Milan – Lazio Streaming Gratis Diretta live Tv

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Il Milan ha fatto un punto nelle ultime due partite, il Sassuolo (settimo) è più vicino rispetto a Inter e Fiorentina però a Milanello si vive una situazione paradossale con i giocatori – evidentemente ancora traumatizzati da quanto accaduto sotto le gestioni Seedorf e Inzaghi – pronti a buttarsi nel fuoco (almeno a parole) per far sì che Sinisa Mihajlovic venga confermato e il solo Berlusconi, al contrario, parecchio perplesso visti i risultati modesti fin qui ottenuti (con il crollo della Lazio e la rosa a disposizione dell’allenatore sarebbe stato impossibile fare peggio del sesto posto attuale).

Nell’ultima esternazione il presidente ha ancorato ai risultati il giudizio finale sull’allenatore («Mihajlovic lo valuteremo a fine stagione sulla base dei risultati ottenuti e del funzionamento complessivo della squadra. Per il momento, lasciamolo lavorare in serenità») mentre l’interessato ha trovato non uno, ma quattro colpevoli per il calo verticale di rendimento negli ultimi 180′ di campionato, ovvero Bacca, Luiz Adriano (stasera titolari), Menez e Balotelli. Colpa degli attaccanti se il Milan ha abbandonato le velleità di una rimonta Champions e naviga in zona preliminari di Europa League. I quattro hanno subìto un bello shampoo dall’hombre vertical Mihajlovic che proprio per le sue doti da sergente di ferro oltre che per un onorato passato da calciatore alla Lazio è stato messo da Claudio Lotito in cima alla lista dei candidati per sostituire Stefano Pioli.

Non si farà certo distrarre dalle voci Mihajlovic: «Io sono l’allenatore del Milan, sono molto contento di essere qui e penso solo al Milan avendo un altro anno di contratto. Se rifletto poi su quanti allenatori hanno accostato al Milan in questi quattro-cinque mesi…». Sinisa piuttosto cerca una vittoria per riprendere la strada abbandonata dopo l’1-0 al Torino. «Con la Lazio mi aspetto una grande prestazione, una partita senza sbavature e con l’atteggiamento giusto dal primo all’ultimo minuto: se sarà così, il risultato verrà di conseguenza», ha spiegato il tecnico che attende soprattutto un cambio di marcia dagli attaccanti finiti (non per la prima volta) bersaglio delle picconate del serbo: «Nelle ultime due partite il nostro problema è stato in attacco: non è possibile che i miei quattro attaccanti con Sassuolo e Chievo non abbiano fatto nemmeno un tiro in porta.

Ora hanno dieci partite (finale di Coppa Italia compresa, ndr) per onorare la maglia, il loro nome e la loro storia. Con la Lazio dovranno dimostrare perché sono al Milan. Prendiamo a esempio il secondo gol della Juve a Monaco, quello di Morata: ecco dai miei mi aspetto queste giocate perché sono i giocatori che possiedono maggior qualità in rosa». Quasi superfluo sottolineare come l’infortunio di Niang abbia complicato terribilmente i piani del tecnico che stasera riproporrà Bacca-Luiz Adriano, coppia di inizio stagione: «Il sesto posto non soddisfa né il sottoscritto né i miei ragazzi: il nostro obiettivo è scavalcare qualche posizione. Se però guardiamo gli ultimi tre anni, gli altri sono partiti molto più avanti di noi. Non è un alibi ma un fatto. Se c’è un problema di qualità nella rosa? Ripeto: nelle ultime due partite il nostro problema è stato in attacco: per fare un gol bisogna spingere la palla in dieci…».

La bufera ancora incrina il barcone ma Stefano Pioli in questo momento sembra di gomma: ostenta una serenità mai vista e risponde con scioltezza nonostante il momento delicato che sta vivendo. Sincero ma banale quando dice che «Lotito è deluso (ci mancherebbe, ndr), lo ha detto a me e alla squadra, come è giusto che sia». Coraggioso quando ribadisce anche a mente fredda che non si dimetterà: «Se i risultati sono questi, un allenatore, colui che sceglie, motiva e scrive la formazione deve farsi un esame di coscienza e ammettere che poteva fare un lavoro migliore. Errori sono stati commessi, è stata una stagione complicata.

Ma non mi piace gettare la spugna, ho intenzione di finire con serietà, onestà e con tutto l’orgoglio possibile». E pungente, quando tra le righe vi aggiunge anche un «ci metto la faccia», quello che in questi casi dovrebbe fare anche la società, che invece agisce da tempo nell’ombra in vista della prossima stagione, che sicuramente non sarà più con Pioli: «Ma io ora non sto pensando al mio futuro, a fine stagione tireremo le somme», aggiunge il tecnico. Per il momento, un piccolo passo avanti rispetto a dichiarazioni standard offerte a ogni vigilia passata, ma la sensazione è che alla fine Pioli avrà più di un sassolino da togliersi e lo farà magari una volta accasato altrove. Ad oggi resta ancora un po’ sognatore («Vincendo con il Milan si può riaprire il discorso per il sesto posto») e al contempo protettivo verso quella polveriera che è il suo spogliatoio: «Non mi sento tradito, non è vero che è mancata la compattezza, questa è una stagione nata male: il problema sono stati i troppi infortuni e la mancanza di risultati». Dopodiché, diventa quasi secondaria la perdita di Konko, la scelta di schierare Lulic mezzala e l’ex Matri dall’inizio in attacco.

Qualche giorno fa Sinisa Mihajlovic e Carlos Bacca hanno fatto una chiacchierata serena e costruttiva. Il colombiano ha spiegato al tecnico che in Spagna lui usava lo stop per iniziare a liberarsi del primo difensore avversario. In Italia, invece, non fa in tempo perché appena si allunga un po’ il pallone glielo portano via. Mihajlovic, che ha raccontato l’episodio in conferenza stampa, ha responsabilizzato molto Bacca e le altre punte e magari la chiacchierata con Carlos produrrà oggi una crescita nel rendimento del colombiano e il suo ritorno al gol. «Nelle ultime due partite il problema è stato l’attacco – ha spiegato il tecnico rossonero -.

E’ come se per segnare dovessimo spingere la palla in dieci. Poche rose della Serie A hanno queste punte e loro devono essere il valore aggiunto del Milan. Tutti partecipano al gioco, ma sono gli attaccanti a fare la differenza e a loro l’ho detto chiaramente. Cerco di motivarli e renderli più responsabili. Non è possibile che i miei quattro attaccanti in due partite non abbiano fatto nemmeno un tiro in porta. Adesso hanno dieci partite per onorare la maglia, il nome e la loro storia».

IL CONFRONTO A Mihajlovic non manca il pregio della schiettezza. E per essere ancora più chiaro il tecnico del Milan ha fatto per la seconda volta consecutiva il confronto con un attaccante della Juve. Prima della sfida con il Chievo aveva spiegato che da Balotelli si aspetterebbe un impegno e una dedizione alla Mandzukic (paradossalmente criticato da Allegri per la sua generosità nei ripiegamenti). Ieri ha detto che i gol si fanno con le azioni corali «ma anche con un’iniziativa individuale che faccia emergere le proprie qualità. A Monaco Morata ha dribblato tre avversari e ha servito Cuadrado davanti alla porta: ecco, si segna anche così. E mi aspetto queste giocate dai miei attaccanti».

UN GOL PER OGNI FESTA Il Milan, in effetti, non può prescindere dai gol di Bacca, finalizza- tore perfetto che per battere il portiere avversario sa farsi bastare poche occasioni, spesso colpisce alla prima. Carlos in campionato non segna da 4 partite, in Italia non è mai arrivato a 5 gare di digiuno. Dal punto di vista individuale ha due obiettivi: il secondo posto nella classifica cannonieri dietro a Higuain e il raggiungimento di quota 20, che nella Liga centrò nel secondo campionato mentre nel primo si fermò a 14 (il suo record è di 25 reti, ma fu siglato nel campionato belga con la maglia del Bruges). Il Milan ha un altro motivo valido per sperare in una rete del colombiano stasera contro la Lazio. Carlos ama santificare a modo suo le ricorrenze, con una dedica speciale alla famiglia. Segnò nel derby contro l’Inter per festeggiare il compleanno della figlia Karla Valentina, il suo ultimo gol contro il Genoa fu realizzato nel giorno di San Valentino e quindi dedicato alla moglie Shayira. E ieri era la festa del papà: l’auto-regalo è ammesso.

Stare sereno come vorrebbe il presidente è una parola, dal momento che ad alimentare i dubbi sul suo futuro è stato proprio Berlusconi. Ma si sa, Silvio con gli allenatori è fatto così, soprattutto negli ultimi anni: prima apre il fuoco e poi magari si rende conto che delegittimare un tecnico a metà stagione forse non è la migliore delle idee. Sinisa dunque è stato ufficialmente accompagnato fino al 21 maggio, data della finale di Coppa Italia. Dopo di che, qualsiasi scenario sarà valido. Se prevarrà quello in cui l’allenatore racconta di essere «felice qua, ho un contratto per un altro anno e penso solo al Milan», dipenderà da come si svilupperanno questi due mesi. Perché ad esempio Mihajlovic punta ancora al quarto posto e questo, assieme alla conquista della coppa, sarebbe un ottimo lasciapassare in vista della nuova stagione: «È un’annata difficile ma non da buttare, c’è ancora tempo per renderla molto positiva».

ATTEGGIAMENTO Per farlo occorre evitare prestazioni come le ultime due, per le quali è oggettivamente complicato trovare una spiegazione. «Non so se serva un motivatore, uno psicologo, uno psichiatra o l’esorcista, me lo chiedo da mesi», scherza Mihajlovic, che nomina quattro figure in cui Berlusconi (stasera forse presente a San Siro) si riconosce perfettamente. Di certo Sinisa sa cosa chiedere ai suoi ragazzi: «Non possono assicurarmi una vittoria, ma possono assicurarmi una gara senza sbavature dall’inizio alla fine». Visti gli ultimi 180 minuti, sarebbe già un trionfo. «Il sesto posto non ci soddisfa, giocando col giusto atteggiamento possiamo ancora superare qualcuno. Il problema non è giocare nel Milan ma fare bene il tuo lavoro, dovrebbe essere normale che un giocatore vada in campo e dia il massimo. Se sbagli atteggiamento non puoi giocare da nessuna parte. Balotelli e compagni hanno dieci partite per onorare la maglia e il loro nome».

MESSAGGI Mihajlovic si rifà evidentemente alle parole del dopo-Chievo di Abate e Abbiati (a proposito: ieri Sinisa ha chiarito che il secondo portiere ora è Christian, con Diego ultimo della lista). Concetti che gli sono piaciuti («A volte va bene dire certe cose anche fuori dalla spogliatoio») e che Abate riprende: «Abbiamo dei saliscendi di testa, quando ci siamo sentiti appagati abbiamo sbagliato. Ripartire ogni anno da zero non è facile per nessuno, anche per il gruppo». Messaggio soprattutto per la società, mentre Montolivo ricorda con nostalgia: «Il Milan che tre anni fa rimontò fino al terzo posto non era più forte di questo, ma restò concentrato tutto il girone di ritorno». Di quella rimonta fu protagonista anche De Sciglio, che è stato premiato da Galliani per le 100 presenze in rossonero: «Vogliamo il tuo primo gol nel Milan», è stato l’augurio dell’a.d.

Stefano Pioli si aggrappa anche a quel precedente. Già tre mesi fa salvò la sua panchina a San Siro. Il colpaccio del 20 dicembre contro l’Inter allora capolista (2-1, doppietta di Candreva) sembrò la scintilla per rivedere la sua bella Lazio della passata stagione. Un’illusione poi bruciata nel falò di un’annata tormentata. Il k.o. contro lo Sparta Praga in Europa League lo ha condotto a un passo dall’esonero. E una sconfitta stasera contro il Milan potrebbe rivelarsi fatale. Dopo aver respinto l’ipotesi delle dimissioni, il tecnico della Lazio nella vigilia della sfida di San Siro vuol guardare oltre. «Non mi piace gettare la spugna.

Ci metto la faccia e ho voglia di finire la stagione con tutta la professionalità e l’orgoglio possibile». Non si nasconde dinanzi alle proprie responsabilità. «Se i risultati sono questi, da allenatore devo fare un esame di coscienza. Potevo fare un lavoro migliore, sono onesto. Non siamo riusciti a sostenere le aspettative che erano alte. Non mi sento tradito. Sono ancora convinto di avere una buona squadra. Tutti abbiamo reso al di sotto nelle nostre possibilità e ci sono stati troppi errori. Giovedì abbiamo buttato via un’altra occasione». Venerdì ha incontrato Lotito. «Come è giusto che sia, il presidente ha manifestato la sua delusione a me e alla squadra».

Ha un contratto con la Lazio sino al 2017, ma ora sembra appeso a un filo, quello del risultato di stasera. «Non sto pensando al mio futuro. Una vittoria contro il Milan potrebbe riaprire i discorsi per il sesto posto». E schiudere prospettive di qualificazione in Europa Lea- gue che al momento però sembrano un vero miraggio.

OCCHIO AGLI INZAGHI Proprio sul campo del Milan (31 agosto 2014), il suo debutto in campionato sulla panchina della Lazio. Una sconfitta per 3-1 con i rossoneri di Pippo Inzaghi. Ora l’ombra di un altro Inzaghi, Si- mone, fratello dell’ex allenatore milanista, lo segue. Il tecnico della Primavera della Lazio è candidato a subentrargli. In casa biancoceleste si teme una crisi profonda con il derby del 3 aprile all’orizzonte. Ma Pioli si concentra sul presente e inquadra il Milan di Mihajlovic, che potrebbe prendere il suo posto sulla panchina della Lazio nella prossima stagione. «Ci aspetta un avversario che gioca con ritmo un calcio offensivo. Ma concede quegli spazi che noi dovremo cercare di sfruttare. Conterà anche difendersi con compattezza. Sono convinto che, se giochiamo con lo spirito visto in allenamento negli ultimi due giorni, possiamo fare una buona partita e ottenere un risultato positivo». A testa alta, Pioli sceglie di avere ancora fiducia nella sua Lazio.

Polveriera a dir poco. Una diaspora fragorosa che si abbatte sulla Lazio dopo la debacle con lo Sparta Praga. Dalla contestazione dei tifosi (ieri scritte e striscioni a Formello contro tutti: “11 Indegni”) alla lite di Onazi con uno pseudo-supporter a sfondo razzista: «Mi ha detto negro di m…», ha sbottato il nigeriano. In mattinata la solita tappa di Lotito al centro sportivo, stavolta per tenere a lungo rapporto Stefano Pioli. Il patron, il cui labiale è stato captato dalle tv giovedì sera («Ma perché il 4-2-3-1?» avrebbe detto rivolgendosi ai suoi collaboratori in tribuna) ha fatto capire che a giugno le strade si separeranno. Se Pioli aveva un minimo di chance si salvare la sua panchina andando il più avanti possibile in Europa League, dopo lo 0-3 con i cechi tutto è crollato. Ora dovrà salvare almeno la faccia fino alla fine, con il Milan domani e il derby di domenica prossima che suonano come veri spartiacque.

In caso di possibili tracolli, è pronto il tecnico della Primavera, Simone Inzaghi, per traghettare la squadra fino a fine stagione, in attesa di concretizzare l’obiettivo di mettere in panchina Sinisa Mihajlovic, il cui divorzio dal Milan è sempre più probabile. Non è dato a sapersi che Lazio ritroverebbe, Sinisa: è annunciata infatti una diaspora di scontenti e che stanno spingendo per andare via. Candreva, Felipe Anderson, Biglia, lo stesso Keita, solo per citarne alcuni. Non è un caso che ad accusare la Lazio di “non essere una squadra”, sia stato per ben due volte Senad Lulic, fresco di rinnovo: «Quando si prendono i fischi si prendono assieme, invece altri sono scappati». Colpa di Pioli nell’aver sottovalutato la situazione interna, ma anche della società che non è stata in grado di prevenire l’infortunio di de Vrij (già ad aprile i primi sintomi al ginocchio) e soprattutto di non aver riparato a gennaio quando l’olandese era certo di aver finito la stagione. L’unico arrivo è stato Bisevac, peggiore in campo con lo Sparta Praga. Per San Siro, a corredo, è out anche Konko.

Non sapremo mai se dalle parti di Ar- core i testi di Eduardo De Filippo erano di casa. Di sicuro accade una cosa cara al grande attore e autore napoletano: passa la nottata. E porta consiglio. Il Milan aveva lasciato Marsiglia annunciando battaglie legali davanti a giornalisti increduli. La mattina dopo la retromarcia è totale: il club rinuncia al ricorso pensato per agguantare una impossibile vittoria a tavolino o più modestamente la ripetizione del match. Non solo, accetta il 3-0 a tavolino e incassa senza fiatare l’ulteriore punizione dell’Uefa: un anno fuori dalle Coppe. Una mazzata tremenda, ma quello che fa più male è la figuraccia. Danno d’immagine incalcolabile per una società che ha un presidente, Silvio Berlusconi, molto sensibile a questo aspetto. In Italia l’abbandono del Milan è stigmatizzato da tutti. Candido Cannavo, direttore storico della Gazzetta, non la tocca piano: paragona Galliani a Fahad Al-Ahmed, lo sceicco del Kuwait, pure lui vestito di bianco, sceso in campo per far annullare (riuscendoci) un gol della Francia nella sfida al mondiale 1982 e definisce quella trasferta un’ala di manicomio; a Michel Platini, c.t. francese presente in tribuna, bastano due parole: «Una vergogna». Ma chi era in campo si rese conto di quello che stava accadendo?

LA VARIANTE DI BILLY Alessandro Costacurta ha una cosa in comune con Adriano Galliani: il percorso sportivo nei club fatto solo da Monza e Milan. Per entrambi esordio in Brianza: difensore il primo, dirigente il secondo. Poi solo colori rossoneri: per Billy 20 stagioni ricche di trionfi. Quando scende in campo a Marsiglia, il giovane Costacurta (24 anni) ha già vinto uno scudetto, due Coppe dei Campioni, altrettante Supercoppe europee e due Intercontinentali. Non proprio l’ultimo arrivato. Ma in quel Milan i senatori erano altri: Baresi, Tassotti, Maldini, Ancelotti, Rijkaard, Gullit e così via. Nessuno di loro si oppose all’ordine di Galliani. Come mai? «Perché eravamo convinti che fosse una scelta condivisa col delegato Uefa. Eravamo pronti a giocare, poi arrivo Galliani e ci disse di rientrare negli spogliatoi. La luce era ritornata, mancava pochissimo e il Marsiglia si stava qualificando in modo meritato. Nessuno di noi voleva fuggire o cercare una scorciatoia…». Billy prende fiato, l’argomento è delicato, ma non si tira indietro. «La squadra è uscita convinta che c’era un accordo in quel senso. Abbiamo scoperto l’amara verità dai giornalisti, dopo la doccia. C’è cascato il mondo addosso. Ricordo ancora la faccia scura di Arrigo Sacchi. Da quel momento in avanti eravamo consapevoli di aver preso parte a una imbarazzante sceneggiata. Il Milan campione d’Europa che scappa come se fosse a un torneo rionale… Sono passati 25 anni, ma quella macchia non si cancellerà mai». E arriviamo alla domanda delle domande: la decisione fu tutta farina del sacco di Galliani oppure arrivo un suggerimento da Silvio Berlusconi? La versione ufficiale la conosciamo: il patron da Arcore cerca di comunicare con il suo dirigente per ordinargli di rientrare in campo, ma i telefonini del 1991 non erano quello di oggi. Insomma, tutta colpa di Adriano. Ando davvero così? «Non credo sia possibile – risponde Costacurta – Certo, a noi dissero davvero poco. Gallia- ni riunì la squadra il giorno dopo e ci chiese scusa, parlo di un suo errore di valutazione. Berlusconi rinuncio al ricorso annunciato dichiarando che non era quello il dna del Milan, ma secondo me una responsabilità del genere non poteva essere stata presa solo dal vicepresidente. Anche perché se fosse andata così, allora avrebbe pagato con il licenziamento dopo la squalifica di un anno dalle Coppe. Era un danno economico enorme, oltre a quello ancora più grande d’immagine. Diciamo che Galliani si è “sacrificato”, prendendosi tutte le colpe.

Ma io ho un’altra idea: l’ordine arrivo da Arcore. Anche altri miei ex compagni la pensano allo stesso modo». Tutto chiaro. Resta un’ultima curiosità, forse Galliani (o Berlusconi) avevano visto nel riflettore di Marsiglia un segno del destino, come la nebbia di Belgrado che nel 1988 salvo il Milan dalla eliminazione: il replay della sfida con la Stella Rossa lancio i rossoneri verso la vittoria finale. «Puo essere una chiave di lettura giusta – spiega Billy – C’è pero una differenza: nel 1988 noi eravamo i più forti, a Marsiglia no. Ripeto, quella uscita dal campo fu davvero una figuraccia, ma non mi sento responsabile. Nessuno dei giocatori lo è stato: se avessimo saputo che quella era una scelta unilaterale, avremmo finito la gara. Gente come Baresi, Maldini, Gullit non aveva paura di andare contro la dirigenza, specie se era convinta di fare una cosa giusta. La squadra ha dimostrato il suo valore nel tempo: c’era chi pronosticava la fine del ciclo dopo la squalifica. E invece con Capello tornammo a vincere, anche se in Europa passammo prima dal cocente k.o. ancora col Marsiglia nella finale del 1993: ecco, in quell’occasione avremmo meritato noi… Forse dovevamo pagare ancora per la sciocchezza di due anni prima».

IL RICORDO DI PAPIN Quella Coppa nel cielo di Monaco la alzo Didier Deschamps. Un altro francese si ritrovò a piangere: Jean Pierre Papin. Proprio in quella stagione era approdato nel Milan. Nel 1991, invece, stava dall’altra parte della barricata. E i ricordi di quella strana serata sono nitidi: «La situazione era già incredibile: stavamo eliminando la squadra che considero la più forte di tutti i tempi. Poi col riflettore mezzo spento ci fu una grande confusione. Con alcune persone della sicurezza ci siamo messi davanti all’accesso degli spogliatoi: temevamo l’uscita dal campo del Milan. Discutemmo con Baresi, Gullit e Rijkaard, mentre non ricordo bene cosa facesse Galliani. La porta rimase chiusa e la luce cominciò a ritornare, ma i rossoneri dissero di non voler giocare più. Non c’è dispiaciuto passare così: se ti qualifichi, la maniera conta relativamente, soprattutto con quel Milan. Quando mi ingaggiarono, parlai con i miei nuovi compagni di quell’episodio solo una volta in ritiro: mi dissero che l’anno prima era successo qualcosa di simile a Belgrado. Calò la nebbia, la gara fu rigiocata e vinsero. Quindi a Marsiglia qualcuno pensò di ripetere la cosa. Fossi stato al posto loro avrei fatto la stessa cosa». Il Milan e Galliani riempirono il buco nero di Marsiglia con una serie impressionante di successi. Andò in tutt’altra direzione la strada di Fahad Al- Ahmed: fu trucidato il 2 agosto 1990 dai soldati di Saddam Hussein che avevano appena invaso il Kuwait.

Demetrio Albertini, domenica sera si giocherà Milan-Lazio, una partita a lei cara. Può essere definita la sfida fra le due big che hanno maggiormente deluso?

«Per ragioni diverse, sì. Il Milan quest’anno ha speso molto, quindi ha dimostrato, non solo con le parole, di voler puntare alla Champions League, obiettivo a questo punto improbabile. La Lazio sta disputando una stagione negativa e la cosa che mi sorprende, e che non capisco dall’esterno, sono i musi lunghi di tanti giocatori. Alcuni calciatori hanno reso meno dell’anno scorso, ci può stare, ma perché questa mancanza di entusiasmo? La stagione passata abbiamo visto una Lazio spettacolare e gli uomini, di fatto, sono gli stessi».

Il Milan, classifica alla mano, ha una posizione che rispecchia i suoi valori oppure no?

«Questo è il Milan: quando si arriva a metà marzo in classifica hai quello che ti sei meritato. Potenzialmente questa squadra secondo me poteva fare qualcosa di più, essere più vicina alle prime, però le cinque davanti hanno giocato meglio o hanno ottimizzato i momenti positivi del loro campionato. Il Milan ha gettato punti al vento, ma dalla Juventus all’Inter, passando per Napoli, Roma e Fiorentina, tutte hanno avuto delle flessioni».

Da due settimane è tornata in discussione la posizione di Mihajlovic. Berlusconi ha dichiarato che la sua conferma dipenderà dai risultati: giusto così?

«Partiamo dal presupposto che Berlusconi è il proprietario e deciderà lui: nessuno di noi sa cosa c’è nella sua testa. A volte ha spronato Mihajlovic, a volte no. Lo ha confermato o messo in bilico. La stagione di Sinisa, che reputo un ottimo allenatore, è stato un sali e scendi continuo. Personalmente mi è piaciuto lo sfogo di Abbiati e Abate, ho visto qualcosa del vecchio Milan. Una volta chi gestiva lo spogliatoio aveva un senso di appartenenza unico e chi c’era trasferiva i valori rossoneri ai nuovi arrivati. Il Milan per chi c’era, per me o per chi arrivava non era un punto di arrivo, ma di partenza. Avevamo l’ambizione che non significava solo vincere lo scudetto, perché quello lo può raggiungere solo una squadra».

Quindi tornando a Mihajlovic?

«Ripeto, per me Sinisa è un tecnico di valore, ha imposto con coraggio giovani come Donnarumma o Romagnoli, ma è anche vero che mi aspettavo qualcosa in più sotto il profilo del gioco, una squadra più propositiva, ed è indubbio che il Milan abbia sbagliato delle partite che non doveva sbagliare. Detto questo, non posso giudicare da esterno cosa passi per la testa del presidente e della società. Dal mio punto di vista, però, quando scegli qualcuno e inizi un progetto, bisogna crederci e lavorarci insistentemente. Dico una cosa che mi pare esemplificativa di questo momento storico del Milan: tutto è contagioso, la confusione genera confusione».

Può spiegare meglio.

«Il presidente Berlusconi quando è entrato nel calcio aveva portato una filosofia nuova, energie e chiarezza su cosa doveva essere il Milan, ovvero diventare la squadra più importante del mondo. Oggi questa chiarezza non c’è. A inizio stagione vedevo il Milan come un cantiere aperto che stava gettando le basi per il futuro, mi piaceva la programmazione che si era intravista con gli investimenti estivi dopo anni un po’ così. Secondo me, arrivati a marzo, dovrebbero esserci più certezze, più punti fermi da cui proseguire nella progettazione della prossima stagione. Valutazioni da fare con equilibrio per costruire il futuro. Un tempo Berlusconi voleva vincere, ma non solo la partita della domenica successiva. Si poteva perdere, ma il piano era diventare i più grandi al mondo nel tempo. Oggi non deve esserci forse quell’obiettivo, ma neanche esaltarsi dopo due vittorie o buttare tutto all’aria dopo due sconfitte. Secondo me qua non bisogna parlare di Mihajlovic sì o no, chi o meno al suo posto. Il discorso va oltre l’allenatore, il discorso è: qual è il progetto? Non ci sono certezze né in campo, né fuori. Bisogna ragionare bene, capire che il mercato non è l’unico mezzo per costruire una squadra, ma una componente per arrivare all’obiettivo. Neanche il Real vince solo con i grandi acquisti».

Lei ha vissuto l’ultimo periodo di Balotelli in nazionale. Ha un pensiero per Mario?

«C’è amarezza e dispiacere. Però mi chiedo: quanta voglia ha Mario di mettersi in discussione? E’ soddisfatto di se stesso o il problema sono sempre gli altri? Ci crede ancora? Purtroppo il Milan ha giocato alla roulette, ma non ha puntato sul rosso o il nero, il pari o il dispari, ma sul verde, sullo zero: una scommessa troppo rischiosa da giocare senza determinati presupposti».

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