Omicidio Marco Vannini, la mamma: “Mio figlio urlava disperato dal dolore, e loro continuavano a fargli male”

Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore Tra pochi giorni i responsabili della morte di Marco compariranno davanti a un giudice. Finalmente comincia il lungo percorso giudiziario che, spero, servirà a fare definitivamente luce sullomicidio di mio figlio. Non solo hanno lasciato morire senza pietà un ragazzo di 20 anni, ma stanno uccidendo di dolore anche la sua mamma e il suo papà. Ho piena fiducia nella giustizia”.

E sempre più determinata e combattiva Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, il bagnino di 20 anni ferito a morte con un colpo di arma da fuoco esploso dal suocero Antonio Ciontoli. Era il 17 maggio del 2015 e da quella tragica data sono trascorsi nove mesi. Martedì 9 febbraio, presso il Tribunale di Civitavecchia, il giudice dovrà decidere se rinviare a giudizio i cinque indagati per la morte di Marco. Sono Antonio Ciontoli, accusato di omicidio volontario e omessa custodia di armi da fuoco, la moglie Maria Pezzillo e i loro figli Martina e Federico, tutti e tre accusati di concorso in omicidio volontario. Insieme con loro è indagata anche Viola Giorgini, fidanzata di Federico, ma solo per omissione di soccorso.

Ci dice mamma Marina: «Mi auguro con tutto il cuore che i capi di imputazione vengano confermati e che il giudice decida di processare i cinque indagati. Sono stati crudeli e insensibili. Dopo la sparatoria, avvenuta in circostanze ancora misteriose, Marco è stato lasciato agonizzante per ore. Mio figlio si sarebbe salvato se il 118 fosse stato allertato subito e non dopo un’ora e mezza. Non lo dico io, lo hanno scritto i medici nell’autopsia. Ma i Ciontoli, dimostrandosi senza cuore, lo hanno lasciato morire inscenando un “teatrino” fatto di bugie e di menzogne. Le indagini sono state chiuse, ma ci sono ancora tanti lati oscuri in questa vicenda. Spero che tutti i dubbi verranno chiariti durante il processo.

E altrettanto grave è stato l’atteggiamento degli indagati di fronte agli inquirenti. Hanno continuato a mentire nonostante le prove contro di loro fossero schiaccianti. Spero che di fronte ai giudici si mettano una mano sulla coscienza e trovino il coraggio di raccontare quello che realmente accadde la sera del 17 maggio, ammettendo le loro colpe». Marina nella sua battaglia non è da sola. Accanto ha sempre il marito Valerio, papà di Marco. Ci dice l’uomo: «Quante bugie sono stato costretto a sentire dal giorno della tragica morte di mio figlio. Hanno avuto il coraggio di dire che Marco si era ferito con un pettine, ma secondo me questo pettine non esiste nemmeno! Nella stanza dei genitori di Martina, inoltre, cera un phon appoggiato sul letto. I Ciontoli hanno detto di averlo usato per asciugare i capelli di Marco, ma non può essere vero, perché lui li portava molto corti. Secondo me è stato utilizzato per asciugare la ferita. Vi rendete conto? Ogni volta che riascolto la registrazione della telefonata fatta dai Ciontoli al 118 e le grida in sottofondo di Marco mi sento male. Perché mio figlio urlava “basta” a Martina? Continuavano a fargli del male?».

Il 9 febbraio ci sarà l’udienza preliminare nei confronti dei presunti responsabili della morte di Marco Vannini. Quali sono i possibili sviluppi? Risponde il magistrato Francesco Caringella: «Il giudice si troverà di fronte un classico “giallo della porta chiusa”, per dirla come la grande scrittrice Agatha Christie.E sicuro, infatti, che il giovane si è visto sfuggire di mano il futuro tra mura che dovevano essergli amiche. È certo anche che il colpo di pistola è stato esploso da una delle persone di cui si fidava.

È certo, infine, che i soccorsi sono stati chiamati con un ritardo incredibile. Tutto il resto è avvolto nella nebbia. Il processo dovrà fare chiarezza sulla dinamica, sulle persone presenti e sulle condotte tenute da ognuno degli indagati nella fase concitata sfociata nella chiamata al 118. Alla luce del quadro degli elementi probatori che gravano sugli indagati per omicidio e omissione di soccorso, è probabile che venga disposto il rinvio a giudizio al fine di consentire i necessari approfondimenti su una storia dai troppi punti grigi. Sembra invece da escludere, in considerazione delle prime dichiarazioni difensive, l’opzione del giudizio abbreviato. In caso di rinvio a giudizio, la Corte d’Assise avrà il compito di verificare chi si sia macchiato di un dolo cosciente nella fase iniziale della tragedia e chi sia incorso in un dolo eventuale per la tardiva chiamata dei soccorsi. Certo è che secondo la giurisprudenza il mancato tempestivo aiuto nei confronti di persona in chiaro pericolo di vita significa accettazione del rischio della morte e, quindi, responsabilità per omicidio a titolo di dolo eventuale (o indiretto)».

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