Pietro Maso ha scritto una sconvolgente tetterà a Manuel Foffo, in carcere per romicidn di Luca Varani

Pietro Maso vuole fare del male alle sorelle e dichiara Devo finire il lavoro di 25 anni faFonte: settimanale Giallo di Rita Cavallaro Caro Manuel, se me lo permetti mi rivolgo a te con un confidenziale ‘tu’ ma è solo perché credo di essere tra i pochi a comprendere i terribili momenti che stai vivendo. Sono Pietro Maso, il mostro, colui che molti anni fa uccise i genitori senza alcun tentennamento”. È l’inizio di una lettera arrivata al carcere romano di Regina Coeli. Il mittente è appunto Pietro Maso, 45 anni, ventidue dei quali passati in cella per l’omicidio del padre Antonio e della madre Maria Rosa.

Il destinatario è Manuel Foffo, il ventottenne romano che lo scorso 4 marzo, insieme al complice Marco Prato, ha ucciso l’amico Luca Varani, di 23, durante un festino a base di sesso e droga. Proprio così, l’uomo che 25 anni fa uccise i genitori per l’eredità, ora ha scritto al ragazzo che senza un perché ha ammazzato un innocente. Perché? Che cosa lega due orribili delitti e avvicina, a così tanti anni di distanza, due assassini? Le dichiarazioni che Manuel Foffo ha rilasciato subito dopo aver confessato il defitto, ossia che aveva intenzione di ammazzare anche suo padre. Queste parole evidentemente hanno agitato la coscienza di Maso. Impossibile dimenticare cosa ha fatto quest’uomo. Era il 17 aprile 1991 quando, dopo ima notte in discoteca, Maso con tre amici

massacrò i genitori. Poi tornò in discoteca e, al rientro, recitò la parte del figlio disperato. Oggi Maso è libero, ha scontato la sua pena, si è sposato ma si è già separato e vive in Trentino, in una comunità di recupero dove si sta disintossicando dalla cocaina nella quale è ricaduto. Evidentemente, lo squallido defitto di Roma lo ha turbato. Deve aver trovato delle somiglianze tra sé e l’assassino Foffo.

Ecco cosa Maso ha scritto: «Nel 1991 ero da

poco maggiorenne, sono l’ultimo figlio nato dopo due femmine. Questo mi poneva nell’insopportabile condizione di essere reputato il piccolo di casa da coccolare mentre reclamavo il ruolo di capobranco cui spettava il compito di proteggere le sorelle… Amavo mio padre e mia madre, ma non me ne accorgevo. Una famiglia all’apparenza felice senza difficoltà economiche… Oggi come allora le icone erano di cartapesta. Mi sembrava giusto desiderare le belle ragazze, le auto di lusso e la vita incosciente, con la sconsiderata temerarietà che sa di eroico».

Maso, dunque, accomuna la sua realtà vuota ed effimera a quella di Manuel. Paragona le loro famiglie, a suo parere, solo in apparenza felici, si ritrova simile a Foffo, ritrova in lui la sua stessa insoddisfazione e così gli racconta quello che fece, come per metterlo in guardia. Ecco come continua la lettera: «Con i miei amici decidemmo di uccidere i miei genitori. La realtà è che sfruttai l’ascendente che avevo su di loro solo per regolare le mie psicosi e sconfiggere i miei incubi. Da quell’abominevole attimo, la vita mi è sfuggita dalle mani per sempre». Scrive ancora Maso: «Perché ho pensato di scriverti? Per egoismo. Aiutarti mi fa sentire finalmente migliore e mi aiuta a sconfiggere i fantasmi che alimentano i miei sensi di colpa. Non posso biasimarti per quello che hai fatto. Io sono stato peggiore di te, ma posso capire perché volevi ammazzare tuo padre.

Un cupo e rarefatto istinto di rivalità per catturare tutto l’afFetto delle donne di casa e dimostrare di non essere solo il cucciolo fragile e indifeso. Conosco bene la tua transizione e ciò che ti aspetta per molti anni ancora. L’isolamento, la disperazione, gli sputi in faccia degli altri detenuti e la durezza delle guardie. La voglia di suicidarti e l’illusione di svegliarti da un brutto sogno e tornare alla vita di sempre. Quale vita, poi, quella dedicata alla cocaina e ai festini promiscui?». Il testo, come si vede, è freddo, egocentrico: Maso si racconta e sembra voler avvisare Foffo, come se lo conoscesse e avesse già capito cosa l’ha portato a uccidere, di che cosa lo aspetterà in carcere. Non c’è ima parola di pietà per la vittima. Lo avvisa: «Avrai molti

psichiatri che ti squarteranno la mente e l’anima… Sarai l’obbrobrio da esibire come bersaglio per ogni riprovazione e il riferimento comune che mette tutti d’accordo nel disprezzo… Non avrai più intimità se non fra le mura della tua cella che diventerà tutto il tuo mondo…». Pietro Maso non poteva non concludere la sua inquietante lettera, avvisando Foffo anche sul dopo, sulla vita una volta fuori, scontata la pena, e si mette a disposizione. Scrive: «Il peggio è che pure a fine corsa rimarrai la bestia feroce da escludere. Non

ti illudere che sarai accettato… Fra un quarto di secolo troverai qualcuno che ti riconoscerà per scacciarti… Succede anche a me. Avrai bisogno di tanti libri. Te ne regalo imo, quello che ho scritto. Se può aiutarti, scrivimi e ti risponderò. Se non altro potrò darti qualche consiglio di vita vissuta». È arrabbiato l’avvocato di Foffo, Michele Andreano: «Quella lettera sarà buttata. Manuel è in isolamento. Oltre al desiderio divisibilità di Maso non ci vedo altro».

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