Pensioni d’Oro: La Corte costituzionale ha dichiarato legittimo il contributo di solidarietà

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Non è incostituzionale imporre un contributo di solidarietà sulle pensioni di importo più elevato. O meglio, non lo è a certe condizioni: il prelievo deve essere giustificato in via temporanea dalle particolari circostanze economiche e non deve rappresentare una forma di imposta mascherata. Così hanno deciso ieri i giudici della Consulta respingendo diverse questioni di incostituzionalità che erano state sollevate sulla misura voluta dal governo Letta ed entrata in vigore, per tre anni, a partire dal 2014.

Un pronunciamento non del tutto scontato visto che in precedenza, nel 2013, la stessa Corte aveva bocciato un analogo prelievo, sostenendo che si trattava in realtà di un aggravio fiscale ai danni di una sola categoria di contribuenti, appunto i pensionati. La differenza principale tra le due misure sta nel fatto che i risparmi originati da quella più recente non affluiscono in modo indistinto al bilancio dello Stato, ma sono destinati a finanziare lo stesso sistema previdenziale, in un’ottica di solidarietà intergenerazionale.

In questo senso quindi non ha natura tributaria. Inoltre i giudici hanno ritenuto che il prelievo rispetta il principio di solidarietà e pur comportando un sacrificio per i pensionati colpiti è comunque sostenibile, visto che si applica solo sulle pensioni più alte: precisamente su quelle che hanno un importo pari ad almeno 14 volte il trattamento minimo Inps, e quindi valgono 7 mila euro lordi al mese (91 mila l’anno) o più.
Sulla quota di pensione che supera questa soglia si applica un prelievo del 6 per cento; sulla parte al di sopra delle 20 volte il minimo (circa 10 mila euro lordi al mese) l’aliquota raddoppia al 12 per cento mentre oltre le 30 volte (15 mila euro) si passa al 18 per cento. Così ad esempio su un trattamento da 150 mila euro lordi l’anno l’importo del contributo è pari a circa 4.700 euro; l’effetto in termini neti per l’interessato è minore, pari a poco più della metà, perché sulla somma non riconosciuta sarebbero state applicate l’Irpef e le relative addizionali.

Dal punto di vista dello Stato i risparmi ottenuti sono consistenti anche se non giganteschi: la minore spesa previdenziale vale 93 milioni di euro l’anno in termini lordi, che diventano 52 al netto degli effetti fiscali. Dunque se la decisione della Consulta fosse stata di segno diverso il governo avrebbe dovuto rinunciare a poco più di 150 milioni per i tre anni di applicazione. Somma non trascurabile, anche se ben più piccola rispetto a quella messa in gioco da un altro pronunciamento in tema dei pensioni dei giudici costituzionali, che lo scorso anno avevano dichiarato illegittimo il blocco completo della rivalutazione – relativamente agli anni 2012 e 2013 – per i trattamenti di importo superiore a tre volte il minimo Inps (circa 1.500 euro lordi al mese).

Tornando alle pensioni cosiddette d’oro, quale può essere l’impatto della decisione di ieri? In caso di bocciatura della misura del governo Letta, sarebbe stato segnato anche il destino di qualsiasi altro provvedimento pensato per colpire i trattamenti di importo più elevato. L’attuale governo non ha mai confermato di avere un’intenzione del genere, ma proposte in tal senso sono state avanzate ad esempio dal presidente dell’Inps Boeri. La Consulta dà ora dei paletti ben precisi di cui dovrà tenere conto il legislatore. Il primo è quello relativo alla destinazione delle risorse risparmiare, che devono restare all’interno del sistema previdenziale. Il secondo è la natura temporanea ed eccezionale di provvedimenti di questo tipo. Dunque non è affatto scontato, ad esempio, che il prelievo 6-12-18 per cento possa essere riproposto dal 2017 dopo la sua scadenza alla fine di quest’anno.

Il menu previdenziale della prossima legge di Stabilità dovrebbe quindi contenere essenzialmente il cosiddetto Ape, l’anticipo della pensione, con la formula del prestito, per coloro che si trovano a meno di tre anni dalla maturazione dei requisiti di vecchiaia. Quanto alla rivalutazione degli assegni, il governo ha già prorogato la norma (sempre del governo Letta) che la applica in misura non totale e decrescente. Ma il tema è oggetto di confronto con i sindacati.

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