Omicidio Giulio Regeni, dal Cairo il governo smentisce: “Ucciso da una banda di criminali? Noi non l’abbiamo mai detto”

Nuove interessanti novità in riferimento al caso relativo all’omicido del povero Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano morto in circostanze misteriose al Cairo. Lo scorso 24 febbraio il Ministero dell’Interno egiziano aveva attribuito la responsabilità della morte di Giulio Regeni ad un gruppo di criminali comuni, ma a distanza di alcune settimane, lo stesso ministero fa dietrofront e smentisce categoricamente quanto sostenuto.

E’ stato proprio il vice ministro Abdel Karim tramite un’intervista telefonica a dichiarare che l’esecutivo del Cairo non ha mai sostenuto che la banda dei cinque rapinatori uccisi dalla polizia fosse responsabile dell’omicidio del ricercatore italiano.

Oltre alle dichiarazioni smentite dalla stessa fonte che le ha diffuse, ci sono anche quelle che vengono sì confutate, ma dai numeri; nello specifico il ministro degli esteri egiziano Sameh Shourky parlando di Washington aveva dichiarato che l’uccisione del ricercatore friulano sarebbe stato un caso isolato da valutare in questo quadro considerando la determinazione e l’impegno totale del governo egiziano e degli apparati di sicurezza a continuare gli sforzi per scoprire la verità e arrestare gli assalitori.Purtroppo i numeri parlando di altro perchè il caso di Regeni non è stato di certo un caso isolato visto che da agosto 2015 ad oggi sono ben 533 le sparizioni forzate registrate in Egitto; nello specifico dai dati emersi sebra che le persone sparite siano ricomparse, alcune di queste con evidenti segni di tortura e maltrattamenti,tutti gli altri non sarebbero mai tornati e di loro purtroppo non si sa più nulla.

Si tratta di” persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in alcuni centri di detenzione ufficiali e non, tenute incommunicado (cioè senza la possibilità di comunicare all’esterno) e senza comparire di fronte a un giudice”, spiega Riccardo Noury di Amnesty International.Intanto gli inquirenti egiziani hanno posticipato di ungiorno il viaggio a Roma per discutere con la procura capitolina delle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni e l’incontro è stato fissato per la giornata di giovedì; sarà un’occasione per fare il punto con la procura sulle indagini e la notizia è stata data direttamente dai media internazionali, di un rinvio dell’incontro. La delegazione , da quanto emerso , sarà nella capitale dal 6 al 9 aprile e l’incontro con gli inquirenti italiani dovrebbe tenersi, come previsto, il 7 e l’8 di aprile prossimi.L’incontro sarebbe dovuto essere effettuato proprio oggi, 5 aprile e proprio nei giorni scorsi Paola Regeni aveva dichiarato: ” Se il 5 aprile sarà una giornata inutile confidiamo una risposta forte del governo”. Peccato che l’incontro è realmente saltato anche di un giorno e la notizia è arrivata soltanto nella giornata di ieri. All’incontro tanto atteso parteciperanno assieme agli investigatori anche i magistrati di Giza, Heliopolis e Shobra al Khaima.

Colpo di scena clamoroso ed ennesima figura penosa dell’Egitto,che ha rinviato sine die la trasferta dei magistrati del Cairo per consegnare al Procuratore diRoma gli atti dell’inchiesta sul barbaro assassinio di Giulio Regeni. Questo,dopo che la trasferta a Roma era stata rinviata dal 5al 7 aprile. Per comprendere la ragione di questo colpo di scena basta rileggere i giornali egiziani degli ultimi giorni.Clamorose le parole di Hadi Allam, direttore di al Ahram, il giornale controllato dal regime, la Pravda di al Sisi,che ha paragonato il delitto «ai peggiori compiuti sotto Mubarak» e, sia pure in modo indiretto, afferma la verità che sin dall’inizio è apparsa chiara: Regeni è stato ucciso da uno dei servizi di sicurezza egiziani: «Si annuncino con chiarezza le verità trovate o le dimissioni dei negligenti che sono responsabili direttamente di questo incidente, per salvare la reputazione dell’Egitto e la sua credibilità sul piano internazionale». Il riferimento alle «dimissioni dei negligenti responsabili» dell’omicidio è inequivocabile: può riguardare solo dipendenti dello Stato:dirigenti delle forze di sicurezza egiziane.

Tesi rafforzata dalle rivelazioni del quotidiano del Cairo al Ahkbar che ha rivelato che nel dossier che i magistrati egiziani si apprestavano a portare a Roma «secondo fonti della sicurezza egiziana»: «Vi sono i risultati delle indagini compiute dagli inquirenti egiziani sugli incontri di Regeni con ambulanti e sindacalisti delCairo e tutte le indagini su Regeni dal suo arrivo al Cairo sino al giorno della sua scomparsa». Dunque, Giulio era da sempre seguito,monitorato,fotografato. Conferma clamorosa della nostra tesi: le due professoresse di Regeni, Maha Abdel rahman dell’Universitá diCambridge e Rabab El Mahdi dell’American University del Cairo, non si sono fatte scrupoli a spingerlo a avventurarsi in una ricerca che lo esponeva a rischi, alla sorveglianza immediata delle forze di sicurezza egiziane. Questo, in un Paese che conta le due professoresse,militanti dell’opposizione egiziana lo sapevano benissimo – 400 desaparecidos tra gli oppositori, militanti proprio negli ambienti in cui hanno spinto Regeni ad avventurarsi. Il rinvio della vista segue poila notizia di una lunga riunione della Procura del Cairo durante il weeked conclusa – il fatto è clamoroso alla luce di questo improvviso rinvio – con «l’affiancamento nelle indagini di altri agenti». Il quadro é chiaro: il regime egiziano è lacerato: ha compreso che i miseri trucchi sinora impiegati sono inefficaci, ma si trova davanti a un impasse scabroso perché chi ha ucciso Regeni, soprattutto chi ne ha fatto trovare il corpo, aveva un chiaro obbiettivo:colpire il prestigio di al Sisi facendo comprendere, tramite l’autopsia, che era stato sottoposto a torture che solo i suoi Servizi praticano. Ma al Sisi ha fatto e fa fatica – troppa – a tagliare il pezzo del suo apparato repressivo che gli si è rivoltato contro. Ma dovrà farlo: dovrà tagliare delle teste tra i suoi collaboratori. Se no, il suo regime rischia il collasso.

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