Panama Papers, fa tremare i potenti svelati i miliardi nascosti nei paradisi fiscali: sotto accusa leader mondiali, Messi e Platini

Sono finiti sotto accusa molti leader mondiali, funzionari d’intelligence e criminali accusati di aver fatto dirottare una ingente quantità di denaro verso i paradisi fiscali. Tanti i nomi eccellenti finiti nel calderone che prende il nome di “Panama Papers“, così chiamata dalle località dove è depositato il denaro ovvero a Panama e Seychelles. Nomi di persone molto vicine al leader russo Vladimir Putin, al leader cinese Xi Jinping, al Presidente ucraino Poroshenko, del re saudita, dei Premier di Islanda e Pakistan sono emersi dai milioni di documenti già ribattezzati Panama Papers trapelati sui media internazionali che accusano i loro leader di avere ingenti somme di denaro in quelli che sono stati denominati “paradisi fiscali”.

Nel caso di Putin, i file illuminano una serie di operazioni finanziarie riservate gestite da banche, società e persone legate al leader russo.Figurano anche personaggi di spicco del nostro paese come Luca di Montezemolo, l’imprenditore Giuseppe Donaldo Nicosia, il pilota Jarno Trulli oltre che Ubi e Unicredit.

“Circa un migliaio di clienti provenienti dal nostro Paese sono citati, a vario titolo, nei documenti che il settimanale ha consultato. Imprenditori, professionisti, volti noti dello spettacolo, ma anche moltissimi personaggi sconosciuti alle cronache sono approdati a Panama per mettere al sicuro il patrimonio di famiglia. Nei prossimi giorni, una volta completate le nostre verifiche, daremo conto di questi affari offshore”, questo quanto si legge in un articolo pubblicato su un noto giornale del nostro paese.

Non solo imprenditori e personaggi di spicco della politica italiana ed europea ma anche campioni del calcio, come il calciatore Lionel Messi il bomber del Barcellona considerato il calciatore più forte al mondo, e poi ancora il fuoriclasse Michel Platini dirigente della Uefa attualmente sospeso, e poi ancora l’attore cinese Jackie Chan ed il re del Marocco Mohames VI e quello dell’Arabia Saudita Salman.

Riguardo il campione del Barcellona, Lionel Messi a lui viene imputata una società con sede a Panama, la “Mega Star Enterprises Inc.”, creata parecchi anni fa, ovvero nel 2012 con il solo scopo di sottrarre capitali al fisco. Ma non finisce qui, perchè nel calderone è anche finito il primo Ministro britannico David Cameron morto nel 2010 , dirigenti sportivi come Eugenio Figueredo. In totale sono 72 tra capi o ex capi di Stato ad essere presenti tra le persone citate nei ‘Panama Papers’. Tra quelli in carica anche il presidente argentino Mauricio Macri; la società Mossack Fonseca sostiene di essere stata vittima di un attacco informatico ma questa tesi non è stata confermata dal pool informativo.  “Per 40 anni Mossack Fonseca ha operato in maniera irreprensibile nel nostro paese e in altre giurisdizioni dove siamo attivi. La nostra società non è mai stata accusata o incriminata per legami con attività criminali. Se notiamo attività sospette o condotte poco chiare, siamo rapidi nel denunciarle alle autorità. Nello stesso modo, quando le autorità ci mostrano prove di possibili illeciti, noi cooperiamo pienamente”, afferma lo studio legale. 

Sono almeno dieci anni che giornali, governi e servizi segreti cercano le prove della presunta corruzione di Vladimir Vladimirovich Putin. Si è sempre parlato di amicizie, connessioni e perfino di possibili prestanome. Ma mai prove. Anche questa volta, nelle migliaia di pagine che arrivano da Panama il nome del presidente russo non compare nemmeno una volta. Spunta fuori però un quasi sconosciuto musicista di San Pietroburgo, titolare di diverse società che, tutte assieme, avrebbero asset superiori ai cento milioni di dollari (ma secondo fonti russe, sarebbero invece due miliardi di dollari). Un po’ tantino per Sergej Roldugin che ai giornalisti si è limitato a rispondere: «Sapete ragazzi, ora non sono pronto a commentare la cosa. Si tratta di questioni delicate. Ero legato a questi affari tanti anni fa…».

Roldugin e altri sodali avrebbero guadagnato milioni in affari impossibili da trattare senza il patrocinio di Putin. Inoltre, secondo le carte la famiglia del presidente russo avrebbe tratto beneficio da questo flusso denaro, ovvero i soldi dei prestanome sembravano i soldi di Putin. Qualche esempio: Roldugin risulta avere una quota pari al 12,5% nella più grande agenzia pubblicitaria televisiva russa, la Video International (un miliardo di entrate annue). Inoltre possiede parte della Kamaz, fabbrica di veicoli militari e il 15% di una compagnia cipriota chiamata Raytar. Ancora: il 3,2% della Banca Rossiya. Non male per un «semplice» violoncellista. L’amico La cosa interessante è che Roldugin è molto amico di Putin. Secondo il quotidiano Guardian, gli avrebbe presentato la moglie Ludmila (dalla quale il presidente è ora divorziato) e avrebbe fatto da padrino alla figlia Maria. Notizie rilevanti, certo, ma non sufficienti a corroborare l’accusa di corruzione che perfino l’amministrazione americana ha avanzato nei confronti del leader russo.

E poi si tratterebbe di ben poca cosa rispetto agli almeno quaranta miliardi di dollari di ricchezze che i critici attribuiscono a Vladimir Vladimirovich. Le ultime notizie hanno scatenato reazioni particolarmente vivaci da parte del Cremlino, forse perché coinvolgono direttamente le figlie del presidente. Informato degli articoli che stavano per uscire su vari mezzi d’informazione, il portavoce Dmitrij Peskov ha parlato di «diffamazione e menzogne», ma ha aggiunto un’accusa precisa: quella contro Putin è una campagna orchestrata per influenzare le elezioni parlamentari d’autunno. In realtà, in questi anni di indagini sono emersi moltissimi fatti assai rilevanti che sembrano coinvolgere decine di amici ed ex colleghi del Kgb che sono diventati ricchi e importanti. E la domanda, naturalmente, è: con l’aiuto di Putin? Il pensiero corre immediatamente ad alcuni dei più «vicini», come i fratelli Rotenberg che condividevano la passione per il judo con l’allora giovanissimo Vladimir. Poi i compagni del primo direttorato del Kgb (Gennadij Timchenko, uno dei pochi che ha avuto il privilegio di rivendere all’estero il petrolio russo) e gli amici che negli anni Novanta crearono una cooperativa di dacie vicino San Pietroburgo, tra i quali, ad esempio, Yurij Kovalchuk, indicato da molte fonti come il banchiere della Famiglia. Ora, si tratterà certamente di gente particolarmente ferrata negli affari, onestissima e molto brillante.

Ma è possibile che l’amicizia col capo non abbia contribuito a trasformare la Banca Rossiya (di Kovalchuk) partita con un capitale di qualche milione di euro in uno dei colossi del Paese che ha assorbito a prezzi stracciati altre banche, aziende di comunicazioni e altri asset in buona parte di provenienza pubblica? La Banca Rossiya Casualmente, altro socio di peso della stessa banca Rossiya è Nikolaj Shamalov, anche lui compagno di vecchia data di Putin (naturalmente era nella cooperativa di dacie). È sempre una coincidenza il fatto che il figlio di Shamalov, Kirill, sia il marito della figlia di Putin? Nel rapporto che l’oppositore Boris Nemtsov stava preparando quando venne ucciso, si sostiene che gli amici di Putin hanno attuato una vera e propria «spoliazione» di Gazprom, trasferendo per pochi soldi asset a società controllate da loro. Da Gazprombak a Gazprom-Media, azienda che è passata di mano «a un quarantacinquesimo del suo valore», secondo Nemtsov. Possibile che chi è alla guida di Gazprom non abbia detto nulla? Nemtsov ricordava che si tratta di Aleksej Miller, che già lavorava agli ordini di Putin al comune di San Pietroburgo.

Naturalmente tutti questi amici così ben piazzati nel mondo del biziness (come dicono in Russia) hanno rampolli altrettanto brillanti. Dai due figli di Shamalov, uno azionista di varie società, l’altro dirigente di Gazprombank, a Boris Kovalchuk, Sergej Ivanov, Gleb Frank, Igor e Roman Rotenberg. Sì, sempre gli stessi nomi. La guerra interna Una decina di anni fa si scatenò una guerra tra il partito dei democratici e quello dei cosiddetti silovikì, cioè uomini del Kgb e delle forze armate, per avere tutto il potere sotto Putin. Ci furono anche arresti clamorosi (un vice ministro e un generale dell’antidroga). Poi i silovikì presero il sopravvento e, secondo alcuni ben addentro alle cose, diedero inizio a quella che fu chiamata la «ri-privatizzazione di velluto». L’espressione è di Oleg Shvartsman, un uomo d’affari coinvolto nell’operazione. Oggi sono loro, ex agenti segreti, ex compagni di judo, ex vicini di dacia, a controllare buona parte dell’economia del Paese. Su Putin solo voci, come il grande palazzo nel Caucaso, il patrimonio personale «segreto» di quaranta miliardi, eccetera. Di certo sappiamo solo che l’anno scorso ha dichiarato un reddito di poco superiore ai centomila euro, due modesti appartamenti e un posto auto coperto.

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