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INTER – TORINO  DIRETTA TV La partita inizierà stasera alle 20.45, ma sia Sky sia Mediaset Premium inizieranno il loro collegamento con lo Stadio Olimpico dalle ore 20, con un ampio prepartita.

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La distanza tra inferno e paradiso è racchiusa in cinque, piccoli punti. Tanti l’Inter ne deve recuperare alla Roma per centrare l’obiettivo Champions; tanti, di vantaggio su Palermo e Carpi, deve preservarne il Torino per evitare che il finale di stagione si trasformi in uno psicodramma sul cornicione con vista sulla serie B. Cinque punti che rappresentano anche uno spartiacque economico per entrambe le società: Roberto Mancini ha ribadito pure ieri come l’obiettivo minimo per dichiarare soddisfacente la stagione sia il terzo posto che garantirebbe i proventi derivanti dalla partecipazione in Champions (play off permettendo, of course). Un traguardo che, in tempi di fair play finanziario, sarebbe ossigeno per Erick Thohir che pure ieri, cenando con la squadra, ha ribadito quanto sia importante attuare il controsorpasso sulla Roma. Quasi superfluo invece sottolineare il danno economico che porterebbe un’eventuale retrocessione per il Torino, però – al momento – il fatto che ci sia ancora un cuscinetto di cinque punti e, soprattutto, tre squadre (Atalanta, Sampdoria e Udinese) dalla zona rossa aiuta a tenere lontani i cattivi pensieri.  

Se c’è una squadra che stasera non può proprio sbagliare, quella è l’Inter. Un’Inter che scenderà in campo sapendo il risultato nella Roma nel derby. Quindi, nella migliore delle ipotesi, potrebbe avere la possibilità di dare una sforbiciata allo svantaggio da cinque a due punti, mentre nella peggiore potrebbe trovarsi con la zavorra di sentirsi a otto punti dall’obiettivo prima che si alzi il sipario sull’ennesimo capitolo della sfida tra Mauro Icardi (al rientro dopo l’infortunio che gli aveva fatto saltare proprio lo scontro diretto con la Roma) e Maxi Lopez (32 anni oggi, auguri). Il “derby di Wanda” non sarà – per una volta – centro di gravità della serata, però anche le pruderie legate alla sfida tra i due argentini accomunati dalla passione per la biondissima signora darà un po’ di peperoncino in più alla notte di San Siro che raccoglierà oltre quarantamila tifosi allo stadio, un successo nella prevendita che ha stupito pure i dirigenti nerazzurri. Tra l’altro, prima che si alzi il sipario sulla sfida, in molti (noi compresi) si chiederanno se ci sarà la stretta di mano tra i due rivali oppure, come accaduto ai tempi di Genova (13 aprile 2014), Maxi eviterà la mano del collega.  

 Mentre Maurito è ancora in attesa della prima rete in carriera al Torino, il meno atteso della serata, ovvero Rodrigo Palacio – un maestro nel low profile -, è già a quota a tre, il pericolo numero uno per Ventura sarà però Ivan Perisic, l’uomo che – una volta piazzato nel suo ruolo naturale da Mancini (quello di esterno mancino) – ha iniziato a spaccare le difese avversarie come faceva ai tempi del Wolfsburg che giocava, come l’ultima Inter, con il 4-2-3-1. Il sistema di gioco “definitivo” nei pensieri di Mancini che però, nella prima parte di stagione, faticava a metterlo in atto a causa della penuria di esterni-faticatori (Biabiany era reduce dalla stagione di stop a Parma per un’aritmia cardiaca), un sistema che ha partorito cinque vittorie nelle ultime cinque gare giocate a San Siro compresa quella con la Juventus in Coppa Italia. Proprio quella è stata la notte della svolta in cui Mancini ha deciso di anteporre la qualità alla necessità di non prendere gol. Così la squadra che aveva nobilitato l’1-0 come segno distintivo, di reti a San Siro ne ha segnate dodici matando, nell’ordine, Chievo, Sampdoria, Palermo e il Bologna oltre, ovviamente, alla Juve. Ora palla al Toro.

Primi segnali dall’Estremo Oriente dopo la decisione di affidare a Goldman Sachs la ricerca di nuovi soci per l’Inter. L’advisor finanziario, scelto da Thohir per trovare partner intenzionati a entrare nell’azionariato del club nerazzurro, ha individuato un gruppo cinese interessato. Sarebbe già in corso una due diligence da parte di questi investitori che per ora preferiscono muoversi senza uscire allo scoperto. L’avvio dell’analisi approfondita dei conti è la spia di una marcia di avvicinamento che ha già compiuto primi passi concreti. Ma questo non basta a dire che l’affare andrà in porto (la vicenda del Milan con Mister Bee consiglia prudenza). Di sicuro i contatti tra Inter e Cina sono sempre più stretti. Tra gli esempi recenti, il rinnovo della sponsorizzazione con Pirelli controllata dal colosso chimico di Pechino, Chem China e il recente accordo con la tv Le Sports per la trasmissione di Inter Channel all’ombra della Grande Muraglia. Senza dimenticare la cena a Milano tra Thohir e Zhang Lin, numero 2 di Dalian Wanda, società che ha acquistato Infront.

Non è affatto scontato che l’ingresso di un nuovo socio coincida con l’uscita di scena di Moratti. Anzi l’ex presidente, intervistato da Fcinternews, lascia aperta ogni possibilità a proposito del rapporto della sua famiglia con l’Inter: «Oggi è difficile, in futuro… Anche quando mio padre lasciò non pensavamo che ci sarebbe ricapitata questa situazione. Fare dei progetti a lungo termine è difficile, poi io lascio piena libertà alle persone. Anzi, è sempre molto bello che ci possa essere una situazione del genere». La notizia dell’avvio di questa due diligence arriva in contemporanea con la presenza in Italia di Thohir, che ieri ha cenato con la squadra alla Pinetina e questa sera seguirà a San Siro la partita col Torino di Cairo, che a febbraio aveva dato questo consiglio al collega: «La presenza del proprietario vicino alla squadra è sempre importante. Esserci poco può essere negativo». Suggerimento accolto.

Roberto Mancini e Giampiero Ventura. Due tecnici che in qualche modo, il primo in positivo il secondo in negativo, hanno segnato il destino della Sampdoria. L’ex “bimbo d’Oro” ha collezionato 15 stagioni in blucerchiato prima di trasferirsi alla Lazio sotto la gestione di Enrico Mantovani, l’attuale tecnico del Torino, invece, proprio guidando la sua squadra del cuore, mancò una promozione in serie A quasi scontata per il parco giocatori che gli mise a disposizione il club. Quel fallimento (era la stagione ’99-’00) scatenò una serie di avvenimenti a catena: dalla feroce contestazione della piazza (che nonostante la sua sampdorianità non ha mai apprezzato Ventura) alle dimissioni da presidente dello stesso Mantovani che subito dopo cedette il club a Riccardo Garrone.

 Enrico Mantovani, c’è Inter-Torino, con due tecnici che conosce bene. «Intanto è necessario fare una distinzione. Roberto l’ho avuto da giocatore ma non da allenatore, e i due ruoli sono molto differenti. Anche perché ad essere sincero nel suo caso ho avuto torto: mai avrei pensato che Mancini, visti alcuni atteggiamenti un po’ sopra le righe, avrebbe potuto intraprendere la carriera di tecnico. In campo era un fuoriclasse, si vedeva che in qualche modo dava già indicazioni alla sua squadra e la sapeva far giocare. Ma fare l’allenatore significa anche fare i conti con le dinamiche dello spogliatoio e a volte confrontarsi con i grandi campioni. Mancini è sempre stato molto estroverso e pensavo che questo potesse rappresentare un limite per poter intraprendere una carriera così difficile. Invece è stato bravo perché ha saputo smussare alcuni angoli del suo carattere. Il suo palmares dice che ovunque è andato ha fatto bene. È vero che ha anche allenato sempre grandi squadre ma ci sono tanti allenatori che pur con una rosa forte non riescono a vincere nulla». 

 All’Inter però i risultati sono altalenanti.  «Si, quest’anno non è una grande stagione per i nerazzurri, però Mancini resta un grande allenatore. Lo dimostra quanto ha fatto in passato e credo debba godere della piena fiducia di tutto l’ambiente». 

 E Ventura? «Il discorso su Ventura è diverso e resta un tasto dolente per entrambi, visto che l’anno della mancata promozione, il mio ultimo da presidente, rappresenta un capitolo buio nella storia della Samp. Avendolo avuto da allenatore conosco quello che può dare all’ambiente. Essere profeta in patria è complicato e io non avevo valutato che il peso di lavorare nella sua città e per la squadra per cui tifa avrebbe potuto causargli qualche difficoltà in più. Eppure quanto lo chiamai per provare a centrare la promozione arrivava dalle esperienze positive di Lecce e Cagliari. Ma reggere la pressione era difficile anche perché la Sampdoria stava attraversando un momento storico particolare e aveva l’obbligo di tornare in serie A. Impegno che non riuscimmo a mantenere (nonostante avesse in rosa giocatori come Matteo Sereni, Simone Vergassola, Francesco Flachi ndr) ma la mancata promozione non fu solo colpa di Ventura». 

 In che rapporti è rimasto con entrambi? Con Mancini sanno tutti che ci sono state delle frizioni, e abbiamo avuto un momento di gelo. Però io credo che nella vita sia giusto guardare avanti e gettarsi tutto alle spalle. I problemi veri sono altri. Adesso ci salutiamo cordialmente. Diciamo che entrambi siamo andati oltre. Con Ventura non ho mai avuto incomprensioni. Tanto che dopo l’esperienza negativa alla Samp mi chiamò il presidente dell’Udinese Gino Pozzo per chiedermi referenze e io gli parlai bene di lui nonostante l’esperienza negativa dal punto di vista dei risultati». 

Ora però anche a Torino Ventura sembra essere finito nel mirino. «Purtroppo c’è ancora questa mentalità di voler cambiare sempre guida tecnica e cinque anni con lo stesso allenatore in panchina, come ha fatto il club di Cairo, credo che per il nostro paese sia quasi un record. Dopo tanto tempo subentrano altre situazioni, magari la piazza si è stufata, ma credo che lo stesso Ventura possa essersi stancato del Torino. Credo che sia come i matrimoni, quando c’è la crisi del settimo anno. Ecco, nel calcio più o meno è la stessa cosa». 

 Un pregio e un difetto di Ventura?  «Il pregio è facile perché è un tecnico molto meticoloso, che ha grande dedizione per il suo lavoro e che prepara bene le partite e, come si dice, è sempre sul pezzo. Un difetto? Ha difficoltà a gestire le critiche ed è permaloso». 

Un pregio e un difetto di Mancini?  «Da giocatore, visto che l’ho avuto solo in questa veste, posso dire che era un artista del pallone. Roberto è nato per giocare a calcio. Un difetto? Si arrabbia sempre troppo. E anche lui in quanto a permalosità …diciamo che batte Ventura 10 a 0». 

 Da profondo conoscitore della piazza genovese, come vedrebbe l’arrivo al Torino dell’attuale tecnico del Genoa Gian Piero Gasperini?  «Molto bene. Sarebbe un matrimonio perfetto visto che anche Gasperini è un tecnico meticoloso. Poi fa giocare bene le sue squadre e non è poco. È chiaro che resta da capire se ci sarà comunità di intenti e se anche la società granata sarebbe disposta a costruirgli una squadra adatta alle sue caratteristiche e al suo modo di intendere il calcio». 

Inter-Torino, per chi tifa? «Io tifo solo per la Sampdoria. Anche se ora in verità mi sono appassionato all’Entella che è una splendida realtà. Ma sono in categorie diverse per cui riesco a guardare entrambe il sabato e la domenica e non lo considero uno sgarbo alla mia Samp». 

Ma per la formazione di Montella, in chiave lotta alla salvezza, non sarebbe meglio una sconfitta della formazione granata?  «Sono certo che il Torino non sarà tra le squadre che finiranno in B. Leggo dichiarazioni preoccupate e allarmistiche di Ventura. Suvvia.»

Tutti a casa dopo la partita. Il diktat anti-movida di Giampiero Ventura è stato recepito forte e chiaro dai giocatori del Torino: una volta concluso il match a San Siro con l’Inter, tutti i granata dovranno risalire sul pullman e far ritorno alla Sisport rimanendo ben allineati e coperti a prescindere dal risultato. Chi aveva pensato di prenotare un tavolo in una discoteca alla moda della tentacolare Milano, avrà dovuto giocoforza disdirlo, visto l’editto dell’allenatore, sposato in pieno dalla società. La classifica piange e così facendo Ventura ha voluto ulteriormente invitare la truppa alla massima concentrazione in una partita che, oltre ad avere un alto coefficiente di difficoltà, può essere spartiacque della stagione. Perché mentre il Toro si gioca la possibilità di vivere un finale di campionato tranquillo, l’Inter ha assoluto bisogno di vincere per provare a riacciuffare la Roma, soprattutto qualora – come tutti sperano ad Appiano – dovessero arrivare buone notizie dal derby con la Lazio. Per questo Ventura ha chiesto un supplemento di attenzione ai suoi: quando le cose non vanno bene – e il Torino ha perso tre delle ultime cinque trasferte ed è reduce da un amarissimo 4-1 nel derby – bisogna tentarle tutte e, soprattutto, evitare di toccare la suscettibilità dei tifosi. Che stanno vivendo con grande preoccupazione la picchiata in classifica dei granata, arrivati ormai pericolosamente a flirtare con la zona calda.  

  Non è il primo allenatore – Ventura – a imporre il coprifuoco ai suoi giocatori dopo una partita (pure Mancini, il più internazionale dei nostri manager, un campionato fa fece, per esempio, allenare la squadra alle 8 del mattino di Pasqua). E non sarà certo l’ultimo. D’altronde è fresco nella mente dei tifosi quanto accaduto nel post partita con il Milan (27 febbraio, con sconfitta per 1-0 per il gol di Antonelli), quando Glik, Obi, Acquah e Martinez vennero pizzicati alle 4 del mattino mentre uscivano dalla discoteca “The Club” in zona Garibaldi. Non avevano fatto nulla di male – ben inteso -, dato che la gara con il Milan si era giocata di sabato sera, mentre quella successiva, con la Lazio, si sarebbe disputata 8 giorni dopo. Però, si sa, quando le cose non vanno bene, i tifosi pretendono pure che i giocatori facciano vita… monacale. Così subito era arrivata la pubblica scomunica dei social (“Andavano a festeggiare la bella prestazione e la vittoria?”, “Fino alle 4 del mattino… Poi ci lamentiamo dei cattivi risultati”, “Faccio una proposta alla società, facciamoli allenare alle 4 del mattino!”: i commenti più teneri). Stavolta, quanto meno, in caso di sconfitta, i granata non rischieranno altri incidenti diplomatici a Milano, con annessa somma irritazione del popolo tifoso. A meno che qualcuno non torni in auto nel capoluogo lombardo nel cuore della notte, dopo aver fatto rientro alla Sisport in pullman… 

Autocoscienza, autocritica, autoscossa. L’inconscio individuale e quello collettivo che escono allo scoperto. Con rivelazione palese. Al Toro, a questo punto del campionato, rimosse dalla testa illusioni, delusioni, ambizioni, non resta che… combattere. Con l’elmetto in testa e la grinta che dovrebbe essere parte del suo Dna. Stasera, a San Siro contro l’Inter – teatro la passata stagione di un grandissimo exploit – non c’è via di scampo: serve un risultato utile, per non tremare, per non finire nelle sabbie mobili della bassa classifica. La parola salvezza va sdoganata e maneggiata con cura: senza paura, senza alterigia.

 L’autocoscienza è di gruppo, l’autocoscienza pervade il pensiero di Giampiero Ventura. Basta soffermarsi su bilanci, alibi, discriminanti. «Sento parlare come se fossimo a fine campionato e non è così. Restano 8 gare delicate, rischiamo di soffrire… Un passo alla volta, incameriamo più punti possibile e il prima possibile. Ripartiamo dal derby fasullo per quanto successo, ma non so se dà o toglie qualcosa alla squadra. Per come ho visto i giocatori negli allenamenti, dico che sono fiducioso, poi tutto è relativo. L’anno scorso contro Icardi, Shaqiri e Podolski abbiamo giocato a viso aperto, con serenità e si è vinto all’ultimo. La situazione potrebbe-dovrebbe essere uguale, ma non so se sarà così, andiamo a fare la verifica». Gli obiettivi sono agli antipodi: Inter per il sogno Champions, Toro per non inguaiarsi. «Da qui alla fine dobbiamo raccogliere più punti possibile per la classifica e poi per altre considerazioni. Con l’Inter è una partita difficile e stimolante al tempo stesso. Importante per la graduatoria e stimolante per i giocatori che saranno a San Siro con gli occhi di tutti addosso».

 L’autocritica coinvolge anche i rinnovi, tanti, con una tempistica forse troppo anticipata. Hanno tolto stimoli? La stanchezza, poi, è frutto degli infortuni in serie? Non c’è lo scarica-responsabilità. Anzi. «Tutto quello che è successo è figlio di errori, errori miei, dei giocatori, e di altre situazioni; non c’è un fattore specifico. Ci sono annate in cui le cose nascono bene o male. Sono tante le cause su cui andare a riflettere e tante le sfaccettature. Con i “se” e i “ma”, però, non si risolve nulla. Chi non vuole imparare nel calcio è presuntuoso, ogni anno invece è fondamentale costruire sugli errori, mandando a memoria la lezione. Ha costruito molto in questi anni, risolvendo i problemi quasi in tempo reale. Poi, siamo incappati in una serie di concomitanze e situazioni particolari. Ma non serve piangerci addosso. Siamo consapevoli che abbiamo ottenuto meno di quanto potevamo ottenere, non per colpa degli altri, ma per colpa nostra». Autocritica e autocoscienza a braccetto, nel momento granata.

 L’autoscossa è incorporata, alla fine. Come togliersi dal limbo? Le sconfitte in serie hanno annacquato la libidine, ammansito i torelli. E’ ora di tirare fuori il carattere e tutte le parti che vengono considerate portanti nei momenti difficili. Insomma, attributi e dintorni. L’autoscossa parte dal cuore del Toro. «Rimane un mese e mezzo di lavoro per ottenere qualcosa di positivo. Sul futuro le basi ci sono già. E io ho tanta rabbia in corpo perché sono state dette cose ingiuste, perché noto che avremmo potuto ottenere altro. Se parlo di errori, parlo anche dei miei. E c’è la rabbia dei giocatori, e delle varie componenti. La sofferenza ha lasciato un segno da un lato e insegnato tanto, ma non cancella quanto costruito. Ovvero solide fondamenta. Le idee sono chiare e la società sa perfettamente cosa serve». Punti, tanto per accendere le luci a San Siro. E le esigenze sono collettive più che individuali: è il Toro che lo autochiede.

Se lo avessimo avuto a Roma probabilmente avremmo vinto». Lo disse allora e lo ripete oggi: perché Roberto Mancini – colui che dice e ribadisce – adora calcisticamente Rodrigo Palacio, «uno che si muove bene, ripiega, sa lavorare anche a centrocampo, mette pressione agli avversari, ha esperienza e soprattutto è decisivo».

IL GANDALF DELL’INTER Otto giri alla fine «e chiaramente la Roma è avvantaggiata avendo 5 punti di vantaggio, ma per il calcolo delle possibilità qualcosa dovrà pur perdere e noi dovremo vincerne tante, o tutte, di partite che restano. Queste gare saranno decisivissime». In queste, Mancio sceglie Palacio: il saggio, il Gandalf (quello del Signore degli Anelli) interista. Ecco: detto che Rodrigo Palacio (una tantum) non fu molto saggio contro il Bologna prendendosi un giallo che gli fece saltare l’Olimpico, ecco che il giovane­adulto ritorna perché Mancio lo vuole e lo ritiene indispensabile. Più di altri.

MANCANO I SUOI GOL Rodrigo ha un dono che altri non hanno: giochi con lui, giochi meglio. Ti migliora. Lo sa Mauro Icardi che cerca i gol numero 49 e 50 in nerazzurro; lo sanno anche i centrocampisti che lo vedono andare a tampinare il dispenser di azioni dell’avversario. Palacio è un leader silenzioso: non fa casino se non gioca, incasina gli altri se Mancio lo mette in campo. Ora la missione è migliorare anche Eder («Lui non si discute» dice Mancini), ma anche di ritrovare un gol che non arriva da una vita: El Trenza ha messo dentro un solo gol in campionato, al Carpi, ovvero l’ultima volta che l’Inter non ha vinto a San Siro. Morale: ora servono i suoi gol. 40.000

E GLI IMPENETRABILI Dopo quel pomeriggio con gol contro il Carpi – Coppa Italia compresa – 5 vittorie di fila in casa: non succedeva dai tempi di Leonardo, maggio 2011. Al Torino, Palacio ha realizzato tre gol e infilato un assist: successe nella gara d’andata, per Kondogbia, quando l’Inter era in testa. E nonostante non lo sia più, ecco che per questa sera sono già stati staccati 40.000 tagliandi. «Bisogna sempre pensare di potercela fare – continua Mancini –. Poi è questione di una settimana: basta che chi sta davanti sbagli due partite e qualcosa succede. Certo che se la difesa tornasse impenetrabile sarebbe perfetto. Ventura? Potrebbe fare il ct con l’esperienza che ha».

COMPETITIVA, RINFORZATA Intanto torna Palacio, che come altri è finito sulle cronache di mercato: lo vorrebbe Stramaccioni al Panathinaikos. Possibilità, poche. Perché Mancio lo pensa all’Inter. «Per ripianare tutto – spiega ancora Mancini – ci vuole un po’ di tempo. Non so se serviranno cessioni importanti, ma siamo l’Inter e la squadra dev’essere competitiva e rinforzata. Ibra? Non è detto che lasci il Psg, lui sarebbe il profilo perfetto per ogni squadra. Se Thohir mi chiedesse di scegliere fra Ibra e Touré? Non credo me lo chiederà» e sorride. Intanto ritrova Jovetic (convocato) e sceglie Palacio per un impianto che potrebbe cambiare: o 4­2­3­1 o anche 4­4­1­1 con Rodrigo vicino a Icardi (ancora non al massimo). Rodrigo c’è, anche per vivere quella Champions mai vissuta e per la quale era arrivato all’Inter. Storia di tanti, storia assolutamente da riscrivere.

TORINO I l Gallo e la Gallina all’assalto dell’Inter. Il Toro si affida ad Andrea Belotti e a Maxi Lopez per strappare quei punti che ancora mancano al traguardo della salvezza. A rilanciare la coppia italo­argentina è soprattutto l’infortunio di colui che da gennaio è l’uomo in più dell’attacco granata, Ciro Immobile. La lesione di primo grado al bicipite femorale della coscia destra che ha impedito all’ex centravanti del Siviglia di rispondere alla convocazione azzurra di Antonio Conte costringe Ventura a rimescolare le proprie carte offensive: avanti con il rilancio a pieno regime di Maxi Lopez, mentre Martinez rimane l’unico jolly a disposizione del tecnico. «Maxi ha tanta voglia di tornare, proprio come Martinez: per entrambi si tratta di un’occasione preziosa» dice Ventura.

GALLO E GALLINA In realtà, però, in casa granata si tratta di un ritorno al passato visto che l’abbinamento Gallo­Gallina era stato ­ fin dall’inizio della stagione ­ l’alternativa più credibile alla titolarità di Quagliarella. E lo dimostrano i numeri: Belotti e Maxi Lopez, uno accanto all’altro, hanno finora giocato undici volte in campionato, per un totale di 282’. Minutaggio ridotto, dunque, visto che soltanto in sei occasioni hanno giocato fianco a fianco per non meno di venti minuti: nel girone di andata è accaduto contro Carpi (24 minuti), Genoa (76’), BoloSerie ARLa sfida di San Siro gna (22’), Roma (24’) e Udinese (20’ tondi), mentre nel ritorno l’accoppiata è stata schierata soltanto dopo l’intervallo del derby, quando Immobile ha dovuto issare bandiera bianca proprio a causa dell’infortunio.

A PROPRIO AGIO Eppure, messi uno accanto all’altro, Belotti e Maxi Lopez hanno dimostrato di trovarsi a proprio agio, tant’è vero che sono andati a segno sette volte, quattro volte il Gallo (contro Bologna e Juve, oltre alla doppietta rifilata alla Samp) e tre volte la Gallina (contro Carpi, Genoa e Roma); per non parlare del Maxi gol annullato nel derby e poi rivelatosi invece assolutamente regolare. Ora si tratta di riannodare i fili del passato con un obiettivo comune, quello di permettere al Torino di raggiungere il porto della salvezza il più in fretta possibile. Ancora Ventura: «Abbiamo davanti otto partite delicate, perché se le affrontiamo con presunzione rischiamo poi di ritrovarci a soffrire come non siamo più abituati a fare. Il mio futuro? Sono quattro mesi che leggo nomi di allenatori in arrivo, ma io ho due anni di contratto e con la società pianifichiamo il domani. Oggi l’allenatore sono io e ho tanta rabbia in corpo: per tutto ciò che è stato detto, e per quello che avremmo potuto e voluto».

La strategia della pressione. E’ quella che ha sfoderato Mancini. Ovviamente con la Roma come destinataria. «Basta una settimana. E’ sufficiente sbagliare due partite e siamo lì», avverte. E se lo dice uno specialista in rimonte come il tecnico nerazzurro, forse è il caso di crederci. «Avevamo 5 punti di svantaggio anche dalla Fiorentina e ora siamo pari. E’ la dimostrazione che si può recuperare». Effettivamente, dopo la sconfitta in casa della Juventus, Icardi e compagni erano scivolati a -5 dalla squadra viola, ma 2 giornate dopo c’è stato l’aggancio. Insomma, quella del Mancio non è una fiducia di facciata, ma vera e concreta. E tanto per gradire si mette pure a “gufare”: «I giallorossi vengono da tante vittorie, magari qualche sconfitta la possono rimediare. Speriamo… Chissà, forse anche domani (oggi nel derby con la Lazio, ndr)». Alla fine ci scappa pure una risata. Certo, l’Inter non può permettersi di sbagliare un colpo. «Dobbiamo solo vincere. Mancano otto gare, se ne vinciamo il più possibile, allora avremo grandi possibilità».

DOVERE DI MIGLIORARE. Del resto, Mancini è il primo a sapere che con la Champions il mercato avrà un certo profilo, mentre con la sola Europa League, servirà ingegnarsi per compensare gli inevitabili sacrifici. «Non so cosa accadrà o che esigenze ci saranno. Per ripianare i conti, però, occorre un po’ di tempo. Ad ogni modo, noi siamo l’Inter e, ogni anno, dobbiamo cercare di migliorare la squadra. Se si potrà fare qualcosa di buono, speriamo di riuscire a farla». Peraltro, il realismo del tecnico lo si comprende con una battuta. A chi gli chiede, se Ibrahimovic abbia un profilo giusto per l’Inter, replica che lo svedese «ha un profilo che va bene per tutte le squadre. Se Thohir mi chiedese di scegliere ra lui e Yaya Tourè? Non credo che me lo chiederà… Mi sembra difficile cha accada». E anche stavolta conclude con una risata.

SOLO I GOL. Tornando al campionato, la squadra nerazzurra può anche tifare per gli avversari che di volta in volta sfideranno la Roma, ma dovrà anche compiere il proprio dovere. A cominciare dal match di questa sera con il Torino. La ripresa è cominciata nel momento in cui il Mancio ha stoppato i vorticosi cambi di formazione e di modulo. Ora la base è il 4-4-2 o il 4-2-3-1 e anche le rotazioni, di fatto limitate al solo reparto offensivo, sono minime. Se poi Eder cominciasse a segnare, allora il tecnico interista si ritroverebbe con un’arma in più per lo sprint finale. «E’ arrivato in un momento difficile, ma finora gli è mancato soltanto il gol. Se ne avesse fatti 3-4 sarebbe stato perfetto, ma comincerà presto. Per il resto lui sa giocare con la squadra, lavora sempre molto, fa i movimenti giusti. Non ho nulla da rimproveragli». Seppure nelle ultime settimane la situazione è migliorata, la sterilità in zona-gol è una dei fattori che Mancini individua per spiegare i troppi presi nei finali di gara. «Se segnassimo di più, se chiudessimo le partite, gli ultimi minuti sarebbero più tranquilli».

Nessun calciatore granata potrà fermarsi a Milano dopo la partita: tutti sul pullman direzione Torino, solo a destinazione lo “sciogliete le righe”. E’ il diktat di Giampiero Ventura, probabilmente un modo per tenere alta la concentrazione di una squadra che ha ormai poco da chiedere al campionato, anche se c’è chi mette in relazione la decisione con quanto accaduto dopo la sconfitta del 27 febbraio a San Siro con il Milan, quando quattro suoi uomini furono avvistati in discoteca alle 4 del mattino. FUTURO. Il tecnico ha parlato intanto della partita, che affronterà senza Glik e Immobile, sostiutuiti rispettivamente da Jansson e Immobile. La conferenza ha abbracciato svariati temi, dal derby («Fasullo per quanto successo») al rendimento stagionale («Siamo consapevoli di aver ottenuto meno di quanto potevamo, non per colpa degli altri ma per colpa nostra»), con ampio spazio per il futuro: «Situazione bizzarra, ho due anni di contratto ma ho letto di quindici tecnici che arrivano: ok, fa parte del gioco… A oggi sono io l’allenatore, perché parliamo di programmi: ho rabbia in corpo, anche se fingo, perché sono state dette cose ingiuste e perché noto che avremmo potuto ottenere altro. Se parlo di errori fatti, parlo anche dei miei». Tra i convocati, non figura nemmeno Acquah, fermato da un affaticamento muscolare.

Un Moratti ter? Massimo non lo esclude. Per la verità non lo aveva escluso nemmeno in altre occasioni, ma nell’incertezza in vista del prossimo novembre, vale a dire il momento in cui l’expresidente nerazzurro dovrà chiarire le intenzioni sul 30% di azioni in suo possesso, è naturale registrare ogni dichiarazione. «Vedere un altro Moratti alla guida dell’Inter? Oggi è difficile, in futuro… – ha spiegato a FcInterMag -. Anche quando mio padre lasciò non pensavamo ci sarebbe accaduta nuovamente questa possibilità. Fare progetti a lungo termine è difficile, poi io lascio piena libertà alle persone e, anzi, è sempre molto bello che ci possa essere una situazione del genere». CARICA. Moratti ha incontrato Thohir venerdì a cena, mentre ieri sera il magnate indonesiano è andato alla Pinetina, dove ha incontrato la squadra (giusto poche parole di incitamento per la rincorsa al terzo posto) e ovviamente Mancini, con cui si è soffermato di più. Si è fatto aggiornare sulla situazione della squadra, rinnovandogli tutta la sua fiducia. Solo pochi accenni al mercato, visto che i programmi tecnici per la prossima stagione sono già stati buttati giù. Nel pomeriggio, invece, Thohir aveva incontrato il Ceo Bolingbroke. Stasera sarà a San Siro, mentre già domani volerà a Losanna per un impegno con il Cio. Possibile, mercoledì, un blitz a Parigi per assistere a Psg-Man City.Sarà la prima partita senza Immobile, obbligatoriamente e non per scelta, quella di domani a San Siro. E non ci sarà nemmeno Glik, per squalifica. Secondo Tuttosprt Ventura cambierà parecchio, rispetto al Toro canonico delle ultime settimane. Jansson in difesa, Maxi Lopez in attacco. E, molto probabilmente, Molinaro sulla sinistra nel 3-5-2, dopo il rientro dall’altra parte del mondo dell’uruguaiano Gaston Silva (così come del venezuelano Martinez). Il ghanese Acquah, anche lui reduce dagli impegni con la propria nazionale, potrebbe perdere il posto, a questo giro. Nel qual caso, avanti con un ballottaggio tra Baselli (che a marzo è sempre rimasto confinato in panchina) e Obi, ex interista, ai margini praticamente fin dall’inizio della stagione, innanzi tutto per motivi fisici (ripetuti infortuni). Basti dire che da agosto a oggi il centrocampista ha giocato complessivamente per soli 138 minuti in campionato, con la maglia del Toro. Vives in regia e Benassi sul centrodestra restano intanto i favoriti per occupare gli altri due ruoli in mediana. Stamane, nella rifinitura alla Sisport, nuove prove tattiche. Poi la partenza per il ritiro di Milano.

Mancini ieri ha riabbracciato tutta la squadra, anche se gli ultimi arrivati – Miranda, Murillo, Medel e Nagatomo – si aggregheranno solamente oggi al gruppo. Comunque sia il tecnico può sorridere per lo “0” nella casella indisponibili: col Torino domenica sera (arbitro Guida, 6 vittorie e 4 pareggi) potrà schierare la migliore squadra. Recuperati quindi sia Icardi che Kondogbia, indisponibili nell’ultima gara di campionato contro la Roma (così come Jovetic), col capitano che riprenderà il suo posto al centro dell’attacco. Da capire chi schiererà Mancini alle sue spalle fra i tre trequartisti se l’allenatore confermerà il 4-2-3-1 delle ultime gare, il sistema con cui l’Inter ha saputo lasciarsi alle spalle i primi due mesi negativi del 2016. Sicuro del posto a sinistra Perisic, l’arma in più dei nerazzurri nelle ultime settimane – 4 gol consecutivi con Juventus in Coppa Italia, Palermo, Bologna e Roma in campionato -, mentre ieri Mancini ha provato nella partitella Biabiany a destra e Palacio alle spalle di Icardi. Anche il “Trenza” aveva saltato l’ultimo match di campionato a Roma a causa della squalifica, ma nelle gare precedenti era stato spesso utilizzato, sia da titolare che subentrando dalla panchina. Proprio i due argentini avevano formato la coppia d’attacco nella partita di andata a Torino vinta per 1-0 con gol di Kondogbia. Palacio si gioca dunque una maglia con Ljajic ed Eder, con gli ultimi due che potrebbero anche mettere in difficoltà Biabiany. Kondogbia, invece, potrebbe partire dalla panchina, i favoriti in mezzo sono Medel e Brozovic. 

 

Montoya attacca 

 

Intanto dalla Spagna sono arrivate nuove dichiarazioni polemiche verso Mancini da parte di Martin Montoya, il terzino ex Barcellona acquistato in prestito l’estate scorsa e poi “mollato” a gennaio. Oggi Montoya è al Betis: «Sono arrivato all’Inter con l’intenzione di giocare, ma non so cosa sia successo – ha dichiarato ad “As” – Comunque quello che comanda è l’allenatore e solo lui può sapere perché non abbia giocato». 

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