L’infermiera killer Fausta Bonino la donna resta indagata per omicidio ma continua a ripetere

1667832_4926625_0017_ks4b_u43170417335381xud_593x443_corriere_web_sezioniSettimanale Giallo  di Rubina Ghioni e Gian Pietro Fiore Sono rimasta esterrefatta quando ho appreso la notizia della scarcerazione dell’infermiera che era stata arrestata con l’accusa di omicidio. Se non ci sono elementi non posso far altro che rispettare la decisione del giudice del Tribunale del Riesame, ma non posso nascondere tutto il mio stupore di fronte a una decisione di questo tipo. Mi auguro che le indagini vadano avanti e che gli inquirenti possano trovare le prove per mandare in carcere chi ha ucciso mio marito Marco”. A parlare con Giallo è Loretta Barbisan, la moglie di Marco Fantozzi, il primo dei 13 pazienti morti in modo sospetto all’ospedale di Piombino su cui ha indagato la Procura di Livorno.

Negli scorsi giorni Fausta Bonino, 55 anni, sospettata dagli inquirenti di essere l’infermiera killer responsabile di queste morti misteriose, è stata scarcerata. Il Tribunale del Riesame di Firenze, infatti, ha deciso di annullare l’ordinanza di arresto del Tribunale di Livorno e ha liberato Fausta Bonino. La donna ha dunque lasciato il carcere di Pisa, nel quale era rinchiusa dallo scorso 31 marzo, e ha fatto ritorno nella sua casa di Piombino. Ma cerchiamo di fare chiarezza.

Se Fausta Bonino è stata scarcerata, significa che i sospetti su di lei sono rientrati? No, tutt’altro. Come ci spiega nel riquadro che trovate nella seguente pagina il nostro collaboratore, l’avvocato Daniele Bocciolini, Fausta Bonino rimane la principale indiziata in questa vicenda. Gli inquirenti di Livorno non stanno cercando un altro colpevole: pensano che la colpevole delle 13 morti sospette accertate sia proprio Fausta Bonino. Starà ora ai giudici del Tribunale del Riesame spiegare perché, nonostante le prove raccolte dagli inquirenti di Livorno, non è comunque necessario, per il momento, tenere la donna in carcere. Per il momento, sì: perché è

molto probabile che la procura di Livorno farà ricorso contro la decisione del Tribunale di Firenze. E non è detto che, presto, per Fausta Bonino, non possano riaprirsi le porte del carcere. Ha spiegato Ettore Squillace Greco, il procuratore capo di Livorno: «Noi non abbiamo mai smesso di svolgere le indagini su questa vicenda e non lo faremo ora che è intervenuta la decisione del tribunale. Questa decisione rientra nella fisiologia del procedimento, a maggior ragione in un caso come questo che è un procedimento indiziario». Le indagini degli inquirenti livornesi, dunque, proseguono senza sosta e hanno appurato che ci sarebbero altri 4 casi di decessi avvenuti nel 2013 nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Vìllamarina di Piombino che sarebbero stati causati dall’u

so ingiustificato di eparina. Ma non è tutto. Alla procura di Livorno sono pervenute altre 55 segnalazioni di presunte morti per somministrazione di eparina. A segnalare i casi sono stati i familiari dei pazienti deceduti in questi anni in circostanze misteriose, certi che ai loro cari sia stata riscontrata ima “scoagulazione” provocata dalla somministrazione di eparina.

A proclamare per primo l’innocenza di Fausta Bonino è stato suo marito Renato Di Biagio, che ha dichiarato: «Fausta sta bene, ora che è a casa sta bene. Si tratta di un errore giudiziario? Lascio a voi la scelta. Al momento opportuno parleremo, diremo tutta la nostra verità. Per ora mia moglie non ha niente da dire. Quello che c’è da dire ve lo dico io: mia moglie è innocente».

«PERCHÉ L’HANNO RIMESSA IN LIBERTÀ?»

E a chiedere che venga fatta presto verità sono, innanzitutto, proprio i parenti delle vittime. Continua Loretta Barbisan, la moglie di Marco Fantozzi: «Ci sono tredici persone che non sono morte per cause naturali. Per questi decessi, chi è il colpevole? Io pretendo che venga accertato chi ha ucciso mio marito e gli altri dodici pazienti. Ma non nascondo tutto il mio sconforto: di fronte a tutto questo, ancora ima volta mi viene da dire che è molto difficile credere nella giustizia».

Loretta Barbisan non è l’unica a essere rimasta amareggiata dalla decisione del Tribunale del Riesame di Firenze. Dice a Giallo Tiziana Giudicelli, la sorella di Luciano Giudicelli, 61 anni, deceduto il 10 febbraio 2015 nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Piombino: «Ho l’impressione che ci sia uno scontro tra i giudici di Livorno e quelli di Firenze. Forse i primi avrebbero dovuto trovare qualche altra prova prima di arrestare l’infermiera, visto che è stata poi scarcerata dal Tribunale del Riesame. Però resto perplessa: se ci sono tutti questi sospetti, non si può lasciare in libertà una persona. Io non posso credere che un Procuratore della Repubblica, un pubblico ministero, un giudice per le indagini preliminari e svariati carabinieri, un bel giorno, siano impazziti e abbiano deciso di arrestare una persona a caso. Quando è morto mio fratello sono andata nel reparto di Rianimazione a chiedere spiegazioni e il primario non ha saputo dirmi nulla. I nostri periti si sono accorti che nella sua cartella clinica manca una parte, quella più importante: la presa in carico del paziente.

Come è possibile? Ribadisco ancora una volta i miei dubbi: la cartella clinica che ho io potrebbe essere falsa. Sotto la lente della Procura di Livorno ci sono 13 morti sospette: ci sarà pure un responsabile per tutti quei decessi. Se devo essere sincera, credo che non sia possibile che sia tutto opera di una sola persona. Ora pretendo di sapere come è morto mio fratello». Anche Francesco Valli, il figlio di Marcella Ferri, chiede giustizia. Gli inquirenti avevano già accertato che la morte della sua mamma, avvenuta il 9 agosto 2015, fosse l’unico dei 13 decessi sospetti non avvenuto a causa di un’iniezione di eparina. Ma i medici non gli hanno mai spiegato quale sia stata la reale

causa del decesso della madre. Ormai, però, sarebbe impossibile scoprirlo con un’autopsia: il corpo di Marcella Ferri, infatti, è stato cremato. Spiega a Giallo Francesco Valli: «Mia mamma è morta lo scorso agosto, quando, cioè, le indagini in ospedale erano già iniziate. Se i Nas mi

avessero avvisato subito che c’era un’indagine in corso, non avrei fatto cremare la mia mamma. Certo, la mia mamma mi aveva chiesto di essere cremata e io ho rispettato le sue volontà. Ma se avessi saputo tutto quello che so ora, avrei aspettato, anche a costo di andare contro il suo volere. Almeno avrebbero potuto fare l’autopsia».

«I NAS MI FECERO VEDERE QUATTRO FOTO»

Francesco Valli è un fiume in piena e dice ancora a Giallo: «Voglio che sia chiaro: io non ho mai accusato nessuno di aver ucciso mia madre. L’ho già detto qualche settimana fa attraverso il vostro giornale e, visto che me ne date la possibilità, voglio ribadirlo. Prima che morisse la mia mamma, vidi un’infermiera farle ima puntura in un modo strano: velocemente, come se avesse fretta. Questa persona fu molto sgarbata con me, mi trattò in modo brusco. Per questo, dopo la morte della mia mamma, feci un esposto all’Asl per denunciare il suo comporta

mento. Quando venni convocato dai Nas, il 22 agosto, non sapevo che ci fosse un’inchiesta sulle morti all’ospedale di Piombino. Io raccontai loro solo di quella strana puntura. Durante il colloquio i Nas tirarono fuori 4 foto e mi chiesero: “Sarebbe in grado di riconoscere l’infermie- ra che ha fatto quell’iniezione? Guardi queste foto e ci dica qual è. Io la riconobbi subito: era la donna che, in seguito, è finita su tutti i giornali. I carabinieri si raccomandarono di non dire nulla di ciò che avevo visto, perché c’era un’indagine in corso. Si figuri che, ingenuamente, credetti che l’indagine di cui parlavano fosse legata al mio esposto. Pensai: “Ma tu guarda, scrivo due righe di lamentela all’Asl e i carabinieri aprono addirittura un’inchiesta”. Certo non avrei immaginato questo putiferio…». Ma c’è un altro aspetto di questa vicenda che fa soffrire Francesco Valli. Dice l’uomo:

«Quando passeggio per Piombino incontro moltissime persone, soprattutto anziani, che mi baciano e mi abbracciano. Mi dicono: “Francesco, vai avanti, cerca la verità. Fallo per i miei figli e per i miei nipoti”. Tanti altri miei concittadini, però, mi schivano. Pensano che io sia un “traditore”, perché l’inchiesta dei carabinieri ha sollevato un polverone all’ospedale di Piombino e ha messo in luce tutte le carenze della struttura. Non sono certo io quello che ha scatenato tutta questa storia. Io sono solo ima delle vittime di tutta questa vicenda. Anzi, voglio aggiungere una cosa. Io non so chi sia il colpevole di queste 13 morti. Mi dà fastidio che nei giornali e in tv si parli delle “presunte” vittime. I nostri cari sono vittime, non “presunte” vittime. E noi parenti vogliamo il colpevole. Chiunque sia».

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