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Lazio-Inter-2015-formazioni-pronostico-posticipo-serie-ADal dramma sportivo del 5 maggio 2002, quella in cui l’Inter perse lo scudetto nella sfida a distanza con la Juventus, al beffardo “Oh noooo” del 2 maggio 2010. Lazio-Inter non è mai stata una partita banale, ha sempre conservato un senso profondo al confine tra la storia e l’ironia. Sempre di maggio, anche stasera nel giorno della festa dei lavoratori. Tifoserie gemellate, squadre con obiettivi ormai abbastanza delineati (i biancocelesti con l’Europa League ormai nel mirino, quella che i nerazzurri vivono come un mesto contentino), e poi l’amicizia duratura tra i due allenatori in panchina. Che rischia di trasformare quella di stasera, in un Olimpico sempre più vuoto, come una riproposizione in chiave professionistica della partita del cuore. Una gara da amarcord tra Mancini e Inzaghi, già intavolata alla vigilia con le sviolinate reciproche a suon di dichiarazioni conferenziali. «Faccio i complimenti a Simone Inzaghi. Oltre che compagno, è stato anche un mio giocatore, sono molto contento per lui, per la sua panchina alla Lazio e per il suo momento»: inizia Mancio. Quattro ore dopo, in un’incomprensibile conferenza fissata quasi al tramonto, arriva la replica di Inzaghino: «Se penso di poter diventare un allenatore top come Mancini? Ho cominciato ad allenare per questo, normale che ci sia questa ambizione».

Da quattro partite allenatore di Serie A e Simone Inzaghi guarda già lontano. Sperando di ripercorrere le tracce del suo ex compagno in biancoceleste. I due giocarono assieme nel 1999/2000 e ricordano con gusto quello scudetto del Centenario laziale strappato alla Juventus con il diluvio di Perugia e il gol di Calori. «Roberto – ricorda Inzaghi – convinse Cragnotti ed Eriksson a portarmi alla Lazio, quindi per me è stato qualcosa di importante e mi farà piacere ritrovarlo in panchina». Il rapporto si è poi consolidato quando Mancini diventò l’allenatore biancoceleste, dal 2002 al 2004, prima di spiccare il volo più a nord. Nel frattempo, Simone Inzaghi ha continuato fino al 2010, prima di appendere gli scarpini al chiodo e iniziare ad allenare i ragazzi, prima degli Allievi, poi della Primavera: «Da giocatore l’ambizione era quella di arrivare in Nazionale o vincere trofei con la squadra e ce l’ho fatta – sottolinea ancora l’allenatore biancoceleste -. Così come mi sono tolto soddisfazioni allenando i ragazzi. Ora con i grandi l’obiettivo è cercare di crescere giorno dopo giorno e spero di arrivare ai livelli di Mancini. Abbiamo preso un esempio alto ma l’obiettivo è questo».

Sicuramente non alla Lazio, ormai è chiaro anche a lui: «Io sono serenissimo perché sto facendo il mio lavoro nel migliore dei modi, sono molto soddisfatto, se poi avessimo vinto anche con la Sampdoria forse non staremmo qui a parlare dei nuovi allenatori». Ma conosce la piazza e sa già che Lotito punta più in alto per la rinascita, serve un nome che torni a stuzzicare la fantasia dei tifosi e quello sembrerebbe essere sempre più quello di Cesare Prandelli. Inzaghi si reinventerà fuori da Roma, forte da ieri dell’endorsement dell’amico nerazzurro. Le sette partite per cui è stato promosso, servono quindi a Inzaghino per farsi curriculum e puntare a un altro club. In quest’ottica, al di la dell’ostinazione nell’Europa («Ci crediamo ancora»), Lazio-Inter rischia di essere importante soprattutto per lui: «Conta tanto – ammette -, abbiamo bisogno di una partita importante, giochiamo contro una squadra costruita benissimo, completa e profonda. Dovremo fare la partita perfetta, vincere con loro significherebbe questo». Ultime dal campo: recuperano Biglia e Lulic, in attacco c’è Klose.

Roberto Mancini lo ha citato ieri come primo fattore di successo della Juventus degli ultimi anni: lo stadio di proprietà, capace di portare in dote diversi punti nel corso di un campionato. E’ un concetto che potrebbe andare a braccetto con uno dei cardini della strategia dei possibili nuovi soci dell’Inter, i cinesi di Suning Commerce Group. L’azienda di Nanchino ha messo la valorizzazione di San Siro tra i primi punti della sua agenda nerazzurra. La delegazione, venuta a Milano settimana scorsa, è rimasta conquistata dalla visita del Meazza. Suning ha intenzione di investire nell’impianto anche per un motivo di immagine internazionale. Si sa che lo sbarco delle multinazionali del Paese asiatico nel mondo del pallone europeo rientra nel massiccio piano di sviluppo del calcio voluto dal governo di Pechino. In quest’ottica abbinare il nome di una società cinese all’ammodernamento di uno degli stadi più famosi del mondo, al punto da essere conosciuto ovunque come “La Scala del calcio”, darebbe una plastica dimostrazione di successo all’operazione voluta dal capo dello Stato, Xi Jinping. Molto dipenderà dal futuro dell’altro occupante di San Siro: il Milan. Se davvero i possibili nuovi proprietari – cinesi anche per i rossoneri – vorranno costruire uno stadio di proprietà, allora Suning potrà agire liberamente per rendere più bello un Meazza tutto interista. Ma c’è anche un altro vincolo da rispettare: fino alla stagione 2021-22 nerazzurri e rossoneri sono legati alla convenzione con il Comune. Ma in ogni caso, per questo genere di interventi, i tempi non sono mai brevi.

La stagione dell’Inter si presta a un ragionamento doppio. Il primo dice che l’annata è da bollino rosso. Il terzo posto – a meno di frenate colossali di Napoli e Roma – è una porta ancora aperta solo dall’aritmetica. E non sono gli addetti ai lavori a indicare la Champions come l’obiettivo mancato di quest’anno. Lo dice Roberto Mancini stesso, in conferenza stampa, prima di partire per Roma. «Mi do un voto insufficiente perché sono esigente con me stesso e perché sono il responsabile di questa squadra. E perché all’inizio si puntava a vincere o comunque arrivare tra i primi tre. Ma la stagione non è disastrosa, siamo stati in testa per 20 giornate e poi abbiamo avuto un calo senza un vero perché». Ma il tecnico sa che la gara di questa sera contro la Lazio (in caso di successo, 4° posto aritmetico) non sarà una semplice fermata verso l’ultima giornata di campionato.

OTTIMISMO Perché dentro a questo bollino rosso spuntano appigli di positività. Il quarto posto consente di entrare direttamente nella fase a gironi d’Europa League. Serve blindarlo in fretta prima di una possibile risalita della Fiorentina. Uno stress estivo in meno da affrontare: tutto tempo buono per allenarsi, effettuare le tournée in calendario con serenità (tradotto, soldi) e la certezza di incassare almeno 10 milioni di euro dalla Uefa. Il perché c’è qualcosa da salvare, inizia da qui. L’anno scorso l’Inter arrivò ottava e la mano di Mancini non sortì l’effetto sperato (Walter Mazzarri fu esonerato all’undicesima giornata da nono, i nerazzurri alla fine risalirono di una posizione). Quest’anno invece, lavorando fin dal principio, la marcia è cambiata. L’Inter, dopo 35 giornate, aveva 52 punti l’anno scorso ed era fuori dall’Europa. Quest’anno ha 12 punti in più (64), gli stessi che aveva la Roma l’anno scorso in questo momento (i giallorossi erano secondi). I numeri dicono che i vertici della Serie A hanno accelerato. Ci sta. L’Inter intanto lo ha fatto su se stessa, alimentando il piano di rientro nell’Europa che conta almeno fino a Natale. Poi qualcosa si è incastrato. Ma alcuni numeri to a dodici mesi fa è stata alzata. La difesa è diventata di parola chiudendo 14 volte imbattuta e grazie a tutto il sistema l’Inter ha vinto 11 volte 1-0 in campionato. Nell’economia generale ne guadagna anche la differenza reti con un +15 che abbatte il +12 dello scorso anno, anche se qui una piega negativa ci sarebbe: l’attacco. Il capopopolo e capitano Mauro Icardi ne è l’emblema (l’anno scorso re dei gol con Luca Toni con 22) visto che da 18 esultanze è sceso a 15 in 35 gare. Ma tutto il reparto ha peccato di precisione con 5 gol in meno del 2014-15 (52 a 47). «Per migliorare serve anche attraversare le delusioni – ha aggiunto Mancini ieri -. Siamo quarti dietro tre squadre più forti e considero la Fiorentina superiore a noi perché Paulo Sousa, che è un ottimo allenatore, ha innestato il suo lavoro su un progetto già avviato da tempo».
ABITUDINE A VINCERE Non si
butta via tutto per una mancata qualificazione al preliminare. Sarebbe sbagliato vedere tutto nero quando in realtà la scala cromatica è ben diversa. L’anno scorso l’Inter aveva vinto 13 gare in 35 giornate. Ora è a 19 con ancora 3 carte da giocarsi. Comunque vada, ha vinto il 50% delle partite e aumentata l’abitudine. Vincere aiuta a vincere. Sembra banale, non lo è. E questa sera Mancini non ha alcuna intenzione di imbastire una passerella all’Olimpico. Detto del quarto posto da puntellare (l’ultima giornata, in casa del Sassuolo, sarà bene affrontarla con tutto piegato nell’armadio, senza ansie), ci sono anche aspetti tecnici da valutare.
IL POPOLO INTERISTA Mancini ieri si è rivolto al popolo interista. A coloro i quali quest’anno hanno trasformato il Meazza nerazzurro in una «black&blue house» come il presidente Erick Thohir ha sempre voluto che fosse. Con una squadra in testa al campionato per quasi metà stagione, l’entusiasmo è tornato a crescere. E l’Inter è diventata la squadra con più tifosi in casa: 820.878 presenze complessive (manca la gara con l’Empoli) contro le 708.131 dell’anno scorso. Di media, 45.604 spettatori. Napoli e Juventus (va detto che hanno impianti con minor capienza) inseguono in questa classifica. In quella che porta alla Champions, invece, precedono. Ed è lì che l’Inter vuole risalire.

A Barcellona faranno finta di nulla. Alzeranno le spalle e diranno che comunque due canterani di quell’epoca sono in prima squadra: Munir El Haddadi e Sandro Ra- mirez. Peraltro in ruoli simili a quelli di Keita Baldè (‘95) e Mauro Icardi (‘93). L’ammissione di aver almeno scelto troppo rapidamente non è consentita. Quando hai tanto materiale, ci sta che si abbassi il pollice con chi non ha un carattere catalogabile.
IL SENEGALESE Doveva essere solo uno scherzetto, assolutamente innocente, ma gli ha cambiato la vita. Nel 2010, Keita Baldè aveva 15 anni ed era nelle giovanili del Barcellona. Talento e grandi sogni a illuminare il suo futuro. Ma in un torneo in Qatar, l’attaccante spagnolo di Arbucies con genitori senegalesi non resistette alla tentazione goliardica di mettere del ghiaccio nel letto di un compagno di squadra. Un gesto che però fece scattare la «punizione». Keita venne smistato a una società satellite, il Cornellà, dove si riscattò a suon di gol: ben 47. Un anno dopo, il Barcellona tentò di riportarlo alla base, ma l’orgoglio di Keita si fece sentire con un secco no (il vincolo col club catalano si era sciolto e serviva una nuova firma che non arrivò più). Nel frattempo, era diventato il primo capitano di colore della nazionale Under 16 catalana. Il suo nome venne segnalato
ai top club europei, la Lazio bruciò tutti allo sprint. Il d.s. Tare lo portò a Roma per appena 410 mila euro (una sorta di indennizzo suddiviso tra Barcellona e Cornellà). Cinque anni dopo, Keita si sta rilanciando con la Lazio, che lo ha vincolato sino al 2018. A marzo ha scelto di vestire la maglia della nazionale del Senegal. Il Barcellona è ancora nel suo cuore dopo le ripicche del divorzio e sogna il grande ritorno. Intanto, con Inzaghi in panchina, è diventato titolare fisso. La fascia sinistra è tutta sua. Stasera, contro l’Inter, giocherà la quinta gara dall’inizio di fila in campionato. Gli è successo
solo un’altra volta: due anni fa. Dopo tanta panchina, Keita sta diventando un punto fermo della Lazio.
ICARDI Il curriculum di Mauro Icardi a Barcellona si è fermato alla pagina delle giovanili. Più che nel destino, era scritto nel suo fisico che finisse così. Perché lui stesso, anche sulla Gazzetta, lo aveva ammesso: «Tutti i miei compagni d’attacco delle giovanili alti e grossi hanno lasciato il club. Non ho rimpianti per questo, anche perché ha fallito pure uno come Zlatan Ibrahimovic…». Il Barcellona gioca senza un centravanti vero da anni e lo ha provato sulla sua pelle lo stesso Mauro. Come quella volta che al posto suo misero in campo Rafa Alcantara in quel ruolo. Una scelta «politica» per convincere il padre, Ma- zinho, a firmare il rinnovo del fratello Thiago. E lì il rapporto di Mauro con il club catalano iniziò a incepparsi. Pensare che per convincerlo ad accettare il Barga, ai tempi del Vecindario (Gran Canaria), il club mise in mezzo anche Leo Messi facendogli recapitare diversi regali firmati proprio dalla Pulce. Mauro però è sempre stato troppo libertino per le regole di comportamento dei catalani. Le uscite notturne di nascosto, le sgommate sulla neve fresca in una notte da cartolina a Barcellona, il suo agente dell’epoca che assiste alla semifinale di Champions del 2010 Barga-Inter con la tessera «presa in prestito» da Maurito a Jesjua Andrea An- goy-Cruijff, nipote di Johan e suo compagno delle giovanili. Icardi aveva troppo fisico e troppa vitalità in corpo per restare nei limiti del mare catalano. E così con 300 mila euro la Samp- doria lo portò via nel gennaio 2011 scoprendo un talento adattabile al calcio italiano.

Un tuffo nel passato per proiettarsi verso il futuro. Simone Inzaghi, per prendersi la Lazio, deve provare a battere l’Inter di Mancini. Ha un obiettivo: convincere Lotito e diventare l’allenatore del futuro biancoceleste. Questa sera all’Olimpico si abbracceranno prima della partita. «Rivedere Roberto che è stato un compagno di squadra e poi mio allenatore, mi fa piacere. Ricordo soprattutto che convinse Cragnotti ed Eriksson a portarmi alla Lazio, quindi per me rappresenta qualcosa di importante. Sono felice, potrò sfidarlo per la prima volta in panchina». Simone, anche da calciatore, esprimeva sicurezza. Ha uno spirito positivo, si fa voler bene. Oggi Mancio è un suo punto di riferimento. Vorrebbe diventare un allenatore top. «Ho cominciato ad allenare per questo, se c’è ambizione ci provi. Quando giocavo, il mio obiettivo era quello di arrivare in nazionale e di vincere trofei con la Lazio, ce l’ho fatta. Da allenatore, nel settore giovanile mi sono tolto delle soddisfazioni, posso crescere. Certo, speriamo di raggiungere Roberto e di arrivare ai suoi livelli. Parliamo di un grandissimo allenatore».
PRESTIGIO. Simone proverà intanto a misurarsi sul campo e non potrà essere semplice. «Conta perché noi abbiamo bisogno di una partita importante, giochiamo con una squadra costruita benissimo,
prima nel girone d’andata, completa, con la rosa profonda. Dovremo essere bravi, per vincere con l’Inter ci vuole la partita perfetta». L’Europa s’è complicata. «Ci crediamo ancora. Ci dispiace per il ko di Genova, non mi era mai capitato in sei anni di perdere una partita in questo modo. Neppure da calciatore mi era capitato di andare a Marassi e dominare, ma il calcio è così, se non fai gol vieni punito e poi devi spiegare perché. Dobbiamo essere più cattivi in zona gol e non parlo solo degli attaccanti».
FUTURO. E’ scattato il toto-alle- natore di Formello. Inzaghi è dentro la corsa e non si è infastidito. «Io sono serenissimo, sto facendo il mio lavoro nel migliore dei modi. Ho vinto le prime due, poi Palermo ed Empoli hanno dimostrato di non essere due squadre in disarmo, con la Juve era ingioca- bile, la quarta l’ho persa a Genova come succede una volta ogni sei anni. Sono molto soddisfatto per la squadra, se al posto di sei avessimo nove punti faremmo altri discorsi». Manca entusiasmo intorno alla Lazio. «Nell’immediato sarebbe tornato vincendo a a Genova. Saremmo stati a due punti dal Milan, però dobbiamo cercare di fare la prestazione. Ricordo nella stagione passata per il derby e la finale di Coppa Italia un Olimpico da stropicciarsi gli occhi. Dobbiamo riportare la gente allo stadio con i risultati, sappiamo quanto i tifosi amano la Lazio».
EMERGENZA. Simone ha lavorato in emergenza e sta cercando di recuperare Biglia e Lulic, provati ieri nel blocco dei titolari. La Lazio giocherà con il solito 4-3-3. Linea difensiva formata da Basta, Bise- vac, Gentiletti e Konko. Onazi completerà la linea mediana, costringendo Milinkovic a una nuova esclusione. Davanti il tridente verrà composto da Candreva, dal rientrante Klose e da Keita, titolarissimo con Inzaghi. Felipe ancora in panchina, stesso discorso per Cataldi. «Vedremo come sta Biglia e poi decideremo.
Cataldi sta lavorando bene e quando ha giocato ha fatto la sua parte, segnando alcuni gol importanti. Qui deve combattere con Biglia, Parolo, Mi- linkovic, Onazi. E’ dura. Ma Danilo alla Lazio ha dimostrato di starci alla grande». Gli infortuni lo hanno penalizzato. «La sorte non sta migliorando. Ho perso un giocatore importante come Parolo, , ha un grosso versamento. Anche Bisevac e Djordjevic hanno qualche problema, spero di recuperarli. Matri non è più stato disponibile e ci sarebbe stato utile. Dovremo essere forti sull’uno contro uno e cattivi quando capiterà la palla buona per segnare».

 La stagione dell’Inter non è stata da buttare. A tre partite dalla fine e con il quarto posto vicino, ma ancora da conquistare, ieri in conferenza stampa Roberto Mancini ha alzato la voce per difendere il gruppo dalle critiche e per far capire che confermando tutti i big, il futuro può essere roseo.
OTTIMA ANNATA. Il tecnico di Jesi è stato molto diretto nell’esprimere il suo pensiero: «Aspettiamo domani (oggi, ndr) a parlare di rammarichi e a dire che la corsa per la Champions è finita. La nostra stagione comunque non è da buttare e mi arrabbio quando voi giornalisti dite che non è buona. Stiamo costruendo una squadra e per farlo bisogna passare per delle sconfitte. Siamo al quarto posto dietro tre formazioni (Juve, Napoli e Roma, ndr) attrezzate meglio e ad agosto anche la Fiorentina sulla carta ci era superiore perché aveva una rosa insieme da anni. I tifosi dell’Inter devono sapere che questa non è un’annata disastrosa. Abbiamo avuto venti giornate straordinarie nelle quali la stampa ci criticava non si sa perché, poi abbiamo avuto un calo, ma la stagione rimane buona. Perché allora mi sono dato un voto insufficiente? Sono molto esigente con me stesso e volevo ridare all’Inter la Champions League. Poi però devo anche valutare altre cose ed essere obiettivo nei giudizi».
Adesso l’obiettivo è continuare il processo di crescita nel 2016-17 confermando i big. «E’ possibile trattenerli tutti e spero che il gruppo migliori. Siamo l’Inter e dobbiamo sempre crescere. La Juventus? E’ la più forte e negli anni è stata più brava defle altre perché si è costruita lo stadio che porta punti e introiti, ma anche perché ha comprato giocatori forti investendo i ricavi maggiori che ha. Può contare su un vantaggio importante». CATENACCIO MERCATO. Decisivi secondo Mancini saranno i movimenti della prossima estate, ma sul mercato zero concessioni: «Dipenderà da cosa si potrà fare, dai giocatori bravi che si libereranno. Ora è difficile dire quale calciatore potrebbe essere adatto perché se poi non si può prendere, devi andare su un altro. In ogni caso serviranno elementi che aiutino la squadra e che colmino le lacune che abbiamo. Indossare la maglia dell’Inter a San Siro però non è facile, soprattutto per i giovani e quindi bisogna essere attenti e valutare bene prima di scegliere. Banega? E’ del Siviglia e non so se l’Inter lo ha preso o no (in realtà per lui ed Erkin è tutto fatto da tempo, lo hanno fatto capire anche i dirigenti di Siviglia e Fenerbahce, ndr). Banega è un nazionale argentino, un elemento che ha qualità, esperienza e tecnica. Cosa risponderei se Thohir mi dicesse che possiamo prendere Touré? Non saprei, difficile parlare ora di mercato».
COMPLIMENTI. Il Mancio ha chiuso con una carrellata di complimenti: «All’Atletico Madrid e a Simeone per quello che hanno fatto e per
il progetto che stanno portando avanti da quattro anni. Al Crotone perché la sua promozione in Serie A è un qualcosa di bello per il calcio. A Simone Inzaghi, che è stato mio compagno e mio giocatore: sono contento che sieda sulla panchina della Lazio. E al Leicester: credo che ormai sia fatta per la vittoria della Premier e che resti solo da capire quando succederà. E’ bello che un allenatore italiano torni a trionfare in Inghilterra. Ranieri lo merita per il suo lavoro e ora devono intitolargli una piazza»

Dall’inizio del girone di ritorno solo Atalanta, Genoa, Udinese ed Empoli hanno avuto un rendimento peggiore dell’Inter in trasferta.
Se il prossimo anno Mancini vorrà davvero conquistare un posto in Champions League (o qualcosa di più), dovrà guarire da questo… virus che ha attaccato la sua formazione dopo l’affermazione sul campo dell’Empo- li, nell’ultimo match esterno della prima metà del campionato.
Da allora in poi tante, troppe delusioni e un ruolino di marcia (1 successo, 3 pari e 4 ko) decisamente insufficien-
te e insoddisfacente.
ANOMALIA. E pensare che nel girone d’andata Icardi e compagni non solo avevano ottenuto più punti lontano da San Siro (20 in 9 gare) che al Meazza (16 in 10 sfide), ma avevano anche messo in fila tutte le concorrenti quanto a rendimento esterno. Nessuno infatti aveva fatto meglio di loro, neppure la Juventus che stava guarendo dalla crisi (19 punti in 10 match), la Fiorentina (16 in 9), il Napoli (18 in 10), l’Empoli (17 in 10) o la Roma (14 in 10). Dal giro di boa in poi, però, qualcosa si è rotto: ha forse influito la forza delle avversarie per-
ché i nerazzurri si sono esibiti sui campi di Milan, Juventus, Fiorentina e Roma, ma più in generale è stato diverso l’atteggiamento e la squadra ha iniziato ad accumulare errori pagati a caro pezzo. La dimostrazione dai gol subiti: erano stati 5 nei primi 9 match esterni, mentre nel ritorno sono 13 con 2 trasferte che ancora mancano all’appello. Solo Torino (14), Genoa (14), Empoli (14), Udinese (16) Frosinone (22) e Palermo (22) hanno più reti al passivo dopo il giro di boa.
LJAJIC, RABBIA E KO. Niente trasferta a Roma per il serbo che sembrava recuperato dall’af-
faticamento di giovedì e che invece ieri mattina ha accusato un fastidio al flessore destro. Non si tratta di un problema che preoccupa, ma è stato sufficiente per metterlo ko e non inserirlo nell’elenco dei 22 convocati. Ljajic in ogni caso non avrebbe giocato dall’inizio anche perché il suo rapporto con Mancini, dopo le rose e fiori autunnali, è decisamente peggiorato e tra i due c’è grande freddezza. Scontato il mancato riscatto e il ritorno alla Roma per fine prestito. Ieri la squadra ha raggiunto Roma in treno.

Roberto Mancini lo ha citato ieri come primo fattore di successo della Juventus degli ultimi anni: lo stadio di proprietà, capace di portare in dote diversi punti nel corso di un campionato. E’ un concetto che potrebbe andare a braccetto con uno dei cardini della strategia dei possibili nuovi soci dell’Inter, i cinesi di Suning Commerce Group. L’azienda di Nanchino ha messo la valorizzazione di San Siro tra i primi punti della sua agenda nerazzurra. La delegazione, venuta a Milano settimana scorsa, è rimasta conquistata dalla visita del Meazza. Suning ha intenzione di investire nell’impianto anche per un motivo di immagine internazionale. Si sa che lo sbarco delle multinazionali del Paese asiatico nel mondo del pallone europeo rientra nel massiccio piano di sviluppo del calcio voluto dal governo di Pechino. In quest’ottica abbinare il nome di una società cinese all’ammodernamento di uno degli stadi più famosi del mondo, al punto da essere conosciuto ovunque come “La Scala del calcio”, darebbe una plastica dimostrazione di successo all’operazione voluta dal capo dello Stato, Xi Jinping. Molto dipenderà dal futuro dell’altro occupante di San Siro: il Milan. Se davvero i possibili nuovi proprietari – cinesi anche per i rossoneri – vorranno costruire uno stadio di proprietà, allora Suning potrà agire liberamente per rendere più bello un Meazza tutto interista. Ma c’è anche un altro vincolo da rispettare: fino alla stagione 2021-22 nerazzurri e rossoneri sono legati alla convenzione con il Comune. Ma in ogni caso, per questo genere di interventi, i tempi non sono mai brevi.

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