Omicidio Seriate, giallo sul dna trovato sui guanti: Come nel caso di Yara si cerca ignoto 1

omicidio-seriate-giallo-sul-dna-trovato-sui-guanti-non-e-del-marito-ma-di-uno-sconosciutoImportanti novità sono trapelate, nelle ultime ore, sul caso relativo all’omicidio di Seriate che vede come protagonista la professoressa in pensione Gianna del Gaudio uccisa lo scorso 26 agosto 2016 all’interno della propria abitazione sita appunto a Seriate, comune italiano della provincia di Bergamo, in Lombardia. Nello specifico, secondo quanto trapelato dalle prime indiscrezioni sul caso sembrerebbero essere arrivati i risultati degli esami effettuati dai Ris sul coltello e i guanti trovati poco tempo fa all’interno di una busta di plastica abbandonata sotto una siepe a qualche centinaio di metri dall’abitazione della donna. Ed ecco che tali esami rivelano che il sangue trovato sul coltello contenuto all’interno della busta di plastica appartiene proprio alla professoressa uccisa però sui guanti trovati insieme all’arma del delitto non è stato trovato il dna del marito, Antonio Tizzani, al momento unico indagato e neppure dei due figli della coppia, Paolo e Mario. Ma, al contrario sembrerebbe essere stata individuata la traccia di dna di ignoto, dna appartenente ad un uomo al momento però sconosciuto.

Sui risultati ottenuti dai test effettuati dal Ris di Parma sui reperti trovati lo scorso 6 ottobre in una siepe poco distante dal luogo dell’omicidio ecco che si è espresso proprio Antonio Tizzani, marito della vittima e attualmente unico indagato che dal giorno successivo alla tragedia vive nell’appartamento del figlio Paolo, il quale ha nello specifico dichiarato “Mi sento sollevato, ma temo per la mia incolumità. L’ho sempre detto: non sono stato io a uccidere mia moglie, chi l’ha fatto è ancora in giro. Io, invece, non esco più di casa”. L’uomo ha infatti proclamato sempre la propria innocenza raccontando di avere trovato la moglie stesa sul pavimento priva di vita e in un lago di sangue, il tutto dopo essere uscito dall’appartamento per andare a bagnare le piante. Una sorpresa piuttosto amara quella avuta dall’uomo al suo rientro e poi ancora Tizzani, 68enne ex ferroviere, nel racconto fornito agli inquirenti nel corso di questi mesi ha sempre sostenuto che ad uccidere la moglie sia stato un uomo incappucciato, un ladro che era entrato nella villetta per rubare e che, dopo aver frugato in diversi cassetti era fuggito da un altro ingresso della casa.

Sulla delicata questione ecco che si è anche espresso il procuratore di Bergamo, Walter Mapelli dichiarando “È una novità importante. Ora si tratta di capire a chi appartiene quel dna. Le indagini vanno avanti e vorrei dire che noi non abbiamo mai smesso di percorrere anche la pista dell’incappucciato, come ha raccontato l’indagato”. Nonostante sulla scena del crimine non siano mai stati trovati segni di effrazione su porte o finestre dell’abitazione ecco che gli inquirenti non hanno mai escluso totalmente la pista della rapina finita male e, i risultati ottenuti dai test dei Ris di Parma sugli oggetti trovati avvalora ancora di più la tesi dell’uomo incappucciato.

«Papà, haivisto che hanno trovato l’arma del delitto? Le tracce ci diranno finalmente chi è l’assassino della mamma. Chissà dove l’hanno trovata?». È la sera del 7 ottobre 2016. Paolo Tizzani viene intercettato dai carabinieri che indagano sul terribile omicidio di sua mamma, Gianna Del Gaudio, l’ex professoressa di 63 anni uccisa il 26 agosto scorso nella sua villetta di Se- riate, in provincia di Bergamo. Paolo viene intercettato tramite una cimice piazzata in casa dagli inquirenti, mentre commenta con il padre Antonio una notizia che potrebbe risolvere definitivamente il giallo. Poche ore prima, infatti, i carabinieri gli avevano comunicato che era stata trovata l’arma del delitto. L’arma, un taglierino con una lama da 20 centimetri, sporco del sangue di Gianna, era abbandonata in una siepe di un giardino a circa 600 metri dalla casa di Tiz- zani. In quel momento, però, nessuno conosceva il luogo in cui era stata recuperata. Nonostante questo, nella conversazione intercettata tra Paolo e Antonio il padre dà una risposta che lascia senza parole: «L’assassino l’avrà gettata in un giardino».
I CAPELLI BIANCHI
Come faceva Antonio a sapere che l’arma era stata trovata in un giardino? Forse perché a gettarla era stato proprio lui? L’intercettazione rappresenta secondo i carabinieriun indizio molto importante. Ma c’è di più, molto di più. Iltaglie- rino era conservato in un sacchetto di plastica di un’azienda che produce mozzarelle. Non una mozzarella qualsiasi, ma quella che Gianna, Antonio, il figlio Mario e la nuora Alessandra avevano mangiato la sera dell’omicidio. Non solo: nel sacchetto c’erano anche un paio di guanti bianchi in lattice sporchi di sangue e alcuni capelli anche loro bianchi. Sono proprio i capelli di Antonio? O è tutto un depi- staggio? Le analisi scientifiche potrebbero stabilire una volta per tutte l’identità dell’assassino e completare, così, la richiesta di ordinanza di custodia cautelare.
LASTESSA VERSIONE
A trovare la lama, il 6 ottobre scorso, è stato Filippo Consoli, un abitante di via Presa- nella, una strada che dista cir-
ca 600 metri dalla casa di Tiz- zani. L’uomo ha chiamato subito i carabinieri immaginando che potesse trattarsi proprio dell’arma del delitto. I carabinieri hanno quindi comunicato quel ritrovamento al- l’indagato e ai due figli Mario e Paolo, senza però dare i particolari. Ha detto Paolo Tizza- ni: «È vero, i carabinieri non ci hanno detto dove è stata trovata l’arma, la notizia doveva rimanere segreta, mapoiunavi- cina di casa ha parlato in televisione e si è saputo tutto». Certo, si è saputo tutto, ma soltanto il 18 ottobre, ovvero dieci giorni dopo l’intercettazione. Antonio, d’altra parte, continua a ripetere la sua versione: «A uccidere Gianna è stato un uomo con il volto coperto da un cappuccio. L’ho sorpreso in casa mentre frugava nel- laborsadimiamoglie, ho provato a inseguirlo ma lui è fuggito dalla porta sul retro».
Ora, dalle prime indiscrezio – ni sul lavoro dei Ris, emerge che sul taglierino in questione, oltre al sangue di Gianna, c’era anche un dna ignoto. Per gli inquirenti, però, potrebbe essere un depistaggio, oppure il dna di chi ha trovato il sacchetto o di uno dei soccorritori. Comunque ora verrà confrontato con il dna dei familiari di Antonio e di tutte le persone che hanno avuto a che fare con Gianna. Ma da dove veniva il sacchetto in cui era contenuta l’arma del delitto? Ora ve lo spieghiamo. Il 23 agosto scorso Gianna e Antonio erano tornati dalle vacanze. Erano stati prima a San Giovanni Rotondo, la terra di Padre Pio, e poi ad Avellino a casa dei parenti. Il 26 agosto, il giorno dell’omicidio, visto che avrebbero dovuto restituire i due cagnolini del figlio maggiore Mario, che nelperio- do estivo erano stati con loro, lo avevano invitato a cena insieme alla nuova compagna, Alessandra.
Quella sera Gianna aveva preparato spaghetti con le vongole e per secondo una mozzarella di bufala campana “Pupatella” che da almeno due anni la donna ordinava da un distributore bergamasco che la distribuisce a domicilio tutti i venerdì. Il venditore, infatti, è stato da Gianna proprio ilpomeriggio di venerdì 26 agosto, il giorno del delitto, e le ha consegnato quattro mozzarelle da 250 grammi ciascuna, divise in 4 buste. Dice a Giallo il distributore: «Gianna quel pomeriggio era serena e tranquilla come sempre. Quando ho saputo che cosa era successo sono rimasto sconvolto». Il sacchetto che conteneva il coltello, i capelli e i guanti sporchi di sangue era proprio quello bianco e rosso del caseificio “La Pupatella’. Il fatto che l’arma del delitto fosse
in uno di quei sacchetti non prova certamente che a uccidere Gianna sia stato il marito. L’assassino, per nascondere la lama, potrebbe aver recuperato il primo sacchetto trovato in cucina, anche se sembra strano che un assassino perda tempo a infilare l’arma in un sacchetto. I guanti, tra l’altro, sono della stessa tipologia di quelli usati in casa Tizza- ni, da dove ne manca proprio un paio, anche se guanti simili sono presenti in molte abitazioni.
ODIATI EX CONSUOCERI
Al vaglio dei Ris, oltre a questi reperti, ci sono anche sangue e impronte lasciate su una mozzarella che quella sera
non era stata mangiata perché era caduta sul pavimento della cucina. Certo, se l’assassino ha messo i guanti, non avrà lasciato impronte nè sul coltello nè in casa. Siamo dunque davanti a un omicidio premeditato? Antonio disse che l’uomo incappucciato aveva le mani scure. Ma se l’assassino non è lui, come ha fatto a notare il colore delle mani dell’uomo incappucciato se quest’ultimo indossava i guanti bianchi? E se invece li avesse messi dopo averla sgozzata? Una circostanza da non escludere perché spiegherebbe il tentativo di preparare una messinscena per scaricare la colpa su un possibile intruso. A provarlo sono delle macchie sospette presenti in ba gno. Se si fosse trattato davvero di un ladro incappucciato, come continua a dire Antonio, perché avrebbe dovuto andare in quella stanza? Soprattutto se la priorità era quella di fuggire all’arrivo di Antonio? Ma proseguiamo con la ricostruzione del delitto. Dopo aver sgozzato Gianna, l’assassino avrebbe dunque raggiunto quella via a 600 metri da casa Tizzani per gettare il sacchetto in mezzo alla siepe. Antonio ha lanciato l’allarme alle 00.43. Non è escluso che, se l’assassino fosse davvero lui, possa aver prima nascosto il sacchetto in casa sua o del figlio Paolo e poi, inun secondo momento, quando le acque si sono calmate, averlo buttato nella siepe. Ma perché Tizzani, o chi per lui, sarebbe stato così incauto da gettare il sacchetto in un posto dove quasi certamente sarebbe stato trovato? Forse perché voleva che lo trovassero? È un depistaggio? Vicino a quella siepe, infatti, abitano gli ex consuoceri di Antonio e Gianna, ovvero i genitori dell’ex moglie di Mario. È noto che le due famiglie si detestavano a causa di una lunga diatriba legata all’acquisto dialcunimo- bili per la casa del figlio. Possibile che Antonio, se davvero fosse lui l’assassino, abbia cercato in qualche modo di indirizzare le indagini verso la casa degli odiati consuoceri? Lo stesso figlio Paolo ha avanzato un sospetto: «Il consuocero detestava mia mamma, ma noi non accusiamo nessuno».
CI SONO DEI COMPLICI?
Al centro delle indagini sono finiti anche due mazzi di chiavi. Il primo è il mazzo di chiavi della casa di Paolo che Antonio teneva nella propria villetta e avrebbe potuto utilizzare per andare a recuperare o nascondere qualcosa in un momento in cui il figlio era fuori. Il secondo è il mazzo di chiavi della villetta del padre, che possedeva il figlio e con le quali Antonio, visto che le sue erano state sequestrate dai carabinieri, avrebbe potuto tornare a casa per prendere i documenti e altri oggetti. Per gli inquirenti, nessuna possibilità è esclusa, anche se le loro attenzioni sono sempre concentrate su Antonio. Hanno prelevato il Dna dei figli di Gianna, delle nuore e dell’amico docente di cui Antonio era geloso e che a volte accompagnava a casa Gianna, lasciando intendere che nemmeno loro possono ritenersi esclusi dalla lista dei sospettati. Se a oggi gli inquirenti non hanno chiesto il carcere per Antonio significa che qualcosa deve essere ancora chiarito..

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