Omicidio Luca Varani, Marco Prato ha drogato tanto altri giovani, e ha abusato di loro

Omicidio Luca Varani, la confessione shock di Marco Prato Gli abbiamo tagliato le corde vocaliFonte: Settimanale Giallo di Chiara prazzoli Marco e un ragazzo che può essere cattivo, è capace di manipolare le persone. Aveva vari profili su diversi social network anche come donna, si vantava di riuscire a conquistare ragazzi etera e di convincerli a fare sesso con alcol e droga”. «Sono stato stuprato da lui. La cosa che mi fa più male è la sensazione che nonostante non avessi il desiderio di fare sesso, non mi sono riuscito a fermare. Ancora oggi mi chiedo perché». «Dopo essersi appartato con Prato, il mio amico non era neppure in grado di reagire. Non riusciva neanche a rispondere al telefono per tornare a casa».

A rilasciare queste tre sconvolgenti testimonianze agli inquirenti che indagano sul delitto di Luca Varani, il giovane torturato e ucciso a Roma durante un festino a base di alcol e droga, sono stati tre conoscenti di Marco Prato, uno dei due assassini in cella per il delitto. La prima testimonianza è di Giorgia, che frequenta Prato da anni, la seconda è di Francesco, che ritiene di essere stato violentato da lui. La terza è di un’amica di Francesco, Giuba, che conferma quanto ilgiovane fosse sconvolto dopo rincontro con Prato. Sono state le loro parole a convincere i giudici del Tribunale del Riesame a non concedere gli arresti domiciliari all’uomo, che li aveva chiesti. Il magistrato che indaga, Francesco Scavo, e i carabinieri hanno interrogato tanti amici di Prato e anche tanti uomini che ritengono di essere stati stuprati da lui. Poi hanno consegnato tutto ai giudici del Riesame, chiamati a rimandarlo a casa. I

racconti, soprattutto dei giovani sedotti, sono tutti uguali e atroci e rispecchiano anche quanto ha raccontato Manuel Foffo, complice nell’atroce delitto. L’uomo, infatti, ha subito detto di essere stato ricattato da Prato: «Aveva un nostro filmino hard, ripreso a mia insaputa, durante l’unico rapporto che avemmo, a Capodanno». Torniamo agli incontri “rubati” ai giovani eterosessuali.

Le loro testimonianze sono, quindi, simili e drammatiche: Prato li faceva bere, spesso cocktail misteriosi e potentissimi, li convinceva ad assumere cocaina, quindi li costringeva a fare   sesso e li riprendeva con il telefonino a loro insaputa. Infine, si vantava con amici e amiche di aver fatto sesso con quel ragazzo fidanzato o sposato… E se lui negava, ecco che c era la registrazione rubata a dimostrarlo. Gli inquirenti stanno ancora cercando di capire se Prato si spingesse anche a chiedere denaro alle sue do dello stato confusionale nel quale li ha indotti offrendogli quelle sostanze… Ciò a dimostrazione che il fatto gravissimo per il quale si procede non è avvenuto in modo improvviso e non ripetibile, ma è il frutto di una condotta del Prato che dura da mesi e che è diretta ad agire, anche con violenza, nei

confronti di persone che adesca e alle quali fa consumare cocaina e alcolici». I giudici sono convinti che Prato sia un violentatore seriale Ma per abbassare le difese dei ragazzi da stuprare, Prato non usava solo gli alcolici e la cocaina, ma qualcosa di molto peggio. A sostegno dei loro convincimenti, i giudici del Riesame riportano un’altra testimonianza, quella rilasciata da Alex M., detto il Tiburtina, ex pugile, 35 anni, che partecipò al festino, ma riuscì ad andarsene prima, forse, di diventare la vittima dei due assassini. L’uomo è stato il primo a dire che gli fu somministrato uno strano cocktail. Ecco la testimonianza: «Mi hanno convinto ad andare a casa di Foffo e una volta giunto lì, Manuel Prato mi ha detto: “Bevi sto cocktail fatto da me, bevi che è da paura”.

Io l’ho assaggiato, aveva un sapore strano e non l’ho più bevuto». Alex, per sua fortuna, rifiutò anche di avere un rapporto sessuale e a quel punto venne cacciato via. Ora gli inquirenti sono convinti che quella bevanda offerta all’uomo sia la stessa che è stata fetta bere a Varani, che però, forse anche perché molto meno robusto del pugile, si è sentito subito male, perdendo i sensi. Che cosa conteneva quel cocktail? Prato e Foffo hanno spiegato che era un miscuglio di superalcolici e Alcover. L Alcover è un medicinale potentissimo che viene dato agli alcolisti per smettere di bere, è considerato l’equivalente di una droga. Se mischiato all’alcol, però, può diventare pericolosissimo e somministrato a persone che non hanno problemi di dipendenza può diventare una droga da stupro, perché fa perdere ogni inibizione. Ancora una volta Foffo accusa Prato di aver preparato lui quel mix, e Foffo, invece, dà la colpa all’amico. Sul punto i magistrati del Riesame hanno una loro chiara opinione, credono a Foffo.

Scrivono: «Le dichiarazioni del Foffo hanno allo stato un forte contenuto di credibilità, anche rispetto a quelle del Prato, tenuto conto che il Foffo è la persona che: ha fatto scoprire l’omicidio, assumendosene subito la responsabilità; ha dimostrato di non voler sminuire la sua responsabilità…; ha reso un racconto che ha trovato molti riscontri. In particolare, ha raccontato che al Varani sono stati messi dei tovaglioli rossi in bocca per impedire che ormai moribondo si udissero i suoi lamenti di dolore e i tovaglioli sono stati ritrovati durante l’autopsia». Insomma, tra i due assassini, Foffo è più credibile.

In ogni caso, per il Riesame Prato è così pericoloso che può stare solo in un posto: in carcere. Hanno scritto i magistrati vietandogli il ritorno a casa: «È un uomo di 30 anni che senza alcuna ragione scatenante decide con un amico di attuare una vera e propria “mattanza” (…), ha una personalità malvagia e crudele «pronta a uccidere nuovamente, potendosi presentare nuove facili occasioni, avendo i due colpito una persona a caso». Scrive ancora il collegio presieduto da Gian Luca Soana: «Le esigenze cautelari ci sono tutte. Impossibile affidarsi a lui per una misura autocustodiale, come gli arresti domiciliari. Vedi la fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione di un omicidio tanto efferato, preceduto da sevi zie e torture, senza altro movente se non quello di appagare un crudele desiderio di malvagità. Tutto ciò desta un giustificato allarme sociale e non consente di fare affidamento sui suoi sensi di colpa». Quindi, i giudici dubitano anche che Prato sia pentito, come dice di essere. E sono certi anche che non abbia mai tentato di suicidarsi.

Per il suo avvocato, invece, sarebbe dovuto tornare a casa proprio perché depresso e incline a cercare la morte, uno stato incompatibile con il regime di detenzione. Scrive il giudice Gian Luca Soana: «Da quanto risulta dai referti medici e da quanto riferito dal primario del Pronto Soccorso dove questi è stato portato, non è vi è stato alcun tentativo di suicidio da parte del Prato, tenuto conto che non è mai stato in pericolo di vita e non gli è stata praticata alcuna lavanda gastrica e, inoltre, è più che dubbio che abbia assunto quel farmaco, Minias, che lo avrebbe dovuto portare alla morte, non essendo stati riscontrati gli effetti tipici propri ad un uso importante dello stesso. Il tutto, peraltro, come dichiarato dallo stesso Prato ai medici del Pronto soccorso allorché riferiva che i farmaci li aveva con sé “per smorzare gli effetti della cocaina”. Il medico del resto certificava che nel Prato “non si evidenzia un orientamento depressivo, idee di colpa o sentimenti di vergogna”». Dalle carte dei giudici del Riesame emerge anche un altro, atroce particolare, che fa molto riflettere sulla natura di questo crimine avvenuto per malvagità pura, fine a se stessa. I magistrati riportano le dichiarazioni rilasciate da Prato nel suo primo interrogatorio perché, a loro parere, sono la conferma che non ebbe un comportamento secondario nell’omicidio, come invece sostiene il suo avvocato, e che quindi non può uscire di cella. A sconvolgere sono i termini freddi e asettici con cui racconta che mentre Foffo strozzava, decapitava, accoltellava Luca, non riuscendo a ucciderlo, lui lo baciava in testa per fargli forza.

Ecco il suo sconvolgente racconto: «Foffo si lamentava che nonostante le martellate e le coltellate il Varani non moriva e allora ho provato a strozzarlo con lui. Foffo mi chiedeva: “Come lo uccido?”, io gli risposi: “Non lo so, strozziamolo”. Luca intanto emetteva dei suoni di chiaro dolore, guardi era una cosa indescrivibile, quindi anche io volevo che finisse… se non altro che finisse di soffrire. Quindi, ho pensato a quale potesse essere un modo per porre fine in maniera più rapida possibile al suo dolore e ho pensato di strozzarlo con un cavo. Sono andato in salotto… ho preso un cavo e l’ ho tagliato perché troppo lungo. Quindi gliel’ho dato a Foffo e gli ho detto: “Tieni basta che lo fai smettere di soffrire”. Non c’è riuscito, l’ho aiutato, non ci siamo riusciti. Poi, non volendolo più veder soffrire, l’ho coperto e ho provato anche insieme a Manuel, che voleva che io gli baciassi la testa… Manuel voleva la forza da me… voleva che gli dessi baci sulla testa per dargli forza mentre lo strozzava, cosa che ho fatto». Ma il povero Luca non moriva ancora e quindi i due gli hanno conficcato un coltello dritto nel cuore. Purtroppo Luca non è morto neppure allora. Il racconto dell’orrore di Prato, che voleva pure tornare a casa, si conclude così: «Ho coperto Luca, che aveva già il coltello nel cuore, ma ancora non era morto. C’ha messo un pochino a morire… Luca aveva una gran voglia di vivere».

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