E’ morta la grande regina dell’architettura Zaha Hadid Tarchistar del Maxxi, fu la prima donna a vincere il Pritzker

Come i musicisti, anzi più di loro, gli architetti non hanno patria. Si dice sempre che la musica sia un linguaggio universale. Non è vero. Quanto risulta strana la scala pentatonica cinese alle nostre orecchie europee? E quanto risulta ostica la musica dodecafonica già alla periferia di Darmstadt?

In passato l’architettura non era esportabile. Proprio a Darmstadt oltre alla dodecafonia nacquero anche gli edifici Jugendstil che nessuno avrebbe mai pensato di utilizzare in Marocco. L’architettura contemporanea è il vero linguaggio universale. Zaha Hadid faceva parte dei creatori di quell’esperanto edificato. Hadid è morta ieri a Miami di infarto mentre era ricoverata per una polmonite. Aveva 65 anni. Pochi per una disciplina che rende longevi. César Pelli ha 89 anni. Kenzo Tange ci ha lasciati a 92, Philip Johnson a 99 e Oscar Niemeyer a quasi 105.

Hadid era in piena attività, anche nel nostro Paese. Prima di tutto l’edificio che accoglie il museo romano MAXXI, una struttura affascinante che purtroppo racchiude la pochezza di scelte culturali e le solite diatribe politiche. A Salerno lo studio di Hadid, che ormai comprende quasi 250 collaboratori, sta realizzando la Stazione Marittima. E a Milano vediamo crescere giorno dopo giorno la sua torre, il grattacielo chiamato lo Storto, laddove c’erano i padiglioni della vecchia Fiera Campionaria. A pochi passi da questo progetto Hadid ha firmato le lussuose abitazioni di City Life, quelle che sembrano navi, quelle il cui legno si sta già oscurando. «È normale, è nella natura del legname che ho scelto» aveva detto l’architetto agli inquilini preoccupati. Sono abitazioni che rispecchiano una sua idea fondamentale: «Per me l’architettura deve basarsi sulla ricerca del benessere. Le persone devono sentirsi bene in uno spazio. La casa è un rifugio, certo, ma deve anche fornire piacere a chi la abita».

Sfogliando le notizie di agenzia battute poco dopo che si era diffusa la notizia della sua scomparsa si legge che Zaha Hadid era irachena, britannica o britannico-irachena. Tutto inutile, gli architetti contemporanei, quelli che i media si ostinano a chiamare archistar, non hanno Patria. Volendo legare comunque Hadid all’Iraq può sembrare strano, agli occhi di oggi, che quella nazione abbia dato al mondo una delle poche donne architetto di successo globale, la prima a essere insignita nel 2004 del premio Pritzker, il Nobel della disciplina. Ma quello del 1950 era un altro Iraq, senza guerre. Il padre di Zaha era capo del partito progressista e democratico e fornì subito alla ragazza una educazione occidentale: college in Gran Bretagna e facoltà di matematica presso l’Università Americana di Beirut. In seguito, la Gran Bretagna, dove fu nominata Dame, l’equivalente femminile dei baronetti. E poi il mondo.

Qualcosa della madrepatria è rimasta dentro Zaha, come dimostrano l’uso del bianco e delle grandi superfici vetrate. Due simboli della luce. La luce può essere un ricordo intenso in chi è nato in un Paese dal clima tropicale e ricordava spesso i paesini nell’Iraq meridonale «dove la bellezza dei paesaggi era fatta dalla confluenza di sabbia, acqua, edifici e persone». Quella confluenza si è poi mutata nelle linee curve e ardite della sua architettura. Hogarth, pittore inglese del XVIII secolo, prediligeva la linea serpentina considerandola la più elegante di tutte, ideale quindi per tratteggiare le sue scene galanti. L’eleganza dei lavori di Hadid è sbocciata soprattutto negli anni in cui, dopo l’esperienza decostruttivista, si era avvicinata all’architettura organica fatta di forme fluide. Tornata molto in uso ai giorni nostri, l’architettura organica era stata usata in passato da nomi celebri come Gaudi, Aalto, Wright.

Il suo obiettivo è integrare l’edificio nel paesaggio circostante. Un obiettivo che Hadid aveva sempre presente: «L’architettura contemporanea non deve attenersi a tipologie pre-esistenti. Serve invece esaminare con attenzione l’intera area in cui si deve costruire per adattarvi il nuovo intervento». E a chi le domandava il perché di quei bellissimi tornanti candidi in cui avvolgeva le sue creazioni rispondeva «Intorno a noi ci sono 360 gradi. Perché limitarsi a un solo grado?». L’unico cruccio di Hadid è statala difficile accettazione di una donna nel mondo troppo maschile dell’ architettura. Ancora nel 2015, dopo aver ricevuto l’ennesimo riconoscimento, disse: «Credo ormai di far parte dell’establishment. Proprio io che sono sempre stata indipendente. Io che, siccome sono “esuberante” sono sempre stata considerata una persona difficile. Ma essere donna in un mondo maschile come quello dell’architettura significa essere sempre un’infiltrata. Ma mi va bene così, mi va bene vivere ai bordi».

Zaha Hadid viene descritta come una donna austera.
«Era una personalità dal carattere indubbiamente forte, con un fascino unico. È stata fonte di ispirazione per le donne ma anche per molti uomini nel mondo dell’architettura, costruendosi il suo ruolo nel settore quando le progettiste stavano nelle retrovie. Ma aveva un cuore morbido, tipico delle sensibilità artistiche».

C’è un episodio che ne sintetizza la personalità?
«Eravamo rivali a un piccolo concorso londinese della Metropolitan University. La sua presentazione avvenne subito dopo la mia. Lei entrò e a un certo punto…crash! Sentimmo il rumore di uno schianto. Aveva infranto il suo stesso plastico contro il muro, stizzita per le domande futili dei professori che la giudicavano. Il modellino era al suolo, in mille pezzi, completamente distrutto. Lei era fatta così…».

E quale opera fa emergere al meglio la sua filosofia?
«Credo che il suo linguaggio sia chiaro fin dalla sua prima opera, la Vitra fire station di Weil am Rhein, in Germania (del 1993, ndr): uno stile deciso, dalla firma chiara, subito riconoscibile, che si trattasse di un tavolo, un piccolo pezzo di design o un grattacielo. Era una modernista senza ombre di nostalgia. Amava gli spazi di espressione mossi, dinamici e le forme curve. La tecnologia e il potere dei computer. Era un talento coerente e visionario. Con lo sguardo rivolto sempre in avanti, verso il futuro».

Dal Maxxi di Roma allo «Storto»: che rapporto aveva con i suoi lavori «italiani»?
«Era sempre molto attenta alla storia. Conosceva i grandi architetti italiani, ammirava Giovanni Michelucci e il designer Joe Colombo. Amava i maestri del cinema e dell’arte italiana, così come era attratta dalle eccellenze milanesi, moda e design. Grazie al suo grattacielo «Storto» (ancora in costruzione: assieme al «Curvo» dell’architetto americano e al «Dritto» di Isozaki compone il progetto sulle aree dell’ex fiera CityLife, ndr), Milano e l’Italia saranno più ricche. Insieme con il Maxxi, è uno dei suoi lavori più rappresentativi».

Quali sono state le ultime parole scambiate tra voi?
«L’avevo sentita qualche mese fa, all’indomani della bocciatura del suo progetto giapponese per il nuovo stadio di Tokyo. Ero arrabbiatissimo, e lo era anche lei. L’avevo trovata in forma. Mai avrei pensato che sarebbe stata la nostra ultima conversazione».

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