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Morte Giulio Regeni, nuove rivelazioni dall’autopsia, La madre: “L’hanno usato come se fosse una lavagna”


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A distanza di parecchi mesi dall’incontro avvenuto in Egitto, nella giornata di oggi i magistrati romani e quelli egiziani si incontreranno di nuovo per fare il punto sulla situazione e nello specifico sullo stato delle indagini relative alla scomparsa ed alla morte dello studente friulano Giulio Regeni, ritrovato morto in circostanze misteriose lo scorso 25 gennaio al Cairo.

Da una parte ci saranno il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, e il pm Sergio Colaiocco, dall’altra il procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto Ahmed Nabil Sadek, il quale sarà accompagnato da un’intera delegazione di quattro inquireti facenti parte del team investigativo. La speranza è che questi prossimi incontri non saranno fallimentari come gli ultimi e nello specifico come quello avvenuto lo scorso 8 aprile, tanto deludente da indurre la Farnesina a richiamare in patria per consultazioni il nostro ambasciatore al Cairo. Stando a quanto emerso, nell’incontro che si terrà oggi il procuratore generale Sadek presenterà nuove informazioni emerse nell’inchiesta; è certo, inoltre, che non sono stati consegnati nuovi documenti che tra l’altro l’Italia chiede ormai da parecchi mesi, così come i tabulati delle cellule telefoniche.

Pare, invece, che siano arrivati i documenti chiesti nel corso della rogatoria internazionale lo scorso 6 giugno all’Università di Cambridge per conto della quale Regeni stava svolgendo una ricerca al Cairo. Saranno previste tre sessioni di lavoro, tra oggi pomeriggio e domani ed il vertice ripartirà dai risultati del primo incontro, che come abbiamo già anticato non sembra essere stato così esaltante.

Nel corso di questi incontri, i magistrati italiani consegneranno le verifiche tecniche effettuate sul contenuto del pc del giovane studente friulano ed ancora delle informazioni relative alle frequentazioni ed agli aspetti della vita privata nel periodo compreso tra la fine del dicembre 2015 ed il 4 gennaio 2016.Proprio venerdì pomeriggio si deciderà come impostare il lavoro futuro e come proseguire i prossimi accertamenti.La famiglia di Giulio Regeni continua ad insistere sulle condizioni nelle quali è stato ritrovato il corpo del loro figlio; segni, forse lettere dell’alfabeto incise sul corpo del giovane, usato come una lavagna, per riprendere l’espressione utilizzata dalla signora Paola, madre di Giulio con il legale della famiglia

l’avvocato Alessandra Ballerini. Le tracce che i medici legali Vittorio Fineschi e Marcello Chiarotti hanno individuato sul corpo di Giulio sono ferite superficiali che sembrano comporre alcune lettere dell’alfabeto, apparentemente slegate tra loro, in punti diversi.l’altro elemento confermato dall’autopsia sono “le imponenti lesioni cranico-cervico-dorsali” che hanno provocato la morte di Regeni. Di “differente epoca di produzione”, cioè inflitte a più riprese e a distanza di tempo, che hanno provocato la rottura di 5 denti e oltre 15 fratture in testa, sul torace e alle gambe. “Lesioni procurate con strumenti di margine affilato e tagliente“, scrivono i medici.

Dopo otto mesi dall’ultimo incontro, i magistrati egiziani tornano in Italia per incontrare i colleghi e scambiarsi informazioni sullo stato delle indagini riguardo alla morte di Giulio Regeni, il ricercatore friulano ucciso nel febbraio scorso. La delegazione proveniente dal Cairo sarà composta da quattro magistrati e sarà guidata dal procuratore generale Nabil Ahmed Sa- dek. La speranza per il pm Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo di inchiesta, è che dall’Egitto arrivino finalmente video e documentazione richiesti più volte e, finora, mai ottenuti. Il vertice si svolgerà nella
Scuola di polizia di via Guido Reni per questioni di sicurezza. Sono tanti i punti oscuri ancora da chiarire in questa drammatica vicenda. A cominciare dai documenti di Giulio ritrovati nelle mani di banditi poi uccisi dalla polizia.

Criminali che, comunque, nulla avrebbero a che fare con il delitto e sui quali le richieste di chiarezza sarebbero rimaste senza risposta. Il 22 agosto scorso, poi, sono arrivati dall’università di Cambridge, dove Regeni lavorava come ricercatore, alcuni scatoloni di documentazione che l’Italia ha ottenuto attraverso l’Interpol. Era stato giudicato inspiegabile dallo stesso premier Renzi l’atteggiamento tenuto dalla tutor del giovane studioso friulano, la professoressa Abdel- rahman. Davanti ai nostri pm che si erano recati in Inghilterra per interrogarla, aveva, infatti, preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. Così il presidente del Consiglio ha deciso di chiedere al primo ministro inglese May di intervenire spendendo la propria autorevolezza. E le carte sono arrivate.

All’interno ci sarebbe una attestazione sul rischio firmata da Regeni e dalla sua supervisor in cui si sostiene che non vi sia alcun pericolo nello svolgere una ricerca sui sindacati egiziani al Cairo. Non risultano però dettagli su come sia nata l’idea della ricerca, su quando sia stato deciso di applicare la metodologia partecipata, su chi abbia fornito i contatti. Il dato comunque verrebbe smentito da alcune mail scambiate da Regeni con la madre nella quali diceva di essere preoccupato per la ricerca e di aver tentato di tenersene fuori.

Il corpo di Giulio Regeni parla. Le condizioni in cui i suoi carnefici l’hanno ridotto e restituito dicono diverse cose. Alcune chiare, altre da decifrare. Quasi che chi l’ha ucciso e abbandonato sul ciglio di una strada del Cairo, sette mesi fa, avesse voluto lanciare messaggi in codice. Segni, forse lettere dell’alfabeto incise sul cadavere «usato come una lavagna», secondo l’amara espressione usata dalla signora Paola, madre di Giulio, con il legale della famiglia, l’avvocato Alessandra Ballerini.

È ciò che emerge dall’autopsia svolta in Italia, che la Procura di Roma ha messo a disposizione dei Regeni e ha consegnato nell’aprile scorso ai magistrati egiziani. Un documento che nella sua crudezza fornisce ulteriori elementi per smentire, una volta di più, la tesi della rapina degenerata in omicidio ad opera della banda criminale annientata nel marzo scorso, nel blitz da cui saltarono fuori il passaporto e altri effetti personali del giovane ricercatore friulano. Le tracce che i medici legali Vittorio Fineschi e Marcello Chiarotti hanno individuato sul corpo di Giulio sono ferite superficiali che sembrano comporre alcune lettere dell’alfabeto, apparentemente slegate tra loro, in punti diversi. Tagli, chiamati in gergo tecnico «soluzioni di continuo cutanee», che sembrano marchi, e potrebbero avere un significato. Probabilmente tracciate con un coltello, o un oggetto acuminato.

La più chiara è quella tracciata sulla schiena, «regione dorsale, tratto toracico, a sinistra della linea spondiloidea». Un’altra intorno all’occhio destro. E altre due: sulla «regione frontale destra», tra l’orecchio e l’attaccatura dei capelli, e sulla mano sinistra, «superficie dorsale»; in entrambi i casi, due linee «tra loro interse- cantesi a formare una X». Quelle incisioni sono materia di una potenziale indagine che dovrebbe orientarsi sempre più sugli apparati di sicurezza del Cairo, coloro che hanno messo in atto il depistaggio che avrebbe dovuto sancire le responsabilità dei banditi comuni, smascherato dalle verifiche dei magistrati e degli investigatori italiani.

Oggi arriva a Roma la delegazione guidata dal procuratore generale egiziano Nabil Ahmed Sadek, che incontrerà il procuratore della capitale Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco. Un quotidiano del Cairo anticipa che Sa- dek «presenterà nuove informazioni trovate nell’inchiesta per giungere alla verità sulla morte di Giulio». Ciò che gli inquirenti italiani si aspettano è almeno la consegna di quel materiale investigativo negato in precedenza, a cominciare dai dati sul traffico telefonico nei luoghi della scomparsa di Giulio e del ritrovamento del cadavere; informazioni negate nel precedente summit di aprile, che provocò il richiamo dell’ambasciatore italiano in Egitto. Da allora il nuovo rappresentante diplomatico non s’è ancora recato al Cairo per presentare le credenziali, ed è verosimile che anche dall’esito del nuovo vertice romano previsto per oggi e domani dipenderà la decisione del governo su se e quando mandarlo.

L’altro elemento confermato dall’autopsia sono «le imponenti lesioni cranico-cervi- co-dorsali» che hanno provocato la morte di Regeni. Di «differente epoca di produzione», cioè inflitte a più riprese e a distanza di tempo, che hanno provocato la rottura di 5 denti e oltre 15 fratture in testa, sul torace e alle gambe. «Lesioni procurate con strumenti di margine affilato e tagliente», scrivono i medici, oltre che da «ripetuti urti ad opera di un mezzo contundente»: calci e pugni, oppure «strumenti personali di offesa», come bastoni e mazze.
Per la famiglia Regeni questo tremendo referto rivela il «totale disprezzo per Giulio e le violazioni estreme e ostentate di tutti i suoi diritti». La speranza è che ancora una volta il corpo della vittima «possa aiutare a fare luce sui suoi assassini, come in passato ci ha aiutato a evitare i depistaggi, per esempio documentando che non c’erano tracce di uso di droghe o alcol». Per Paola e Claudio Regeni, i segni delle reiterate torture dimostrano «la dignità con cui Giulio ha saputo resistere alle violenze che gli hanno inflitto, un messaggio da rilanciare attraverso l’impegno a chiedere e ottenere la verità sulla sua morte».

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