Omicidio Luca Varani: “Il killer tradito dalla coca. Amava uomini e trans nelle orge”

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Cè un mistero y nero che forse le indagini non riusciranno mai a spiegare dietro l’omicidio crudele del 23enne Luca Varani, studente massacrato dopo ore di sevizie a colpi di coltello e martello da due giovani della Roma bene durante un festino a base di sesso omosessuale e cocaina in un appartamento di Roma.

E questo mistero riguarda l’animo dei due killer, Marc Prato e Manuel Foffo, e il legame mortale che li accomunava alla vittima. Lina faccenda che riguarda l’abuso sfrenato di cocaina ma non solo: anche il rapporto con la propria identità sessuale e coi genitori. Per quest’ultimo aspetto, forse non è un caso che il povero Luca, nato in Jugoslavia in tempi di guerra, fosse un orfano, adottato poi da una coppia benestante di Roma. Ma si sentivano orfani, dentro, anche i suoi killer: figli di padri assenti e madri ombra. Figli a cui nessun genitore ha mai chiesto spiegazioni di quelle pur frequenti sparizioni che si prolungavano giorni, perché le notti brave a base di coca facevano perdere la cognizione del tempo. Figli che a sentirli parlare negli interrogatori avevano l’uno, Manuel, un rancore covato nei confronti del padre ristoratore che a detta del ragazzo lo faceva sempre sentire inadeguato preferendogli il fratello quando si trattava di affari.

E l’altro, il 29enne Marco, gay dichiarato, una madre francese e una laurea in Scienze politiche, organizzatore di eventi, sogni di attore e modello. Nel suo passato anche un flirt con la soubrette Flavia Vento. Marco che per anni aveva fìnto di essere etero e che ora sognava di farsi operare per diventare donna ma non osava perché a casa ogni volta che saltava fuori l’argomento si scatenava un putiferio. Padri che secondo i loro figli non li amavano per quello che erano e rimarcavano, muti, con la loro indifferenza, le delusioni che quei ragazzi avevano in fondo inflitto loro rispetto all’immagine che avevano di sé proiettata sui figli. Non è un caso che il padre di Marco, Ledo Prato, nome di spicco nell’ambiente culturale, segretario generale dell’Associazione Mecenate 90 presieduta da Giuseppe De Rita, docente in diverse università, dopo l’arresto clamoroso del figlio si sia dedicato a scritti pubblicati su Facebook preoccupandosi soprattutto di assicurare il suo pubblico che lui, Prato padre, aveva sempre trasmesso a quel ragazzo i giusti valori della vita.

Ed è significativo che Foffo abbia confessato proprio al padre l’orrendo delitto. Per sfregio, viene da pensare. Una confessione shock che ha costretto quell’uomo, per una volta, ad aprire gli occhi sul dramma che il figlio stava vivendo chissà da quan- do e che in questo caso non poteva più far finta di non vedere. Foffo si diceva etero ma non disdegnava i rapporti gay. Vissuti come trasgressione sfrenata. Condita dall’abuso di polvere bianca e alcol. Passione nascosta alla sua famiglia e a quelli che facevano parte della sua vita rispettabile. L’altra vita, parallela, oscura, lui la teneva tutta per sé. «Papà, ho preso cocaina e ho ammazzato una persona», dice a qualche ora del delitto Foffo all’ignaro genitore.

Allora il padre corre col figlio dai carabinieri e lo porta a costituirsi. Poi, la sera accetta un invito nel salotto di Porta a Porta. Parla come se parlasse del figlio di un altro. E lucido. Argomenta frasi con tono distaccato. «Volevo uccidere mio padre, forse per questo ho fatto questo, per vendicarmi di lui», dice Foffo nell’interrogatorio davanti agli inquirenti. E quando si chiede al padre cosa lui ne pensi di questa nuovo retroscena shock lui ancora non riesce a riconoscere quel figlio e dice soltanto: «Non ci credo». Il gip Amoroso, nella sua ordinanza di convalida degli arresti di Prato e Foffo, scrive di “crudele desiderio di malvagità”, da appagare da parte dei due. Una malvagità che per ora non conosce sincero pentimento, visti i tentativi di entrambi di discolparsi a vicenda, alleggerire la propria posizione, scaricare l’uno sull’altro le responsabilità avute nel massacro di Luca Varani.

La malvagità, secondo il giudice, è l’unico vero movente: “Fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione di un omicidio efferato, preceduto da sevizie e torture”. Solo questo, tutto questo dietro i due giorni di coca, alcol, sesso e sangue nell’appartamento di Foffo in via Igino Giordani, al quartiere Collatino di Roma. Ed ecco, dunque, la cronaca di quelle 48 ore di follia assassina, secondo la ricostruzione degli inquirenti. In quella casa transitano almeno altre quattro persone per bere e sniffare prima che Varani venga contattato da Prato poco dopo le 7 di mattina del 4 marzo. Anche Varani, a cui i due hanno promesso 150 euro, probabilmente in cambio di prestazioni sessuali, inizia a sniffare. Marco lo accoglie travestito da donna, con parrucca, smalto e tacchi a spillo. Lui dice di essersi travestito così per piacere a Manuel, che nega di essere omosessuale ma è attratto dai travestiti.

«Manuel era come impazzito. E mi ha chiesto prima di versare un farmaco nel bicchiere di Luca e poi dopo che questo aveva cominciato a stare male mi ha chiesto di ucciderlo: “Questo stronzo deve morire”, urlava», racconta Prato, cercando così di dare le colpe a Foffo. Marco afferma di essere infatuato di Manuel e per questo di aver assecondato la sua follia omicida, obbedendo in modo passivo alla sua richiesta di strozzarlo. «Ma Luca non voleva morire. E allora Manuel l’ha iniziato a colpire col martello, poi ha preso un coltello e lo ha colpito ancora ma Luca restava vivo». Luca Varani muore dopo essere stato trafitto da trenta coltellate. Un massacro durato circa due lunghissime ore.

La lama trovata conficcata nel petto del ragazzo non gli ha però trafitto il cuore: Luca muore per le sevizie subite e non per il colpo finale. Per questo il tentativo di Prato di scaricare le colpe sull’amico non servirà a discolparlo. Neppure il racconto dell’altro killer, Foffo, lascia intravedere una verità diversa dal fatto che i due siano stati complici dall’inizio àlla
fine dell’atroce delitto. È interessante che Foffo durante l’interrogatorio neghi di essere omosessuale e nello stesso tempo ammetta che con Prato quella mattina aveva avuto un rapporto orale.
Ed è Foffo, che afferma di essersi sentito minacciato da Marco, a dire quella frase agghiacciante rimbalzata il giorno dopo sui titoli dei giornali: «Cercavano qualcuno da uccidere “per vedere che effetto faceva”. Quando Luca è entrato in casa ci siamo guardati negli occhi ed è scattato un clic: era lui la persona giusta…».

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