Pietro Maso torna a far parlare di sè per tentata estorsione

A far riaprire il caso è la persona condannata diciannove anni dopo il delitto: Alessandra Cusin ha detto al pubblico ministero Giulia La- bia che a uccidere l’infermiera Maria Armando il 23 febbraio 1994, con 21 coltellate, non fu lei. Ma le figlie della vittima. E in questi giorni il gip dovrà decidere se accogliere la richiesta di rinvio a giudizio che il pm ha fatto per le sorelle Katia e Cristina Montanaro, oltre che per l’amica Marika Cozzula e per l’ex fidanzato Salvador Versaci, persone che all’epoca erano poco più che maggiorenni. Alessandra fu incastrata nel 2011 da una intercettazione nella quale confessava al proprio ragazzo l’omicidio: «Non era una confessione, mi ero inventata tutto per farmi vedere forte da lui» si è sempre difesa.

Nel 2013 è stata condannata all’ergastolo: «Non ho mai parlato prima – dice la Cusin – perché conosco le persone, in particolare Cristina e Salvador, e la loro crudeltà e perché non volevo essere considerata infame. Avevo paura delle ritorsioni. Però non voglio farmi un ergastolo per un delitto che non ho commesso. Anche Marika non c’entra niente». Ma pure per lei l’accusa ha chiesto il rinvio a giudizio. Una storia, l’omicidio di Maria Armando, che sembra un thriller di provincia, un “cold case” intorno al quale si è intrecciata, per una serie di coincidenze, una lunga scia di altro sangue.

Marika Cozzula, per esempio, migliore amica di Alessandra, è la vedova di Walter Perufifo, che morì in un incidente e che già nel 1992 era finito suo malgrado nelle cronache quando la sorellina tredicenne, complice la sorella maggiore e il fidanzato, aveva ucciso il “padre-padrone” Pietro con un colpo di pistola. Anche l’amante di Maria Amando, il professor Alessio Biasin, sarebbe poi morto in un incidente stradale, uscito di strada con la sua auto nel 2001. Racconta Alessandra Cusin: «A odiarlo era soprattutto Cristina».

E tornando al delitto di Maria Armando: «Una sera che avevamo bevuto, Katia mi confidò che si era messa d’accordo con la sorella e Salvador per uccidere la mamma per l’eredità. Speravano di ricavare 170 milioni di lire dalla vendita della casa. Katia disse che si erano accordate perché lei rientrasse tardi dal lavoro per arrivare a omicidio compiuto. Entrarono in casa Salvador e Cristina. Salvador colpi subito la Amando con un pugno, poi andarono in cucina e, mentre Cristina accoltellava la madre, Salvador faceva del riso perché si pensasse che lei stesse preparando la cena ad Alessio Biasin, in modo da incolparlo».

Gli avvocati degli indagati sostengono che Alessandra Cusin dica tutto questo solo per evitare una condanna definitiva all’ergastolo. Come finirà è presto per dirlo. Ma, in questa trama nera di famiglia che la detenuta sta sviscerando, non può che suggestionare il movente: l’eredità, in un contesto, il Veronese, che tre anni prima aveva scioccato l’opinióne pubblica per la vicenda di Pietro Maso.

Non a caso i carabinieri, all’epoca del delitto di Maria Armando, in una relazione scrissero che nella borsa di Katia avevano ritrovato “ritagli di giornale sul caso Maso”. Quasi fosse una delle tante fan del ragazzo-assassino in quel momento più famoso d’Italia. Quel Maso che proprio in questi giorni è tornato alla ribalta sulle cronache.

La sua storia comincia nella primavera del 1991. Pietro non ha ancora 20 anni. Dopo aver abbandonato la scuola, ha lasciato il posto che aveva come commesso in un supermercato per andare a lavorare saltuariamente in un concessionario. Ama il gioco, le donne e i soldi. Ne vuole tanti, e subito. Per farlo decide di sbarazzarsi dei genitori e di coinvolgere alcuni amici: Paolo Gavazza, Giorgio Carbognin e Damiano B., minorenne. Conta di ricavare dall’eredità «oltre un miliardo, per cui dando 200 milioni a Paolo e Damiano, il resto lo dividevamo tra me e Giorgio». E questo, perché, appunto, «avevo intenzione di sopprimere anche le mie due sorelle».

Il piano delirante subisce un’accelerazione, perché Pietro ha falsificato la firma della mamma su un assegno di 25 milioni con cui coprire un debito di Carbognin di 23 milioni. Soldi che Carbognin aveva originariamente previsto per l’acquisto di una macchina e che invece si sono spesi entrambi nel giro di qualche mese: «Entro due o tre giorni dovevamo farlo altrimenti avrebbero scoperto che mancavano 25 milioni dal conto di mia madre».

Tutto accade il 17 aprile 1991 a Montecchia di Crosara, poco più di 4.500 anime nel Veronese. Antonio Maso, 52 anni, agricoltore, e la moglie Rosa Tessari, 48, rientrano nella loro villetta dopo essere stati a un incontro di preghiera. Non ne usciranno più: Pietro e i tre complici li attendono con un tubo di ferro, un bloccasterzo e due padelle. Li massacrano. Poi Pietro va in discoteca per crearsi un alibi: è il periodo delle rapine in villa e spera che tutti ci caschino. Invece dura tre giorni, poi emerge l’incredibile verità.

Al processo si mostra sprezzante e vanesio. Il consulente dell’accusa, lo psichiatra Vittorino Andreoli, riserva un capitolo delle 177 pagine di relazione, alla provincia ricca in cui Pietro è cresciuto. «Una società – scrive – che è stata riempita di denaro, che è diventato il vero dio di questi luoghi e dove la scuola è diventata una perdita di tempo». Lo ritiene affetto «da disturbo narcisistico della personalità». Si scatenano dibattiti sociologici. A Pietro giungono lettere d’amore e di fan.

Una storia che resta stampata nell’immaginario collettivo. Finisce con una condanna a 30 anni e la rinuncia all’eredità. In prigione a Opera Pietro diventa detenuto modello, scrive poesie e prega. Legge Platone e Aristotele. A chi gli scrive risponde che ha sbagliato. Il 15
aprile 2013, grazie a 36 mesi di indulto e a 1.800 giorni di liberazione anticipata, è definitivamente libero. Il giorno dopo, in libreria, esce per Mondadori li male ero io, autobiografia curata dalla giornalista Raffaella Regoli, in cui narra il percorso del proprio cambiamento e della conversione religiosa. A colpire, però, è sempre la descrizione della mattanza.

Un caso clamoroso quello dell’ex giovane che sterminò i genitori per l’eredità e che ancora oggi, da uomo libero, fa discutere. Ma non il primo.
Per ritrovare una vicenda simile dobbiamo tornare indietro di 40 anni. Il 13 novembre 1975 la mattanza va in scena a Vercelli, nella villetta del gommista Sergio Graneris, 45 anni. Quella sera in casa con lui ci sono anche la moglie Italia, 31, il figlio più piccolo Paolo, 14, e i suoceri Romolo Zambon, 79, e Margherita Baucero, 75. La figlia maggiore, Doretta, 18, da due mesi se n’è andata a vivere a Novara con il fidanzato ventunenne Guido Badini, ragioniere disoccupato, appassionato di armi, da poco rimasto orfano voleva sposare, papà e mamma non ne erano entusiasti. Capita. Tanto che papà e mamma alla fine le sono andati incontro, regalandole buona parte dell’arredamento di casa e impegnandosi a trovare un lavoro al futuro sposo.

Sicché, quando la figlia suona alla porta, nessuno ci vede nulla di male. Invece, Doretta e Guido vogliono di più: l’eredità, stimata tra i 100 e i 200 milioni di lire. E possono averla in un solo modo: uccidendoli tutti. Li ammazzano uno per uno, cane compreso. Crolleranno dopo otto ore di interrogatorio. Il movente? Ovviamente il denaro. È la storia della Belva di Vercelli, che però in carcere cambia. Il 16 novembre del 1993, laureatasi in Architettura, ottiene la semilibertà e si dedica al lavoro nella comunità torinese di Don Ciotti. Sette anni più tardi le viene concessa la libertà condizionale. I quotidiani riportano le sue parole: «Il dolore mi accompagna sempre. Mi dedicherò completamente agli altri, a coloro che soffrono». Da allora, su se stessa ha lasciato cadere il silenzio.

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