Milano, Il blitz anti-immigrati con le taniche di benzina nel palazzo di via Adriano

104844180-10fbe7ed-f16b-438b-9895-6ccb99aea03bIl palazzone fantasma in via Adriano è un monumento alle chiacchiere vuote della politica. Questo è l’unico punto su cui sono tutti d’accordo, gli extracomunitari che ci vivono e i residenti che vorrebbero cacciarli in qualunque modo. Ci hanno provato anche col fuoco ma non è cambiato nulla. Lo scorso 4 settembre dieci abitanti della zona sono entrati nell’enorme edifìcio all’angolo con via Mulascon umiche di benzina, hanno cosparso alcuni materassi e dato fuoco ai giacigli di fortuna ricavati nelle stanze scrostate nello scheletro di cemento. Hanno anche esploso dei petardi, tanto per chiarire ai possibili presenti che non si trattava di un incendio casuale. Il posto sarà anche immerso nel degrado ma le telecamere che lo circondano funziona molto bene c per gli investigatori della Digos non è stato diffìcile riconoscere i responsabili: un pizzaiolo ecuadoriano e nove italiani.

Due dipendenti di un bar, un disoccupato, un operaio, un fruttivendolo, un impiegato, un tassista, un camionista e un finanziere. Tutti incensurati ed esasperati per l’immobilismo della politica e delle forze dell’ordine il raid è nato al tavolino di un bar a un centinaio di metri dal palazzo, è stata la reazione all’ennesima rapina a una donna che attraversava i giardini. «L’impressione è che gli indagati volessero fare solo un gesto dimostrativo, senza fare male a nessuno – ha spiegato il dirigente della Digos, Claudio Cicimarra – Questo perché sono andati nello stabile alle 17.30, orario in cui era presumibile che non ci fosse dentro nessuno, e perché hanno esploso dei petardi il cui rumore avrebbe eventualmente messo in fuga chi fosse stato presente». Per tutti l’accusa è detenzione illecita di materiale esplodente e incendio doloso, reato quest’ultimo che prevede una pena dai 3 ai 7 anni. Non è stata contestala l’aggravante dei motivi razziali perché tutti i partecipanti hanno ammesso di aver agito solo spinti dall’insofferenza per il degrado, non per l’intolleranza al colore della pelle degli occupanti.

Siamo nella periferia nord, al confine con Sesto San Giovanni, tra aree verdi, strade a scorrimento veloce e condomini anonimi tutti uguali. Nell’albergo dei barboni (altra definizione dei residenti), ad agosto un marocchino di 35 anni ha violentato una ragazza incontrata li vicino. Silvia Sardone (FI) ricorda le tante richieste di intervento all’amministrazione e l’inesorabile silenzio che ne è seguilo.
«Ci sentiamo abbandonati completamente dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine. Non mi sorprende quello che è successo», racconta una donna che attraversa la strada per non passare accanto all’ingresso transennato. «Dentro ci vi vono balordi di ogni tipo, escono per rapinare c tornano dentro a nascondersi. Io sanno tutti. Abbiamo denunciato più volte alle forze dell’ordine ma ci rispondono che non possono fare niente perché tanto il giorno dopo sono di nuovo liberi. 11 quartiere è stanco. Ci vogliono risposte anche dalla politica. Appena scoppia l’episodio sono tutti qui pronti a rassicurare ma quando cala l’attenzione spariscono con le loro promesse».
C’è, però, chi i politici non li ha mai incontrati. Marcel, un senegalese di 35 anni che vive nel palazzo da tre mesi, racconta di non aver mai visto nessuno, né italiani disposti a capire i motivi per cui lui e i suoi compagni vivono li, tantomeno addetti del Comune e politici. «Se vivi in un posto del genere pensano che sei un delinquente, invece c’è gente onesta come me che ha perso tutto. Nel 2013 avevo una casa, un’auto, poi il caseificio a Crema ha chiuso e ho rimandato mia moglie e i miei due figli in Senegai. Questo è tutto quello che ho – infila una mano in tasca e tira fuori pochi spiccioli – Se fossi uno spacciatore o un ladro vivrei qui, in mezzo ai topi che mi mangiano i vestiti mentre dormo?». Marcel mostra i letti luridi su cui dormono ogni notte. Materassi accanto a cumuli di rifiuti, topi morti e buchi nel pavimento. «Sono venuti con le tani- che per cacciarci ma sbagliano a pensare che siamo delinquenti. Non so se quelli sono razzisti, io ho molti amici italiani».

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