Italia sotto processo per l’Ilva “Non ha difeso la salute dei cittadini”

160801018-e36ed841-892e-4d25-a029-0fc7d9ee7313Il tempo stringe per l’Ilva. E tra procedure d’infrazione,denunce e processi vari, le nubi che si addensano non promettono nulla di buono. Entro fine maggio – così come prevede il bando varato dal governo a inizio anno – si dovrà procedere a depositare le offerte vincolanti per arrivare alla vendita o all’affitto del gruppo Ilva (e delle controllate), per arrivare alla cessione il 30 giugno. Ma i pasticci rischiano di sommarsi e far naufragare anche questo estremo tentativo di salvataggio. Infatti ieri si è scoperto che lo Stato italiano è formalmente sotto processo (dal 27 aprile) di fronte alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l’accusa di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini di Taranto dagli effetti negativi delle emissioni dell’Ilva.

A rivolgersi a Strasburgo sono stati, nel 2013 e nel 2015, 182 cittadini che vivono a Taranto e nei comuni vicini. Nel ricorso sostengono che «lo Stato non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere l’ambiente e la loro salute, in particolare alla luce dei risultati del rapporto redatto nel quadro della procedura di sequestro conservativo e dei rapporti Sentieri». I ricorrenti contestano inoltre al governo il fatto di aver autorizzato la continuazione delle attività del polo siderurgico attraverso i cosiddetti decreti “salva Ilva”. Come se non bastasse continua il botta e risposta con Bruxelles sui ventilati aiuti di Stato: o meglio sui fondi (300 milioni) concessi all’Ilva in attesa della cessione e che in Ue ritengono aiuti indebiti,mentre Roma li derubrica a prestito ponte da restituire. Tutto questo a meno di 40 giorni dal termine ultimo per definire la cessione o l’affitto del più grande impianto siderurgico d’Europa. Da settimane, infatti, i maggiori player mondiali dell’acciaio si stanno attrezzando per questo “ultimo miglio”.E non si tratta solo di mettere le mani sugli alto forni italiani (Ilva è il maggiore impianto a ciclo integrato, oltre 15milioni dimetri quadrati, una capacità produttiva a pieno regime di circa 10milioni di tonnellate).

In ballo c’è l’apporto diretto all’economia del nostro Paese garantito dall’Ilva. Uno studio dello Svimez spiega quanto l’intera industria italiana dipenda dall’Ilva. Nel solo triennio 2013-2015 il crollo produttivo del gruppo tarantino ha provocato un effetto boomerang sull’intero Paese:si stimache siano andati persi ben 10 miliardi di Pil. Tralasciando il can can politico giudiziario che l’Ilva porta in dote,la decisione del governo di vendere ad uno dei 25 pretendenti è una decisione di pura strategia industriale. Se si dovesse scegliere un corteggiatore che dovesse spolpare la balena pugliese, a Taranto (e negli altri 7 siti) resterebbe ben poco. Proprio per questo a Palazzo Chigi si stanno soppesando pro e contro delle proposte in arrivo. Fra i pretendenti stranieri ci sono i turchi del gruppo Erdemir, gruppo che sembra godere delle simpatie della maggioranza.

Con quasi 13mila dipendenti (poco meno dei 14mila ancora a stipendio/Cig dell’Ilva), la società turca potrebbe essere il partner individuato per mantenere il controllo strategico del settore. Certo non si tratta di un gigante però ha tra i suoi azionisti principali il fondo pensione delle forze armate turche (Oyak). E ai turchi, che intendono allargarsi in nuovi mercati, con il marchio Ilva si potrebbero aprire molte porte. Ieri è presa a (ri)circolare la notizia (Adnkronos), che Cassa depositi e prestiti sarebbe pronta a mettere su questa operazione una fiches di minoranza. Un intervento motivato con l’Antitrust Ue dalla necessità di preservare l’Ilva inquanto “campione nazionale della siderurgia”. Certo c’è anche la proposta del colosso franco indiano ArcelorMittal in cordata con Margegaglia. Il gruppo italiano vorrebbe controllare il 15 e il 20% della nuova Co. Ma i sindacati temono troppe sovrapposizioni e esuberi a non finire. C’è da giurarci: le prossime 2 settimane saranno caldissime, quasi quanto un altoforno, che si sta cercando di salvare.

Lo Stato italiano è sotto processo davanti alla Corte europea dei diritti umani, accusato di non aver tutelato abbastanza la salute e la vita dei cittadini di Taranto.
All’Ilva, in sostanza, si è continuato a produrre anche senza il rispetto delle misure ambientali richieste dalle leggi nazionali ed europee, grazie ai continui decreti governativi (in tutto nove) che spesso hanno «superato» i provvedimenti della magistratura orientati invece allo stop proprio in nome della salute pubblica.
Partendo da questo principio-base la Corte di Strasburgo ha deciso di accogliere il ricorso di 182 cittadini di Taranto che nel 2015 hanno chiesto, appunto, di mettere lo Stato sul banco degli accusati e hanno invocato la «trattazione prioritaria» della loro causa perché «sono a rischio delle vite umane». E i giudici li hanno ascoltati. Corsia preferenziale perché il caso è urgente e, nel giro di pochi mesi, ecco l’apertura del procedimento.
«A Taranto i governi non si sono mai interessati veramente della salute della gente»
commenta a caldo Lina Am- brogi Melle, della lista degli Ecologisti e prima firmataria del ricorso. «Qui ci si ammala e si muore per l’inquinamento che viene dall’area a caldo del- l’Ilva, eppure sembra che a nessuno importi nulla. Anni di polveroni sul da farsi e alla fine non succede mai nulla, nemmeno le cose più elementari. I dati scientifici ci dicono che l’Ilva inquina e che c’è un nesso fra l’inquinamento e alcune malattie, ci dicono che a Taranto ci si ammala e si muore di più che nel resto della regione». I dati a cui si riferisce Ambrogi Melle sono soprattutto quelli dello studio epidemiologico «Sentieri» dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicati una prima volta nel 2012 e aggiornati nel 2014. «Noi abbiamo portato quei dati e altri più recenti a Strasburgo assieme ai nove decreti governativi di questi ultimi anni, alle rilevazioni ambientali fatte dai commissari, ad alcuni atti che fanno parte delle carte del maxi processo aperto proprio oggi (ieri, ndr). E la Corte ha deciso che tutto quel materiale era abbastanza importante e solido per mettere sotto accusa lo Stato italiano».
L’avvocato che segue i 182 tarantini, Andrea Saccucci, fa sapere che la priorità delle vittime non è il risarcimento. «Trattandosi di un caso di importanza generale confidiamo di ottenere una sentenza di principio — dice — che imponga allo Stato italiano di adottare misure necessarie a rendere la produzione dell’Ilva conforme alle disposizioni
ambientali nazionali ed europee».
Nella storia infinita dello stabilimento siderurgico di Taranto e delle sue mille vicende giudiziarie c’è dal 2008 in poi il nome di Vincenzo Fornaro, allevatore che nel dicembre di quell’anno fu costretto ad abbattere 605 capi di bestiame perché nelle loro carni e nel loro latte era presente una quantità eccessiva di diossina. E anche lui fra i firmatari del ricorso alla Corte europea dei diritti umani. «Noi abbiamo dovuto cessare l’attività agricola, come tante altre aziende — racconta —. Lo Stato ci ha sempre ignorati. Per me sarebbe stato facile mollare tutto e andare via ma ho voluto resistere, l’ho fatto per me stesso e per la mia città. Ho aperto un maneggio e ora coltivo canapa, che è una pianta in grado di assorbire le sostanze inquinanti dal terreno. Le notizie che arrivano da Strasburgo sono finalmente delle buone notizie. Vuol dire quantomeno che per la prima volta qualcuno si degnerà di ascoltare le nostre ragioni».

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