La famiglia dell’operaio Giuseppe Ghirardini, morto per avvelenamento dopo la scomparsa del suo datore di lavoro Mario Bozzoli, avanza un’inquietante ipotesi

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Fonte: Settimanale Giallo di Laura Marinaro Giuseppe era un uomo onesto e gentile. Non si è ucciso. L’utilizzo di un sedativo o di un ansiolitico da parte dei killer potrebbe spiegare tutti e due i delitti, il suo e quello dell’imprenditore Mario Bozzoli. Chi li ha ammazzati, prima li ha resi inermi e poi li ha eliminati. Perché nostro fratello avrebbe dovuto fare del male al suo datore di lavoro? Il giorno dopo la scomparsa di Bozzoli andò in azienda e invitò i colleghi a non lavorare, proprio per rispetto a Mario. E questo è il comportamento di un assassino? Inoltre, era raggiante all’idea di rivedere dopo cinque anni il figlio, che sarebbe venuto per Natale dal Brasile.

No, davvero, tutto ci suggerisce che quello di Beppe sia stato un omicidio”. A parlare sono Natalina e Mina Ghirardini, le sorelle di Giuseppe Ghirardini, l’operaio della fonderia Bozzoli trovato avvelenato al Tonale, una settimana dopo la misteriosa scomparsa del suo imprenditore, lo scorso 8 ottobre. Per gli inquirenti, dopo cinque mesi di frenetiche e complesse indagini, non ci sarebbero molti dubbi: Bozzoli sarebbe stato assassinato, gettato in uno dei forni dai tre operai che erano al lavoro quella notte. Li avrebbero aiutati i due nipoti dell’uomo, in lite da tempo con lo zio, che ostacolava i loro progetti. Sono, infatti, indagati per omicidio e soppressione di cadavere i fratelli Alex e Giacomo Bozzoli e i due addetti Oscar Maggi e Abu Aboagye, senegalese. Se fosse vivo, sarebbe in grossi guai anche Ghirardini, anche lui in azienda quella notte maledetta.

Per chi indaga, dopo l’omicidio, l’operaio si sarebbe suicidato, forse perché travolto dai rimorsi per ciò che aveva fatto, forse perché istigato dai suoi complici, che, conoscendo il suo carattere debole, avevano paura crollasse davanti ai carabinieri. Sta di fatto che ci sarebbe già la prova che Ghirardini non è stato ammazzato: nessuno avrebbe potuto costringerlo a ingoiare la capsula di cianuro che l’ha ammazzato, una capsula enorme. Anni or sono veniva somministrata dai cacciatori alle volpi e agli animali di cui si voleva preservare integra la pelliccia. Per la sua morte, in ogni caso, è stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio a opera di ignoti. Le sorelle dell’uomo, però, non accettano l’idea che il loro Beppe possa essere un assassino e attraverso il loro legale, Sebastiano Sartori, hanno presentato un’istanza alla Procura di Brescia per poter avere i risultati dell’autopsia sul loro congiunto. Un medico, il professor Giancarlo Paganoni, è pronto a dimostrare che Beppe avrebbe potuto essere costretto a ingerire quell’enorme capsula di cianuro lunga 4 centimetri.

Ecco la tesi dell’esperto: «Giuseppe Ghirardini e Mario Bozzoli potrebbero essere stati sedati o drogati prima di essere uccisi». Un’ipotesi sconvolgente, ma che secondo l’esperto sarebbe confortata anche dalla scienza. Spiega l’avvocato dei Ghirardini, Sebastiano Sartori: «La nostra richiesta vuole sollecitare un’attività investigativa che finora non è stata ancora eseguita. Vorremmo che si cercassero tracce di sostanze sedanti o ipnotiche nei tessuti e negli organi di Beppe Ghirardini. I killer potrebbero aver sedato sia Ghirardini che Bozzoli, prima di ucciderli, per diminuirne le forze e impedirne una reazione di difesa. Al primo, una volta reso inerme, sarebbe stata gettata in gola la capsula di veleno, un gesto impossibile se una persona è in sé, pronta a difendersi.

Anche per questo sul corpo di Beppe non sarebbero state trovate ferite o segni di colluttazione: quando l’hanno avvelenato era già incosciente. Bozzoli potrebbe essere stato addormentato o sedato per gettarlo più facilmente nel forno. Agli investigatori abbiamo ricordato il delitto, avvenuto sempre qui, in provincia di Brescia, di Walter Cominelli. Era il 1992. Anche Cominelli fu gettato nel forno di una fonderia, che andava a 1.000 gradi, ma il fratello, l’assassino, prima di gettarvelo lo aveva ucciso a colpi di pistola e aveva usato un carroponte per aiutarsi nella complicata operazione di sopprimere il cadavere. Chi ha ucciso Bozzoli, dunque, potrebbe aver preso esempio da quel delitto… che ai tempi fece scalpore».

Insomma, la famiglia e il legale di Ghirardini suggeriscono una nuova pista investigativa, che avrebbe basi scientifiche e storiche. Per verificarla basterebbe qualche accertamento sulla salma di Ghirardini, dal momento che quella di Bozzoli non è mai stata trovata.

La Procura, però, è molto dubbiosa. Dice il giudice che conduce le indagini, Alberto Rossi: «Ghirardini per noi si è ucciso perché nulla, nessuna prova porta a dire il contrario, poi se sia stato indotto a farlo da qualcuno, questo potrebbe anche essere, ma è molto difficile da dimostrare». Il riferimento del magistrato è ai quattro indagati per l’omicidio di Mario Bozzoli, i due operai di turno quella notte e i nipoti di Bozzoli. Potrebbero, appunto, aver spinto l’operaio a uccidersi timorosi che potesse rivelare a qualcuno cosa avevano fatto. Tutti sapevano che Beppe era un chiacchierone… Di certo, questo è un caso davvero complicato e i primi a dirlo sono proprio gli inquirenti. Ha continuato il giudice Rossi: «Sembra proprio un delitto perfetto. Non c’è una traccia, una prova scientifica, non abbiamo trovato un’intercettazione interessante che ci abbia guidato verso la soluzione del caso! E per di più, delle cinque persone presenti in fonderia quella sera, una è morta. Ci riferiamo a Giuseppe Ghirardini, trovato avvelenato al Tonale. A volte la realtà è molto più semplice di quel che sembra e per questo non possiamo escludere che a uccidere Mario Bozzoli sia stato proprio il suo operaio, che poi, travolto dai rimorsi, si

è ucciso. Il guaio è che non troviamo prove sufficienti a dimostrare la nostra tesi». Tutti i riscontri e gli esami scientifici svolti finora dall’anatomopataloga Cristina Cattaneo, la stessa del caso Yara, e dai Ris, non hanno, infatti, dato i risultati sperati. Non è stata trovata traccia del corpo di Bozzoli e contro i quattro indagati per il suo omicidio ci sono solo indizi, ma non prove. Si sa delle continue liti tra zio e nipoti, che volevano aprire un’altra fonderia. Si sa che Bozzoli aveva paura di loro e pensava di sporgere denuncia. Si sa che i due giovani avevano portato dalla loro parte tanti operai, che si rifiutavano di rivolgere la parola all’imprenditore e che tra questi c’erano proprio quelli al lavoro la notte in cui tutto sarebbe accaduto. Appunto… solo sospetti. Intanto, Adelio Bozzoli fa sapere che il suo unico pensiero in questo delicato momento è per il lavoro, ripreso finalmente dopo mesi di stop, in quanto l’azienda era sotto sequestro per permettere le indagini. Ha detto l’imprenditore: «Penso agli operai e spero che le banche ci aiutino a non chiudere. Certo, penso anche a mio fratello, continuo a sperare che possa tornare. Non c’entriamo nulla».

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