Il padre è sotto inchiesta. Ma se la ministra si dimette cade il governo ecco perchè il centro sinistra la difende

0

Le colpe dei padri non ricadono mai sui figli. Chissà perché, però, per fare il carabiniere è necessaria la fedina penale pulita per tutta la famiglia per almeno una intera generazione. Che esista un conflitto di interessi grosso come una montagna all’interno del Governo di Matteo Renzi sembra ormai scontato anche se un’indagine non è ancora una sentenza.

Le opposizioni chiedono le dimissioni del ministro Maria Elena Boschi. Qualcuno, come la leader di Fratelli d’Italia e candidata sindaco a Roma Giorgia Meloni, chiede invece le dimissioni di Matteo Renzi. «Il conflitto di interessi – dice – riguarda tutto il Governo». E appare difficile darle torto, soprattutto quando centinaia di risparmiatori anche di Banca Etruria si sentono truffati da uno Stato che avrebbe dovuto difendere i loro risparmi.
Pier Luigi Boschi, padre della ministra, è indagato dalla Procura della Repubblica di Arezzo per concorso in bancarotta fraudolenta  insieme con tutti i componenti dell’ultimo consiglio di amministrazione di Banca Etruria. Il “buco” accertato dal commissario liquidatore è pari a oltre un miliardo di euro, una cifra mostruosa che avrebbe consentito, se non sperperata, non solo di salvare la banca, ma anche tutti i risparmiatori.
Difficile ipotizzare le dimissioni di Maria Elena Boschi, che già a gennaio, annusando probabilmente l’aria che tirava, aveva detto che qualora il padre fosse stato indagato, non avrebbe lasciato l’incarico: «Perché la responsabilità penale è personale e un’indagine non è una sentenza di condanna».

Dai Cinque Stelle alla Lega, da Forza Italia a Sei si sostiene che la posizione del Governo, e in particolare di Maria Elena Boschi, appare sempre più indifendibile. Le dimissioni, almeno quelle del ministro delle Riforme, sarebbero un passo obbligato per la minoranza parlamentare, ma da palazzo Chigi finora nessun commento né orientamento in tal senso.

L’entourage che circonda il premier Renzi e tutta la maggioranza del Partito Democratico si schiera a difesa della ministra, che diventa l’emblema di una roccaforte che si sbriciolerebbe e scioglierebbe come neve al sole senza di lei. Su Maria Elena Boschi, infatti, poggiano l’impalcatura delle riforme costituzionali e anche i delicati equilibri che sorreggono il Governo. Basta smuovere un solo tassello per far precipitare la situazione. Ed ecco così che la risposta del Governo allo scandalo di Banca Etruria diventa sostanzialmente una non risposta.

Quando non basta la consegna del silenzio, si preferisce spostare l’attenzione sulle beghe interne del partito oppure sulle elezioni amministrative di Roma e Milano. Si scopre ora, attraverso i resoconti del  giornale Il Fatto, Quotidiano,che Pier Luigi Boschi, padre della ministra, sarebbe stato indagato o coindagato per ben dieci volte tra il 2010 e il 2015. Tutti i procedimenti (estorsione, dichiarazione infedele, omesso versamento dei contributi) sono stati archiviati, tranne quello in corso. Significa che l’ex vice di Banca Etruria non doveva rispondere di quelle imputazioni secondo la magistratura, ma resta evidente che sul suo operato si addensavano ombre in tempi non sospetti. Qualcuno sapeva e doveva, a mio parere, sin da allora giudicare sull’opportunità di far pesare quelle “ombre” sugli eventuali assetti istituzionali futuri. Non si fece nulla allora, non si farà nulla probabilmente anche adesso, nonostante i sospetti di irregolarità e violazioni del codice penale siano diventati qualcosa di più concreto.CONTINUA  A LEGGERE

Rispondi o Commenta