Lutto nel mondo dell’imprenditoria: scompare a 90 anni Bernardo Caprotti, patron dell’ Esselunga aveva vinto da poco la causa con i figli per l’eredità

Lutto nel mondo dell'imprenditoria: addio a Bernardo Caprotti, patron dell'Esselunga morto a 90 anni Un gravissimo lutto ha colpito nella giornata di ieri, venerdì 30 settembre 2016 il mondo dell’imprenditoria italiana in seguito alla scomparsa alla veneranda età di 90 anni del celebre imprenditore Bernardo Caprotti, patron dell’Esselunga ovvero la celebre società italiana della grande distribuzione organizzata operante nell’Italia settentrionale e centrale con supermercati e superstore. Nato a Milano il 7 ottobre del 1925 e appartenente ad una famiglia di industriali tessili e cotonieri ecco che Caprotti si è dedicato agli studi in legge e successivamente, una volta terminati tali studi proprio il padre ha pensato bene di mandarlo negli Stati Uniti per impratichirsi nell’industria del cotone e della meccanica tessile e dopo alcuni anni ha fatto ritorno in Italia e nell’estate del 1952, in seguito alla morte del padre si è trovato a dover gestire l’azienda di famiglia.

Alcuni anni dopo e precisamente nel 1957 si presenta l’occasione che gli ha cambiato la vita per sempre ovvero quella di investire nella prima società fondata in Italia con l’obiettivo di realizzare supermercati, il tutto in società con il miliardario americano Nelson Rockfeller fino a quando, quest’ultimo esce di scena cedendo la maggioranza dell’azienda proprio alla famiglia Caprotti. Ed è stato proprio in seguito all’uscita di scena del noto miliardario americano che Caprotti decide di dedicarsi a tempo pieno alla nuova attività e quindi sarà proprio a partire dal 1965 che Bernardo Caprotti inizierà ad occuparsi dei supermercati a tempo pieno.

Esselunga negli anni ha ottenuto un grandissimo successo, uno sviluppo che non si è mai fermato ma che al contrario anno dopo anno è andato crescendo sempre più. La morte del noto imprenditore italiano, avvenuta nella città di Milano a solo una settimana dal suo novantunesimo compleanno ha gettato nello sconforto moltissime persone, le stesse che nel corso di questi anni hanno apprezzato Caprotti sia come uomo che come imprenditore e dunque sia sul lavoro che nella vita in generale, e tra questi a commentare la morte del patron di Esselunga vi troviamo il noto politico italiano Pier Luigi Bersani, il quale ha nello specifico affermato “Se ne va un uomo particolare, un uomo che emozionava. Se ne va uno dei più grandi imprenditori italiani. Ma il Dottore vivrà ancora nella sua straordinaria impresa” mentre invece il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, ha commentato la morte di Caprotti scrivendo su Facebook un post rivolto proprio a quest’ultimo affermando nello specifico “Buon viaggio Bernardo Caprotti, genio di Esselunga, grande uomo, grande imprenditore e amico del Made in Italy, mai servo di nessuno. Grazie”.

Ad annunciare la morte dell’imprenditore è stata la moglie Giuliana ed inoltre, stando a quanto trapelato dalle prime indiscrezioni sul caso sembra proprio che le esequie avverranno in forma strettamente privata ed inoltre, in seguito, non avranno luogo necrologi, il tutto con l’unica intenzione di seguire quella che è l’ultima volontà espressa dal noto imprenditore.

Solo la morte gli ha impedito di prendere l’ultima decisione. Bernardo Caprotti voleva vendere Esselunga, la sua creatura. Ma voleva farlo alla sua maniera: quando voleva lui e a chi voleva lui. Per una volta non ce l’ha fatta. Una forza cui è impossibile opporsi lo ha fermato. Bernardo Caprotti è morto all’improvviso. Avrebbe compiuto 91 anni la prossima settimana. Si stava riprendendo da un incidente domestico che l’aveva costretto a letto ingessato per un po’ di tempo. Sembrava sulla via della guarigione quando una complicazione polmonare se l’è portato via.
Finisce così uno dei più grandi capitani d’industria che l’Italia abbia mai avuto. Un carattere difficile certo. Molto difficile. Ma come diceva un altro signore molto scorbutico come Indro Montanelli solo chi ha un carattere può averlo anche brutto.

Bernardo Caprotti è morto prima di aver dato un destino alla Esselunga. Doveva essere la sua ultima decisione. Aveva incaricato Citigroup di seguire la pratica. Aveva grande stima e rispetto per tutto quello che veniva da quella parte del mondo. D’altronde Esselunga non era nata copiando il modello Usa?
L’incarico aveva solo funzione esplorativa. La banca doveva solo valutare le offerte e poi portarle sul tavolo del “dottore”, come lo chiamavano 22.218 dipendenti del gruppo. Lui rispondeva definendoli collaboratori. Non impiegati. La scelta di privarsi della sua creatura, però, dopveva essere solo sua. Nei tempi e nei modi. Chi lo conosce dice che a guidare la scelta del compratore non sarebbe stato certo il valore dell’offerta economica. Una grandezza assolutamente reltiva data la situazione Bernardo Caprotti aveva deciso di vendere nella convinzione, maturata più di dieci anni fa che nessuno degli eredi naturali è in grado di prendere il suo posto. La Esselunga è Bernardo Caprotti e Bernardo Caprotti è la Esselunga. Lo ha stabilito per sentenza anche la Cassazione e il discorso finisce qui.

Proprio il fatto di non aver designato un successore renderà inevitabile, dopo la scomparsa del fondatore, le liti dinastiche fra Giuseppe e Violetta (figli della prima moglie) e Marina avuta dal secondo matrimonio. A esserne danneggiati l’azienda e i dipendenti. O meglio: i collaboratori. Per questo aveva deciso di vendere. Dividere un capitale liquido è più semplice. Si litiga meno e, soprattutto, non ci sarebbero stati riflessi sul gruppo. Però doveva essere lui a decidere. Come sempre è accaduto da quel 27 novembre 1957 quando a Milano, in viale Regina Giovanna, al posto di una vecchia autorimessa con i muri anneriti dal fumo viene inaugurato il primo punto vendita della SupermarketItalia. La società ha un milione di capitale di cui la maggior parte (51%) messo a disposizione da una finanziaria di Nelson Rockefeller. I fratelli Guido e Bernardo Caprotti hanno il 18%, Mario e Vittorio Crespi (Corriere della Sera) il 16,5%. Il 10,3% appartiene a Marco Brunelli che più tardi si staccherà per dare vita alla Unes.

In quell’uggioso pomeriggio di fine novembre ha inizio la rivoluzione dei consumi in Italia. Debutta la grande distribuzione. Con l’insegna disegnata da Max Hu- ber nascerà più tardi Esselunga.
Negli anni del boom economico, da erede di una dinastia di tessitori Caprotti diviene il pioniere nel commercio al dettaglio. Negli Anni Settanta e Ottanta è il primo a concedere il lavoro a turni e la riduzione dell’orario da 40 a 37 ore. Ma sono anche gli anni della contestazione cui Caprotti risponde a muso duro. Stare dalla parte dei lavoratori e dei clienti non significa cedere ai ricatti del sindacato. I dipendenti sono collaboratori. Lui è il Dottore. È così che Esselunga è diventata una delle aziende italiane di maggior successo: un reddito di 17mila euro per ogni metro quadrato di vendita. Record mondiale da fare invidia a colossi come Walmart e Carrefour. Una cura maniacale per la qualità, un controllo costante sui prezzi e un modello organizzativo d’eccellenza: ogni punto vendita Esselunga ha un costo di tre volte superiore alla concorrenza. Nulla è lasciato al caso: la pavimentazione, la luce, la disposizione dei banchi.

I progetti immobiliari sono firmati Mario Botta, Norman Foster, Renzo Piano. Caprotti ha inventato le tessere fedeltà, gli scontrini a lettura ottica e le casse senza cassiere. A 80 anni ha ripreso in mano l’azienda che gli sembrava vacillare (i manager furono spediti a casa in Mercedes) e l’ha riportata a macinare utili. A 82 ha pubblicato il libro Falce e carrello contro le Coop. A 85 ha affrontato la lite con i figli sulla proprietà del gruppo. A 88 si è auto pensionato. A 91 cerca mani sicure cui consegnare il futuro dei 22.218 collaboratori. Per una volta non ha scelto lui. La prima e l’ultima.

E ora che cosa accadrà? Con la morte di Caprotti, il nodo da sciogliere per assicurare un futuro stabile a Esselunga sarà la lettura delle ultime volontà del fondatore del colosso della distribuzione alimentare. Il pessimo rapporto che aveva con i figli è noto. L’accelerazione delle trattative per la vendita è stato il tentativo estremo di evitare ulteriori liti e spaccature tra gli eredi. Come andrà a finire la cessione del gruppo dipenderà dagli eredi, sempre che la vecchia volpe non abbia trovato il modo (legale) di aggirare l’ostacolo.
Non più tardi di un paio di settimane fa il consiglio di amministrazione di Esselunga aveva dato mandato a Citigroup di selezionare le manifestazioni di interesse perla quota di controllo dell’azienda. Un gruppo valutato, compreso gli immobili di proprietà,
tra i 4 e i 6 miliardi di euro e che ha chiuso l’esercizio 2015 con un utile di 290 milioni (+37%) su un fatturato di 7,3 miliardi. Una crescita del 4,3% quasi doppia rispetto alla media di mercato (2,4%). Ma ancora prima di dare l’ufficialità alla volontà di vendere, sul tavolo di Caprotti erano arrivate diverse mezze proposte. Come quella del più grande fondo di private equity del mondo, Blackstone, che si era dichiarato disponibile a rilevare il 60% del pacchetto con l’opzione sul restante 40% quando l’ingombrante patron di Esselunga avesse deciso di fare un passo indietro. Ma gli americani evidentemente non conoscevano la tempra dell’uomo, che ha finito i suoi giorni senza mai cedere lo scettro del comando. C’è stato poi l’approccio, forse più gradito degli inglesi di Cvc, pronti a comprare l’inte-
ro pacchetto. Alla coda di possibili nacquirenti si possono aggiungere anche Walmart, colosso Usa della grande distribuzione che sta cercando occasioni per entrare nel mercato italiano e che aveva avvicinato Ca- protti, a vuoto, già nel 2004. E poi Car- refour.
Ma con la morte dell’imprenditore tutto potrebbe finire in una bolla di sapone. Tutto dipenderà dalle ultime volontà del fondatore. Il figlio Giuseppe non ha mai nascosto il desiderio di proseguire l’attività. Era anche entrato in azienda. Aveva introdotto alcune novità importanti, stando almeno a quanto scrive nel suo blog, come la carta Fidaty. Il padre però l’aveva rimosso. I conti di Esselunga avevano preso una brutta piega. Impensabile per il fondatore.

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