Omicidio Teresa e Trifone: drammatica parte dell’interrogatorio a Giosuè Ruotolo

Fonte: Settimanale Giallo di Gian Pietro Fiore – Quando Renna ci comunicò la notizia, si parlava della morte di un sotto ufficiale… Ci siamo concentrati su chi poteva essere, e abbiamo detto: ‘Vedremo l’evolversi di questa situazione’. Dopo siamo rientrati nelle stanze per telefonare alle rispettive fidanzate. Infatti, io ho telefonato alla mia fidanzata. Erano circa le 22 e sono stato al telefono con lei per circa un’ora. In quel frangente, mi disse che era a casa. Nel corso delle telefonata le ho raccontato che cosa avevo fatto durante la giornata. Le ho anche riferito la notizia della morte dei ragazzi.

Anzi, ora che ci penso meglio, glielo ho detto il giorno dopo…”. Prosegue con queste parole l’interrogatorio reso il 6 ottobre del 2015 da Giosuè Ruotolo, il militare di 26 anni indagato per il duplice delitto di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto il 17 marzo 2015 a Pordenone. Sugli scorsi numeri di Giallo vi abbiamo riferito ciò che Ruotolo disse nella prima e nella seconda parte di questo drammatico interrogatorio. Ora concentriamoci sulla terza parte.

Come avete letto, nel giro di pochi secondi il militare si contraddice davanti ai giudici in modo a dir poco clamoroso. Prima dichiara di aver riferito subito alla fidanzata che i suoi amici erano stati uccisi, poi cambia versione sostenendo di averglielo detto il giorno dopo. Continua Ruotolo: «Non le ho detto quello che mi aveva appena riferito Renna per non farla preoccupare, considerato che il delitto era avvenuto nella zona dove abitavamo noi e tenuto conto che la mia fidanzata è un po’ ansiosa. Non ricordo di cosa ho discusso con Rosaria durante la telefonata, non le ho neppure detto che ero uscito per andare a correre».

Quindi Ruotolo, che erano stati barbaramente uccisi. E non le riferì nemmeno di essere andato a correre nel parco San Valentino, cioè nel luogo in cui alcuni mesi dopo l’agguato è stata rinvenuta l’arma del delitto. L’interrogatorio prosegue così: «Solo il giorno dopo le dissi di guardare il telegiornale delle 13 affinché sapesse cosa era successo. Anche in quel caso non le dissi che la sera prima mi ero recato dove era avvenuto l’omicidio. Questo perché non volevo farla preoccupare, considerato che a Pordenone girava una persona che aveva commesso quella cosa e quindi non volevo farle temere che potesse succedere anche a me». Insomma, Giosuè non avrebbe detto nulla alla compagna per non farla preoccupare.

 Una motivazione che non convince gli inquirenti, i quali gli domandano: «Lei ha appreso degli appelli fatti dalle autorità alle persone che potevano trovarsi nella zona dell’omicidio affinché fornissero elementi utili alle indagini?». Giosuè risponde: «Sì. Non ho ritenuto di presentarmi per tutta una serie di cose che mi sono passate per la testa. Innanzitutto avevo paura per la mia incolumità e poi di avere problemi per il mio ingresso nella Guardia di Finanza. Tornando agli eventi di quella sera, dopo che io avevo telefonato alla mia fidanzata, Sergio Romano riceveva una telefonata da un nostro collega, Pasquale Pone, il quale diceva di andare sul posto e vedere perché c’era una macchina che somigliava a quella di Trifone e che molti altri militari erano lì per capire cosa fosse successo.

Allora siamo usciti tutti e tre con la macchina di Renna e siamo andati al palazzetto. Lì abbiamo trovato molti altri nostri commilitoni, anche se non si riusciva a vedere nulla perché c’erano dei teli bianchi intorno alla zona del delitto. Anche in quella circostanza non ho detto nulla circa la mia presenza sul luogo nei momenti prossimi all’omicidio perché sentivo che i commilitoni commentavano dicendo che sul posto c’erano le telecamere di videosorveglianza e io mi sentivo sollevato da tutto questo. Credevo che il colpevole sarebbe stato preso. Ribadisco che le ragioni per le quali non ho confidato a nessuno che mi trovavo lì erano dovute a una serie di brutti pensieri, tra i quali di avere problemi con la mia carriera nella Guardia di Finanza, problemi per la mia incolumità e anche perché sapevo di essere estraneo e quindi di non poter dare nessun contributo alle indagini».

Come avete letto, Ruotolo ammette di essere stato sul luogo del delitto all’ora in cui Trifone e Teresa venivano uccisi. Ma poi aggiunge: «Capisco di aver fatto una cosa sbagliata anche nei confronti di Trifone. Nel mio paese di origine, Somma Vesuviana, non succedono queste cose, ma a Napoli sì. So che in queste occasioni è giusto collaborare con le autorità». Ruotolo torna poi a parlare delle sue frequentazioni, ribadendo di andare ad allenarsi in palestra nel tardo pomeriggio, e mai di sera. Dice: «Normalmente non andavo in palestra a quell’ora, bensì tra le 17.30 e le 18. Inoltre, normalmente ci andavo il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Anche se alcune volte avevo deciso di andarci in un giorno diverso.

L’abbonamento era mensile e in quel periodo scadeva a metà di marzo. Comunque alla data del fatto era ancora valido». Giosuè, quindi, conferma ancora una volta di essere andato in palestra in un giorno (il 17 marzo 2015 era un martedì) e a un orario insolito. È l’ennesima contraddizione del suo racconto. Sul prossimo numero, ne leggerete altre, altrettanto clamorose.

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