Apple, Bill Gates a favore dell’FBI: “Aiuti e sblocchi l’iPhone”

Tre cose formano una nazione: la sua terra, il suo popolo e le sue leggi». Ieri il Dipartimento di giustizia americana — dunque il governo Usa — si deve essere ricordato della sacra triade di Abramo Lincoln prima di scendere in campo sul caso che vede contrapposti Apple ed Fbi sull’apertura dell’iPhone 5c di uno degli attentatori della strage di San Bernardino. «Il rifiuto della Apple di eseguire l’ordine della corte nonostante la fattibilità tecnica, sembra basato sul modello di business e sulla strategia di marketing» dell’azienda ha detto il procuratore. Una posizione durissima, vista la delicatezza della questione. L’accusa, senza troppi giri di parole, è di speculare su un attacco terroristico per rafforzare la posizione del proprio brand.

Il dipartimento ha anche emesso un ordine per costringere la Apple ad eseguire quanto era stato già deciso dal giudice federale Sheri Pym nei giorni scorsi, cioè che la società deve aiutare l’Fbi ad accedere alle ultime informazioni registrate dall’iPhone dell’attentatore Syed Farook, morto nello scontro con la polizia. Peraltro non è chiaro se la nuova ordinanza fosse legalmente necessaria visto che un giudice si era già espresso. Un indizio importante che segnala come lo scontro sia diventato non solo legale, ma anche politico. Stati Uniti contro Silicon Valley. Governo contro industrie. Al di là del singolo caso — non il primo in cui non si riesce ad aprire uno smartphone ma sicuramente quello più delicato visto che nella strage di San Bernardino dello scorso dicembre erano rimaste uccise 14 persone innocenti — quello che si sta consumando è un testa a testa tra un’amministrazione peraltro nei suoi ultimi mesi di potere (Obama è alla fine del suo secondo mandato e non può essere rieletto) e una West coast i cui top manager sono ormai i nuovi dominatori del panorama industriale.

Pichai, il numero uno di Google che ha difeso la posizione della Apple, nel 2015 ha guadagnato 199 milioni di dollari stipendio in azioni. È facile immaginare che Barack Obama non voglia essere ricordato per avere perso questa battaglia. Le due parti verranno ascoltate il 22 marzo di fronte al giudice federale. Il candidato repubblicano Donald Trump, che già si era espresso contro la decisione di Tim Cook di opporsi alla decisione del giudice, ieri ha anche lanciato un appello per «boicottare» i prodotti Apple.

«Boicottate la Apple fino a quando non avrà fornito queste informazioni» ha detto. Il terrorista aveva bloccato il back up del proprio iPhone, non rendendo accessibili le informazioni dal cloud della Apple. La società di Cupertino fin dal modello iPhone 5 — messo in commercio dopo le rilevazioni di Snowden sulla sorveglianza di massa da parte del governo Usa — aveva puntato molto sulla sicurezza dei propri prodotti che sono basati su una doppia chiave, una nel software e l’altro nell’hardware. Una combinazione che alla prova dei fatti si è mostrata molto efficace. Forse troppo.

Quell’iPhone va sbloccato». Bill Gates si schiera con l’Fbi nel caso che riguarda uno dei killer della strage di San Bernardino e l’accesso ai codici che sbloccano il suo iPhone: secondo il fondatore di Microsoft il governo americano dovrebbe avere la possibilità di accedere alle informazioni contenute nello smartphone Apple dell’attentatore. Questo,afferma Gatesin un’intervista pubblicata ieridalFinancial Times in cui prende una posizione contraria a quella dei vertici di Google, WhatsApp e Facebook – non costituirebbe un precedente. «Nessuno sta parlando di una “porta di servizio”», afferma. «Loro (l’Fbi) non stanno chiedendo qualcosaingenerale,ma qualcosa che riguarda un caso particolare». Un giudice federale aveva ordinato la settimana scorsaalla Apple diaiutarel’Fbia decifrareicodicidell’iPhone appartenuto a Syed Rizwan Farook, responsabile con lamoglie dell’uccisione di 14 persone a San Bernardino, in California, il 2 dicembre scorso, richiesta negata da Tim Cook, l’ad dell’azienda di Cupertino, che ha sostenuto la necessità di tutelare la privacy. Supporto a Cupertino è arrivato da Mark Zuckerberg in persona. «Siamo dalla parte di Apple, crediamo nella crittografia e non crediamo che inserire una backdoor sia sinonimo di sicurezza», ha detto il fondatore di Facebook dal palco del Mobile World Congress di Barcellona. «Allo stesso tempo», ha aggiunto, «sentiamo di avere una grande responsabilità nel prevenire il terrorismo, infatti abbiamo delle policy rigide in materia. I terroristi vengono tagliati fuori dalla piattaforma e se abbiamo la possibilità dilavorare col governo è una ipotesi che prendiamo sul serio»

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