Omicidio Giulio Regeni, la famiglia chiede sia fatta giustizia: “Il Governo italiano dia una risposta forte”

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Verità per Giulio Regeni è questo lo slogan urlato e scritto anche sulla bandiera gialla di Amnesty Internazional mostrata nella giornata di ieri da Paola e Claudio Regeni, i genitori del povero Giulio, il ricercatore friulano ucciso a Il Cairo in circostanze piuttosto misteriose che l’Egitto non ha ancora chiarito.

Nella giornata di ieri i genitori di Giulio Regeni, nel corso di una conferenza stampa hanno rilasciato alcune importanti dichiarazioni, invitando nel contempo l’Egitto a fare qualcosa di concreto nei prossimi giorni. I genitori di Giulio Regeni hanno anche dichiarato di aspettarsi un gesto piuttosto forte da pare del governo italiano qualora entro il prossimo 5 aprile gli investigatori egiziani non fornissero elementi concreti per accertare la verità finalmente.”Se il 5 aprile sarà una giornata vuota, confidiamo in una risposta forte del nostro governo, ma forte”,ha dichiarato la mamma di Giulio Regeni nel corso della conferenza stampa tenuta nella giornata di ieri.“Quello che è successo a Giulio non è un caso isolato. Cos’è? Un caso di morbillo, di varicella? Forse erano le idee di Giulio?“, ha dichiarato la mamma di Giulio.

Ed ancora la signora Regeni aggiunge: “E’ dal nazifascismo che noi in Italia non ci troviamo a una situazione di tortura come quella che è successa a Giulio. Ma lui non era in guerra. E io che stimo moltissimo i partigiani, dico che loro lo sapevano a cosa andavano incontro. Invece mio figlio era andato in Egitto per fare ricerca, è morto sotto tortura”. Proprio il 5 aprile gli investigatori egiziani verranno in Italia per incontrare la controparte italiana, ovvero una squadra di agenti di polizia e carabinieri italiani già andati in Egitto nelle scorse settimane per prendere parte alle indagini.

“Ringraziamo tutti per l’abbraccio affettuoso sentito da tutta l’Italia. Siamo qui perché vorremmo continuare insieme a lottare per portare avanti i valori di Giulio. I suoi ideali”,esordisce Claudio Regeni, ovvero il padre del giovane ricercatore friulano.

La conferenza stampa in questione è stata indetta in realtà dal Presidente della commissione diritti umani Luigi Manconi, il quale parte in quarta affermando che la versione fornita il 24 ed il 25 marzo dalle autorità egiziane sulla morte di Giulio Regeni altro non è che una menzogna con altre qualche tratto di oscenità. “Questo ha reso necessario l’intervento dei genitori di Regeni perchè non vincesse l’oblio”, ha aggiunto ancora Manconi. Giulio Regeni non era una spia, ma nemmeno un giornalista era un semplice ragazzo che studiava, aperto al mondo ed al futuro in generale, un giovane sempre molto sorridente e positivo, questo quanto dichiarato ancora dalla mamma di Giulio nel corso della conferenza stampa.Anche alcuni esponenti del mondo politico si schierano a favore della famiglia Regeni come ad esempio Mara Carfagna, portavoce del Gruppo Italia alla Camera la quale ha riferito di unirsi all’appello di Paola Regeni che ha chiesto pubblicamente al governo italiano di dare una risposta forte su quanto accaduto al figlio.CONTINUA  A  LEGGERE

Mai, neppure per un istante, Paola e Claudio Regeni hanno creduto che quel loro figlio «così aperto al mondo» fosse stato ucciso in Egitto da una banda di criminali comuni. «Giulio è stato torturato», ha scandito mamma Paola nella sala Nassiryia del Senato, «l’ho riconosciuto solo dalla punta del naso», tanto il suo viso era diventato «piccolo piccolo», sfigurato dalle botte I genitori del ricercatore scomparso a Il Cairo il 25 gennaio, e ritrovato senza vita il 3 febbraio, non si arrendono al balletto di versioni fornite dalla polizia egiziana del distretto di Shobra al Khaima. Troppi buchi neri, troppe bugie.Adesso basta.

«La morte di Giulio non è un caso isolato. Non è morbillo, non è varicella. La parte amica dell’Egitto ci ha detto che l’hanno torturato e ucciso come un egiziano. Forse non saranno piaciute le sue idee». Accompagnati dal presidente della commissione per i diritti umani, Luigi Manconi, dall’avvocato Alessandra Ballerini, e dal portavoce di Amnesty Internation Italia, Riccardo Noury, i coniugi Regeni si sono offerti alla stampa srotolando uno striscione giallo in cui si chiede «verità per Giulio». Una verità che l’Italia pretende e che da ieri, dopo lo sfogo composto di questo papà e di questa mamma, è diventata a tutti gli effetti una necessità politica.
Un argomento di discussione in Parlamento, un caso diplomatico che rischia di minare seriamente i rapporti tra Egitto e Italia.

Tutti, da Forza Italia al M5S, dai centristi al Pd a Sel, dichiarano che «bisogna andare fino in fondo». «Giustizia per Regeni». La Lega si spinge oltre: «Se l’Egitto dovesse continuare a prenderci in giro, rompiamo i rapporti diplomatici, commerciali e pure quelli turistici», tuona il senatore Roberto Calderoli. Il Carroccio se la prende in primis con Palazzo Chigi, colpevole di non farsi sentire abbastanza con il governo di Al Sisi, che tuttavia si è impegnato personalmente perché le indagini vadano avanti.

Un primo assaggio si vedrà il 5 aprile quando a Roma ci sarà un confronto tra funzionari di polizia e magistrati che stanno cercando di fare luce sulla terribile line del ricercatore italiano. «Ci devono mostrare ancora i video delle telecamere della zona dove è stato rapito Giulio, le chiamate partite dal suo telefonino, ci devono consegnare gli effettipersonali di Giulio», ha spiegato l’avvocato Ballerini che però non nasconde di temere «nuovi colpi
di scena prima del 5». M am- ma Paola confida in una «risposta forte da parte del nostro governo. Ci auguriamo che il 5 aprile non sia una giornata vuota, altrimenti saremmo costretti a diffondere le foto che finora abbiamo evitato di mostrare». Le prove dell’orrore sulla faccia e sul corpo di Giulio. «L’Egitto ci ha restituito un volto completamente diverso.

Non vi dico cosa gli hanno fatto. Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui». M anconi auspica che la Farnesina richiami il nostro ambasciatore al Cairo. «Si deve operare con una determinazione maggiore di quella finora adottata». Un dolore «necessario», per Paola Regeni. Al Cairo non aveva avuto neppure il coraggio di avvicinarsi al corpo senza vita del suo ragazzo. «Poi, una volta a Roma, all’obitorio, mi sono decisa. Mi sarei sentita una vigliacca se non l’avessi fatto». Le immagini note del ricercatore 28enne lo mostrano solare, spensierato. Un giovane uomo «contemporaneo, anzi del futuro, che avrebbe potuto dare tanto al suo Paese», dice. «È dal nazifascismo che noi in Italia non ci troviamo a una situazione di tortura come quella che è successa a Giulio», ha proseguito la signora. «Ma lui non era in guerra. E io
che stimo i partigiani, dico che loro lo sapevano a cosa andavano incontro. Invece mio figlio era andato in Egitto per fare ricerca, era un ragazzo di oggi, è morto sotto tortura».

Il marito ha ricordato chi era Giulio: l’infanzia a Fiumicello, dov’era tornato anche a Natale. L’elezione, dodicenne, a sindaco dei giovani del suo paese, gli studi nel New Mexico, poi a Cambridge dove ha cominciato a imparare l’arabo, la decisione di partire per l’Africa, lo studio dei gruppi sindacali egiziani. «Non era una spia», hanno precisato ige- nitori, «avevamo con nostro figlio un rapporto profondo, di confidenza». L’avvocato ha aggiunto che sono stati scandagliati i conti correnti di Regeni: «Non è stato trovato nulla che potesse collegarlo a qualche attività con i servizi». Si chiede a quella mamma così forte, che prima si commuoveva anche solo per un film e oggi ha un blocco totale delle lacrime, quale sia la cosa che le fa più male. «Pensare a quando lui avrà cercato in tutti i modi, con tutte le lingue che sapeva, di fare capire chi era, e niente è successo. Poi mi capita di vedere i suoi occhi, che erano felici, che dicono “ma cosa mi sta succedendo, non può accadere a me”. E lo immagino, alla fine, quando capisce che quella porta per la salvezza non si sarebbe più aperta».

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