Nathalie Caldonazzo ed il suo dramma segreto

La vita l’ha messa alla prova più volte. Nel ’94, ha perso Massimo Troisi, forse il più grande amore della sua vita. Con Riccardo Sangiuliano, l’imprenditore da cui ha avuto Mia, l’unica figlia oggi undicenne, è finita poco dopo la nascita della loro bambina. Ma da piccola, Nathalie Caldonazzo, 47 anni il prossimo 24 maggio, ha affrontato una realtà ancora più dura. Lo rivela per la prima volta in questa intervista a cuore aperto, ma senza retorica, né lacrime, col tono della voce appena meno fermo del solito: «Ho visto per anni mio padre picchiare mia madre». Un orrore immenso covato nel silenzio, poi sconfitto negli anni, ma senza poterlo dimenticare e così Nathalie ha deciso di impegnarsi in prima persona nella lotta contro le violenze alle donne.

È proprio questo il tema delle dodici opere che sta realizzando a quattro mani con l’artista Enrico Dico, famoso nel mondo per ritratti di star del calibro di Penelope Cruz e Owen Wilson e per la sua originale tecnica che riecheggia la Pop Art di Warhol. Con il sostegno di Hands off women, l’associazione presieduta da Isabella Rauti, moglie dell’ex ministro ed ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, verranno messe in mostra in tutta Italia e vendute per sostenere le vittime degli abusi e le loro famiglie. Ha moltiplicarsi di femminicidi e soprusi vari ha risvegliato in Nathalie vecchi baratri di sofferenze. Ma lei non è tipo da piangersi addosso. Piuttosto combatte, come ha sempre fatto nella sua vita. E ora vuole contribuire a dare una scossa, alle donne vessate, perché non esitino a staccarsi dai loro aguzzini, prima che sia troppo tardi.

La mamma, l’olandese Leontine Snell, ex Blue- bell Girls, il mitico corpo di ballo del Lido di Parigi, che lanciò anche le Kessler, dopo il divorzio da Mario Caldonazzo, morto un trentennio fa, è stata per anni la compagna di Dino Risi e insegna tuttora danza jazz. «Per me è un punto di riferimento prezioso, un esempio per tanti versi», dice Nathalie. In questa nuova sfida nel sociale non lesina energia, nonostante gli impegni professionali: sta per tornare al teatro con due commedie Una bugia tira l’altra, dalla fine di febbraio, e II malato immaginario, in scena al Sud a marzo, mentre usciranno a breve due film che ha girato nei mesi scorsi, Il mondo di mezzo, diretta da Massimo Scaglione, e La scelta impossibile. Nel lavoro mette la stessa grinta sfoderata nelle avversità della vita: «Non ho mai avuto paura di buttarmi in imprese nuove e, soprattutto, non ho mai accettato compromessi».

Com’è nata l’idea di cimentarsi con l’arte figurativa? «Ho sempre avuto una vena creativa. Mi divertivo a lavorare delle scarpe, poi ho iniziato a farci dei quadri, tagliandole a metà. L’estate scorsa, al ristorante San Lorenzo di Roma, proprio sopra il posto in cui mi siedo di solito, ho visto un grande quadro bellissimo, di suggestioni Pop Art: ho pensato che esprimeva alla massima potenza quello che piacerebbe esprimere anche a me. Ho chiesto chi ne fosse l’autore, era di Dico, che io conosco bene. Tempo dopo, parlando con lui di un suo progetto, gli ho confessato la “voglia artistica” che ho nel Dna. E così è nato questo nostro sodalizio, legato a un tema sempre più allarmante del nostro tempo: non passano due giorni senza un caso di violenza contro le donne».
Ci anticipa qualcosa sulle opere che state realizzando?

«Una è una grande roccia di scarpe insanguinate da cui svetta una croce con sopra la scritta “Victimes”, un’altra è un abito da sposa tutto rovinato con accanto una lettera, dolce e amorevole all’inizio, poi sempre più brutale nei toni, avvolta nel filo spinato, un’altra raffigura un angelo con le ali martoriate. Se c’è una figura femminile nell’opera, come in questo caso, la interpreto io, quindi mi trovo nella curiosa situazione di modella e artista, a un tempo. È affascinante poter esprimere il mio estro accanto a un maestro del calibro di Dico, con quella sua fantastica tecnica del “bruciare” tutto.

Ed è un altro mezzo per richiamare l’attenzione sulle violenze inflitte alle donne. Non parlo solo di quelle fisiche, anche quelle psicologiche provocano ferite profonde. La mostra itinerante che allestiremo con Hands off Women farà riflettere sulla necessità d’intervenire al più presto. Spesso una donna che denuncia mal- trattamenti si sente dire che se non ci sono ferite o traumi sul suo corpo non si può fare niente e poi accade l’irreparabile». Sembra tradire un particolare coinvolgimento emotivo, quando parla di certi orrori… «Purtroppo mia madre ha subito violenze ripetute da parte di mio padre e vedere come la picchiava quando ero una ragazzina non è stato bello. Mi ha lasciato per sempre una ferita profonda nell’anima.

Papà iniziai a vederlo come un mostro, arrivai a odiarlo. Mamma era una donna bellissima, un’artista… Nel 1997 entrai al Bagaglino soprattutto per realizzare un sogno nato in me quando avevo visto per la prima volta le foto di mamma in scena al Lido di Parigi con le Bluebell Girls. E mio padre l’aveva chiusa in un’angustia buia dì violenza e vessazioni, come un vero Barbablù». Quanto è durata questa situazione? «A lungo, mamma ha sopportato perché non era facile liberarsi da una persona come mio padre: la intimoriva, la destabilizzava e poi pensava a me e a mia sorella. E stato un dramma simile a quello che ha scandito l’infanzia di Charlize Theron che vide la madre sparare al padre, per legittima difesa, dopo aver subito brutali violenze».

Ne ha risentito il suo modo di percepire la figura maschile? «No, forse mi ha solo portato a drizzare bene le antenne, stando attenta a ogni possibile segnale d’inclinazione violenta negli uomini che mi si avvicinavano. Ed è il consiglio che do a ogni donna: al primo cenno, bisogna alzare i tacchi e andare via. Occorre stare attente alla persona con cui si fanno dei figli e non sperare mai che il mostro cambi. Non so che cosa ci sia dentro un uomo capace di simili brutalità. Forse quell’odio smisurato contro la donna tradisce un’omosessualità latente, come abbiamo cercato di esprimere Dicò e io in un’altra opera. All’inizio pensavamo di creare una nuova Onlus, esclusivamente in sostegno dei figli delle vittime: per loro è durissima, spesso, con la madre in obitorio e il padre in galera, restano abbandonati, senza alcun sostegno.

Ma da soli ancora non avremmo avuto la forza necessaria, così ci siamo appoggiati all’associazione presieduta da Isabella Rauti. In un secondo momento, però, con l’esperienza e i mezzi necessari vorrei dare vita a qualcosa in favore dì questi bambini particolarmente sfortunati». Che rapporto ha con l’età, con gli anni che passano?«Positivo, anche perché finora mi mantengo molto bene e poi ho davanti il modello di mia madre che è ancora una donna bellissima a 73 anni, piena d’interessi e dall’intensa spiritualità. Ha preso tutta l’energia di mia nonna, sua madre, indonesiana». Come va con sua figlia Mia? Riesce ad avere un buon rapporto col papà per il suo bene? «Ormai è quasi alle soglie dell’adolescenza, ma non ha ancora richieste o comportamenti preoccupanti. So che prima o poi dovrò affrontare le conflittualità normali a una certa età.

Purtroppo il rapporto fra me e il padre non è ottimo e questo è un peccato, perché i figli ne risentono quando i genitori non vanno d’accordo. Tuttavia, lui è presente nella vita di Mia». Ha lavorato con Ettore Scola, scomparso di recente, e l’ha conosciuto molto da vicino. Un suo ricordo?
«Era una persona fantastica, d’immensa signorilità, fra l’altro negli ultimi anni di vita di Massimo gli è stato vicino con costanza e affetto, fra i pochissimi del mondo dello spettacolo. Veniva sempre da noi e, dopo la morte di Massimo, non ha mai parlato di questo, mentre in tanti hanno millantato una grande amicizia a parole. Se non ricordo male non venne neppure al funerale di Massimo, per questa sua discrezione. Loro due avevano lavorato insieme in II viaggio di Capitan Fracassa e in Che ora è? e una volta Massimo, scherzosamente, dichiarò che, per il carattere, Scola sarebbe stato la sua moglie ideale»

Pensa mai come sarebbe oggi la sua vita se Troisi non fosse scomparso precocemente? «Mentre affrontava II postino, il suo ultimo lavoro, Massimo sapeva che l’unica possibilità per sopravvivere sarebbe stato tentare un trapianto d’urgenza, cosa difficile per la lunga lista di persone in attesa. “Se mai ce la farò”, mi ripeteva, “non potrò più fare il comico, non riuscirei più a far ridere, quindi mi dedicherò alla regia”. Così, immaginando la nostra nuova vita, dicevamo che avremmo avuto dei ritmi molto più calmi e tranquilli. In realtà lui era già poco festaiolo e preferiva di gran lungo le serate in casa con pochi amici. Non so che cosa sarebbe accaduto, di certo c’è che ci volevamo un gran bene».

Le hanno attribuito una love story con il filosofo Stefano Bonaga. «No, sfatiamo questa bufala. Con Stefano, che trovo simpaticissimo, abbiamo semplicemente scambiato quattro chiacchiere quando lui era sotto un treno per la fine della sua storia con Alba Panetti». E con Pino Quartullo? «C’è stato soprattutto un grande affetto, è lui che mi ha portato dalla tv al teatro, dicendo di vedere in me “la Vitti del 2000”.

Per questo gli devo molto: mi sono concentrata sulla strada del teatro, molto più dura, ma in cui ho sentito un mestiere di cui andare fiera. Comunque, fidanzarmi con un uomo di spettacolo, per me sarebbe difficile: mi sembrano primedonne, non potremmo rubarci a vicenda specchi e trucchi. Poi sono gelosa d’indole, non mi piacerebbe vedere il mio uomo baciare un’altra anche solo per copione». E adesso c’è un amore nella sua vita?«No, solo tanti amici e amiche. Non sono chiusa al discorso, ma dovrei proprio innamorarmi, non bisogna mai accontentarsi in amore. Sono uscita da circa un anno da una storia lunga e bella e in questo momento sto bene con me stessa».

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