’assassina”. Quello delle foto fu “un fatto moralmente e disciplinarmente inaccettabile. Ma questo non fa di lei un’assassina” era stata l’arringa di Stefano Dalla Valle, avvocato dell’ex infermiera, che aveva chiesto l’assoluzione. “Dopo due anni non è emerso alcun riscontro – aveva detto -. L’ipotesi accusatoria è solo suggestiva”.

Aveva due complici, Daniela Poggiali. O, almeno, secondo la pro* cura di Ravenna, due persone che lavoravano con lei all’ospedale Umberto I di Lugo di Romagna non avrebbero “impedito l’evento”. L’evento in questione è la morte di Rosa Calderoni, 78 anni, paziente del nosocomio morta improvvisamente l’8 aprile 2014. Uccisa, dice l’accusa, da un’iniezione di potassio praticata appunto dalla Poggiali, l’infermiera killer che poi si fece fotografare sorridente e goliardica accanto al corpo ormai esanime dell’anziana.

Chiuse le indagini per lei, che andrà a processo il 16 ottobre, restano molte altre ombre. A partire, appunto, da questi due presunti complici ora iscritti nel registro degli indagati. Sono l’allora direttore di Medicina interna e l’allora caposala dello stesso reparto, da poco in pensione. L’accusa, dicevamo, per loro, che sono difesi dagli avvocati Guido Magnisi e Roberto D’Errico di Bologna, è di concorso in omicidio volontario. Ma, è bene chiarirlo, l’infermiera avrebbe fatto materialmente tutto da sola. Secondo il codice penale, però, non impedire un evento che si avrebbe l’obbligo di impedire equivale di fatto a causarlo. In base alle verifiche dei carabinieri del nucleo investigativo, sia il primario sia la caposala non avrebbero messo in atto tutte le misure per scongiurare l’omicidio della signora Calderoni. Entrambi avrebbero avuto più di un sospetto, tanto che il medico avrebbe ordinato una serie di autopsie su alcuni pazienti morti durante i turni dell’infermiera. Una sorta di indagine interna definita dagli inquirenti “irrituale” e della quale la magistratura non fu informata. La caposala è accusata di non aver vigilato soprattutto alla luce di alcune voci che circolavano sulla Poggiali. Già, perché se è vero che l’infermiera sarà processata per ora per quel solo presunto omicidio, la procura ha un altro fascicolo aperto. E non si tratta di un faldone leggero dato che gli inquirenti vogliono far luce su ben 93 decessi tra il 2012 e il 2014, sempre avvenuti in corrispondenza dei turni di Daniela.

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