Omicidio Marco Vannini: Ecco cosa non torna in quella strana notte tinta di giallo

Esiste forse un retroscena oscuro, ancor più terribile della verità, già tremenda, finora accertata, in merito alla fine assurda del ventenne Marco Vannini, ucciso “per scherzo” dal padre della fidanzata lo scorso 17 maggio vicino Roma? È quanto si chiedono, aggrappati disperatamente alla speranza di conoscere la verità, i familiari del giovane ferito a morte nella villetta a Ladispoli dei futuri suoceri, i signori Ciontoli.

La cronaca di quella notte è una storia agghiacciante, secondo quanto ricostruito dal pm che ora ha chiesto il processo a carico di tutta la famiglia per il reato di omicidio volontario, col dolo eventuale. Un’accusa pesantissima, che secondo il magistrato deve essere mossa alla famiglia di Antonio Cion-toli, sottufficiale della Marina con un incarico nei servizi segreti. E lui a puntare per scherzo la pistola contro Marco, credendo che Tarma sia scarica. Ma non lo è.

I Ciontoli non chiamano subito i soccorsi, con l’obiettivo (secondo questa ricostruzione) di “coprire” il padre aspettando che Marco muoia (di qui l’eventualità del dolo). I soccorsi vengono allertati con mezz’ora di ritardo: l’intervento del 118 è stato richiesto spiegando che Marco aveva avuto un attacco di panico ma poi la richiesta è stata ritirata con una scusa.

I vicini si sono nel frattempo svegliati sentendo le urla del povero ragazzo. E a quel punto che i Ciontoli richiamano nuovamente l’ambulanza affermando che Marco si è ferito con la punta di un pettine.

Il ragazzo però ha in corpo un proiettile che dalla spalla ha raggiunto il polmone e perforato il cuore. E pallido. Le labbra viola. E i Ciontoli vedono il rigonfiamento del proiettile a occhio nudo, dietro la sua scapola. Ma nonostante questo nessuno in quella casa, neppure quando finalmente l’ambulanza arriva un’ora dopo lo sparo, dice agli operatori del 118 quanto accaduto. Soltanto quando Marco arriva all’ospedale di Ladispoli ormai in coma, Antonio Ciontoli si confida con un medico del pronto soccorso, invitandolo a falsificare il referto. A quel punto arriva un elicottero per trasportare il ragazzo a Roma ma è troppo tardi: alle 3 di notte Marco è cadavere.

L’accusa formulata a carico dei Ciontoli non convince i familiari del ragazzo: «Lo sparo è avvenuto in circostanze misteriose che meritano ulteriori approfondimenti», dice il legale dei Vannini, Celestino Gnazi. I difensori dei Ciontoli si diconoconvinti che non ci siano i presupposti per un processo per omicidio volontario: «Gli indagati non si sono resi conto della gravità della situazione», affermano gli avvocato Andrea Mirali e Pietro Messina.

Come sono andate le cose? Davvero Antonio Ciontoli, da militare ed esperto di armi, non avrebbe potuto sospettare, posto che il proiettile era entrato in una spalla di Antonio ma non era fuoriuscito, che lo stesso avrebbe potuto toccare organi vitali? Era più importante il buon nome della famiglia e l’onorabilità professionale del sottoufficiale oppure la vita di Marco? Di questo si discuterà davanti al Gup di Civitavecchia il prossimo 9 febbraio, quando il giudice dovrà decidere se rinviare o meno a giudizio per omicidio Antonio Ciontoli, sua moglie e i suoi due figli, Federico e Martina.

A proposito di quest’ultima, dalle intercettazioni ambientali fatte dai carabinieri nei corridoi della caserma dove all’indomani del fatto i Ciontoli attendevano a turno di essere interrogati, la ragazza è apparsa addolorata e sconvolta per la morte di Marco ma nello stesso tempo preoccupata e pronta a tutto pur di togliere dai guai se stessa e suo padre. Per questo motivo, secondo i carabinieri, Martina durante l’interrogatorio mente quando dice di non avere assistito all’omicidio. Ascoltando le intercettazioni ambientali, invece, si sente Martina che confabulando coi suoi familiari ricorda di aver visto la scena del padre che punta per scherzo la pistola contro Marco e lui che gli dice di smetterla, un istante prima dello sparo.

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