Puglia, niente TAC per pazienti malati di tumore: la regione condannata a risarcire

Ancora caos in Puglia e soprattutto ad essere al centro della bufera è la sanità pugliese. Il giudice della Corte d’Appello Anna Francesca Capone ha confermato in secondo grado una sentenza della Corte d’Assise con cui la Regione che fu di Nichi Vendola veniva condannata a pagare diverse decine di migliaia di euro ad alcuni cittadini con patologie oncologiche che non avevano potuto effettuare la PEC-TAC presso una normale struttura pubblica perchè in tutta la provincia salentina purtroppo non ne esisteva nemmeno una.

Questi fatti sopra citati risalgono esattamente a cinque anni fa quando molte persone affette da tumori si sono viste costrette a pagare ingenti somme di denaro, dagli ottocento ai mille euro, per effettuare gli esami presso alcune strutture private. Tra questi pazienti, circa una sessantina hanno deciso di rivolgersi al Codacos per tutelare il diritto ad avere prestazioni diagnostiche in tempi rapidi ed a costo zero così come prevede la legge per chi è malato di tumore.

L’avvocato Massimo Todisco ha presentato tre cause, le quali sono state vinte tutte in primo grado ed altre quattro sono state presentate anche in appello e la Regione è stata costretta a pagare rimborsi con cifre che si aggirano dai 70 mila fino ai 100 mila euro. Proprio negli ultimi giorni è arrivata una nuova sentenza del Tribunale di Lecce in favore dei cittadini ed è stato di contro respinto l’appello della Regione Puglia sul diniego e rimborso per l’esame PEC-TAC.

E’ questo quanto comunicato da Codacons che ha così commentato: “Questa è solo l’ultima di innumerevoli vittorie dei malati oncologici contro la Regione Puglia nel caso PET TAC, ma la sentenza del Tribunale di Lecce, emessa dal giudice dottoressa Capone, si inserisce in un contesto che la riconsegna all’attualità”.Ed ancora il Tribunale ha riconosciuto la fondatezza della richiesta di rimborso.

“Il giudice di prime cure ha determinato la regola equitativa del caso concreto, tenendo conto dei principi costituzionali operanti in materia, oltre che della disposizione di cui all’art. 3 L. 595/1985 e preoccupandosi di accertare l’urgenza dell’espletamento dell’esame per cui è causa e l’impossibilità di effettuarlo in tempi brevi presso strutture pubbliche”, si legge nella sentenza del Tribunale e che in certo qual senso vuole dire che nei casi di urgenza per l’esame il paziente ha il diritto di eseguire lo stesso presso tutte le strutture private e di chiedere anche il rimborso. Questo è un principio che viene applicato a tutti gli esami o interventi e terapia che sia. Questo principio vale dunque anche per quella donna di Campi a cui è stata fissata una tac per il 2017 o per altre persone che si trovano nella stessa situazione e che spesso sono costrette a ricorrere a strutture private per ottenere diagnosi che nelle strutture pubbliche potrebbero arrivare a distanza di molti mesi.

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