Referendum trivelle, niente da fare non si raggiunge il quorum, Renzi esulta ma scoppia la lite dentro il Pd

Referendum trivelle, niente da fare non si raggiunge il quorum Renzi Hanno vinto i lavoratori delle piattaforme

Il Referendum per decidere sulla durata delle concessioni alla Trivelle in Italia, non ha purtroppo raggiunto il quorum e per questo motivo il risultato può essere considerato nullo.Quella di ieri poteva essere una giornata molto importante per il nostro Paese ed invece non è cambiato assolutamente nulla. I si hanno raggiunto il 77%, ma il referendum non ha ottenuto il quorum, l’affluenza è rimasta al 32,15%. In realtà solo la Basilicata ha raggiunto il quorum e nello specifico sarebbero andati a votare il 50,43 per cento degli elettori. Per quanto riguarda le altre regioni, si è raggiunto l’oltre il 40% in Veneto e Puglia, solo il 25% in Campania e Calabria. In Puglia, regione molto interessata al tema trivellazioni, l’affluenza è sopra la media italiana, anche se si ferma poco oltre il 40%. In Veneto l’affluenza è stata del 37,9%. Bassissima affluenza in Trentino Alto Adige, Regione poco interessata dal tema trivellazioni in mare: qui l’affluenza si è fermata al 23,8%.Per quanto riguarda gli italiani all’estero, secondo i dati diffusi dalla Farnesina, in Europa la percentuale delle buste restituite alle Sedi sul totale di plichi inviati è del 19,4%, in America Meridionale del 21,5%, per l’America Settentrionale e Centrale il dato è al 17,91% mentre nella ripartizione Africa-Asia-Oceania la percentuale è al 16,56%.

Nella mattinata di ieri erano state diffuse sul web le fotografie dei due presidenti di Camera e Senato nel momento in cui si sono presentati alle urne per votare, ma anche quelle del leader del Carroccio, Matteo Salvini che ha anche comunicato di aver votato Si, così come Beppe Grillo. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha invece votato soltanto in tarda serata. Una volta chiuse le urne ieri sera intorno alle ore 11, e diffusa la notizia del fallimento di questo referendum, il primo a commentare il risultato è stato il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi il quale ha dichiarato: “Il governo non si annovera tra i vincitori. I vincitori sono gli ingegneri e gli operai, lavoratori delle piattaforme”, ma “massimo rispetto per tutti gli italiani andati al voto, comunque essi abbiano votato. Chi vota non perde mai”.

Il Presidente Renzi è poi passato ad attaccare i promotori del Referendum, dichiarando: “Ma gli sconfitti ci sono, hanno nomi e cognomi. Sono quei consiglieri regionali e alcuni presidenti di regione che hanno voluto cavalcare questo referendum per esigenze personali. Per esigenze di conta interna da parte di qualcuno. È la dimostrazione che la demogogia non paga”.  Non sono mancati alcuni strani episodi in alcune scuole d’Italia, ed a tal riguardo il Comitato “Vota Sì per fermare le trivelle” ha raccolto numerose segnalazioni da parte di cittadini che denunciano ostacoli nell’esercizio del voto. In particolare a Roma “alcuni cittadini hanno denunciato di aver trovato sbarrato il seggio dove erano soliti votare.

Due opposizioni da reinventare. Anzi tre, contando pure la Cosa rossa che potrebbe (avrebbe potuto?) coagularsi attorno al corpaccione del governatore pugliese Michele Emiliano, almeno sino a ieri aspirante rivale di Matteo Renzi alla leadership del Pd. Alla fine ha votato un terzo degli elettori, ben meno del quorum del 50% richiesto dalla Costituzione per rendere valido il risultato. Eppure sulla carta i rivali di Renzi avevano i numeri permetterlo alle corde.A favore del referendum si erano pronunciati innanzitutto i grillini, che i sondaggi accreditano di percentuali attorno al 26%. Stessa cosa aveva fatto la Lega, collocata sul 14%. Se solo gli elettori di questi due partiti avessero seguito le indicazioni, ieri si sarebbe presentato ai seggi il 40% degli italiani. Al conto vanno poi aggiunti i Fratelli d’Italia (5%), Sinistra Italiana (4%), altri cespugli di sinistra (2% circa) e ovviamente una parte non definita, ma comunque ampia, di Forza Italia,partito tuttora quotato attorno al 13-14%, nonché una fetta di quel Pd che Renzi ha schierato ufficialmente per l’astensione, ma che governa in sette delle nove regioni che hanno promosso il quesito.

Per i Cinque Stelle e i partiti a sinistra del Pd il no alle trivelle (e ai combustibili fossili e alle multinazionali depredatrici ecc. ecc.) doveva inoltre essere un tema “identitario”, capace di far mobilitare gli elettori con uno schiocco di dita, per ricavarne a gioco concluso un bel dividendo elettorale. E invece.
Alla fine, più di tutto questo, ha pesato la scelta di Renzi di ridurre al minimo l’informazione sul referendum, di non accorpare il voto con le elezioni amministrative di giugno e di tenere i seggi aperti per un solo giorno: lussi che può permettersi solo chi sta al governo. Così il quorum è rimasto lontano e il premier può pensare alle sfide che per lui saranno decisive: le Comunali, appunto, e il referendum sulla riforma costituzionale di ottobre, appuntamenti ai quali contadi presentarsi portando in omaggio agli italiani sconti fiscali e altre prelibatezze elettorali. Il governo sta lavorando a un taglio dell’Irpef per i lavoratori dipendenti, al calo della pressione fiscale sulla previdenza complementare, a una riduzione degli oneri contributivi sul costo del lavoro e a un bonus bebè per il secondo figlio: mite cose da annunciare nell’imminenza delle prossime chiamate ai seggi.

È contro questo Renzi pronto a creare deficit pur di vincere, e ripartendo da un risultato come quello di ieri, che le opposizioni devono trovare un modo per contendere al Pd il governo del Paese. Anche ieri i Cinque Stelle hanno confermato tutti i loro limiti: bravissimi a fare caciara, inadeguati quando si tratta di convincere la maggioranza degli italiani della bontà delle loro proposte. La scomparsa di Gian roberto Casaleggio, l’unico tra loro dotato della cultura necessaria a maneggiare le categorie della politica, rischia di essere letale per il “movimento”. La vittoria alle Comunali di Roma sarebbe un ottimo ricostituente, ma se dovesse andare male nella capitale (a Milano e a Napoli grosse possibilità non se ne vedono) il mito grillino della crescita felice sino alla conquista del potere subirebbe un brutto colpo.

Per il centrodestra la lezione del voto di ieri è che inseguirei Cinque Stelle e la Cgil su temi come il contrasto alla modernità e all’impresa non paga. La buona notizia è che Stefano Parisi, che contende al pd Beppe Sala la guida di palazzo Marino, rappresenta l’esatto opposto di quello che volevano i promotori del referendum: è da lui e dal suo approccio pro mercato che la coalizione riparte, non solo a Milano.
L’impressione è che a Renzi, ancora per qualche tempo, i problemi maggiori continueranno a crearglieli a sinistra. Emiliano, che per tutto il pomeriggio è andato in giro a dire che il quorum era a portata di mano, dopo il voto di ieri rappresenta un pericolo ancora minore di quanto fosse alla vigilia. Ma anziché compattare ilPd sulla linea vincente del segretario-premier, la vittoria ha approfondito la spaccatura tra le due anime del partito.
I seggi erano ancora aperti e
già volavano gli insulti. In prima fila l’ultrà renziano Ernesto Carbone, che dopo la diffusione dei dati sull’affluenza alle 19 ha pensato di sfottere con un tweet i referendari, iniziando dai compagni di partito: «Prima dicevano quorum. Poi il 40. Poi il 35. Adesso, per loro, l’importante è partecipare#ciaone». Il bersaniano Miguel Go- tor, decisamente uno dei più educati a rispondergli, lo accusa di «atteggiamento irresponsabile» e gli fa presente che «esaltare la scelta dell’astensione alla vigilia di importanti elezioni amministrative e pochi mesi prima del referendum sulla Costituzione rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang per lo stesso Partito democratico». Questo mentre lo staff di Palazzo Chigi accusava Emiliano di «retwittare chi odia il Pd», nientemeno. La resa dei conti di Renzi con i suoi avversari culminerà nel referendum di ottobre, ma è iniziata ieri sera.

“L’Italia ha parlato: questo referendum è stato respinto. E’ un risultato netto, chiaro, superiore alle aspettative di tutti gli opinionisti. Ci sono dei vincitori e degli sconfitti. Il governo non è tra i vincitori, ma lo sono i lavoratori, quelli che operano sulle piattaforme. E invece ci sono i soliti politici che hanno perso e che invece diranno di aver vinto. Il messaggio è stato chiaro: bisogna saper perdere”. Sono le dichiarazioni di Matteo Renzi, subito dopo la chiusura delle urne rilasciate in conferenza a Palazzo Chigi.
“Chi ha perso ha nome e cognome: sono quei consiglieri e quei pochi governatori regionali che hanno cavalcato il referendum per una conta interna al Pd. Sono loro gli sconfitti” ha aggiunto il premier, che poi ha sottolineato di aver “molto sofferto il fatto di non andare a votare”. “Triste l’esibizione di chi perde e dice di aver vinto” ha aggiunto il segretario del Pd, secondo cui è “falso e ipocrita difendere il mare mettendo in difficoltà qualche piattaforma quando le Regioni per anni si sono disinteressate dei depuratori. La demagogia non paga”. Sulla questione mare e inquinamento, poi, Renzi ha detto anche altro: “Come si fa a parlare di mare quando troppe Regioni non utilizzano i fondi europei per pulire le nostre acque?”

Ma poi è andato giù duro, attaccando anche la strategia mediatica dei promotori ‘politici’ del referendum: “Parte della classe dirigente vive solo su Twitter o su Facebook ma l’Italia è più grande – ha aggiunto – Per settimane autorevoli ospiti si sono chiusi nei talk show, gli addetti ai lavori hanno preconizzato crolli”.

Di tutt’altro parere il governatore della Puglia Michele Emiliano, uno dei promotori della tornata referendaria, nonché alfiere del comitato per il SI’: “Sono andate a votare oltre 14 milioni di persone. Un successo strepitoso che impegna il governo a cambiare politica industriale ed energetica”.
Molto dura, invece, la replica del governatore alle allusioni del Premier: “Il presidente del Consiglio non se la può cavare parlando di ragioni personali. Io ho fatto mestieri anche di una certa complessità e non ho mai agito per ragioni personali, ma solo per ragioni istituzionali”.
“Io non consento a nessuno, neanche a lui – ha aggiunto Emiliano – di trasformare una battaglia di civiltà come quella che abbiamo condotto, in una vicenda ipocrita. E’ inaccettabile. Renzi non è mai venuto a sostenermi neppure in campagna elettorale. Evidentemente aveva un lungo progetto su di me”.
Emiliano ha promesso che il movimento continuerà a battersi contro le trivelle:”14 milioni di votanti, sono gli stessi voti che il Pd ha preso nel suo più grande risultato elettorale, che sono le europee di due anni fa. Il governo dovrà tenerne conto”.

“Il governo avrebbe potuto scegliere l’election day, risparmiando 300 milioni, o darci più tempo per la campagna elettorale”, ha ricordato Piero Lacorazza, presidente del consiglio regionale della Basilicata, replicando alle critiche del Premier. Lacorazza ha sottolineato, però, anche “Il buon risultato di aver portato 14 milioni di italiani al voto” e l fatto che Renzi abbia garantito in conferenza stampa “un cambio di strategia energetica nazionale“.

I ringraziamenti Beppe Grillo vanno a quanti: “Hanno combattuto come milioni di semplici Davide del Mondo Pulito contro i Golia delle lobby del petrolio di Trivellopoli e della disinformazione”
“Lo hanno fatto – ha precisato – affrontando 8 mesi di totale disinformazione su questo referendum, con trasmissioni che dichiaravano che si votava solo in 9 Regioni, alle bufale sui ‘posti di lavoro a rischio’ oppure quella che ‘si sono sprecati 300 milioni di euro’, quando è stato il Governo a non volere l’accorpamento con le elezioni amministrative, proprio per evitare di raggiungere il quorum”.
E a sentire i senatori pentastellati, “Lo hanno fatto affrontando il vergognoso Governo di Trivellopoli ed un vergognoso ex presidente della Repubblica, che violando la Costituzionesulla quale hanno giurato (“articolo 48: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”) hanno invitato all’astensione. Invitavano al ‘non voto’ facendo leva, per il mancato raggiungimento del quorum, su quella parte di cittadini che si astengono in maniera “fisiologica” ( ed in questi tempi toccano il 40% dell’elettorato). Il Movimento 5 Stelle – è scritto ancora nella nota – da sempre si batte per l’abolizione del quorum nei referendum, perché negli strumenti di democrazia diretta solo chi partecipa deve contare e decidere”.
I prossimi giorni diranno se il cosiddetto “trucchetto Renzi”, di nascondere la sua debolezza, sommando il non voto dell’astensionismo degli sfiduciati a chi non è andato a votare per seguire il suo suggerimento, abbia o no funzionato.
Referendum No Trivelle senza quorum. Consultazione popolare non valida, nonostante la valanga di Sì (86,4%, circa 12 milioni di voti contro quasi 2 milioni di no). E dal Partito democratico, che aveva puntato sull’astensionismo per scongiurare che la vittoria del sì interrompesse le concessioni senza scadenza per l’estrazione di gas e petrolio, il deputato renziano Ernesto Carbone ha inviato un sonoro «Ciaone…» a quasi 14,5 milioni di italiani (il 32,1% del corpo elettorale) che si sono recati alle urne. Con una coda di veleni proprio dentro il Pd: «Prima dicevano quorum — ha scritto Carbone —. Poi il 40%. Poi il 35%. Adesso, per loro, l’importante è partecipare #Ciaone».
Nella domenica del quorum mancato per 18 punti di affluenza, i presidenti di Camera e Senato sono stati tra i primi a votare. «La partecipazione è un valore», ha detto Laura Boldrini. E Pietro Grasso è andato oltre: «Sono affezionato all’idea di esprimere un voto…». In prima fila anche gli ex premier Romano Prodi ed Enrico Letta mentre Silvio Berlusconi non ha votato. Alle 12, quando l’affluenza era dell’8,34%, il fronte dell’astensione ha preso coraggio. L’ufficio del portavoce del presidente del Consiglio ha fatto subito sapere che Renzi sarebbe sceso in sala stampa alle 23.05, ad urne chiuse. Poi intorno alle 17, sulla Rete, è iniziata a circolare la frase incriminata: partita su input di Palazzo Chigi anche se il «Ciaone» sarebbe farina del sacco di Carbone. Alle 18, il vice segretario del Pd, Lorenzo Guerini, spiegava: i dati sull’astensionismo «sono migliori delle nostre aspettative». Poi Renzi su Twitter: «A chi chiede come mai non twitto sul referendum: rispetto fino all’ultimo il silenzio elettorale».
Alla 19, per il fronte No Trivelle la doccia gelata era già abbondante: col 23,48% dei votanti pure chi non ha pratica con l’aritmetica si è convinto che la partita era persa. Anche se in serata tanti italiani si sono recati al seggio, compreso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha votato intorno alle 20.30 a Palermo. Tra i partiti e dentro il Pd, poi, sono partite le polemiche. «Ciaone fa rima con cialtrone», ha detto Nicola Frantoianni (Sinistra italiana). «Ciaone? Arrivederci ad ottobre», ha chiosato Peppe Civati (Possibile). Duro il senatore dem Miguel Gotor: «Imbarazzante. Con la battaglia per l’astensione al referendum, con tanto di irrisione per chi vota, il Pd sta lasciando, apparentemente senza rimpianti, la bandiera della questione morale e quella della partecipazione civica al M5S. È un errore strategico che rischiamo di pagare caro». A Torino, Milano, Bologna e Roma le medie dei votanti sono più alte di quella nazionale. Quorum raggiunto in Basilicata (50,3%). A Ravenna, cuore del sistema offshore, ha votato il 28,5%.
Lontano dalle telecamere e dai taccuini dei giornalisti, Matteo Renzi si lascia andare a una confidenza: «È andata anche questa, ma abbiamo rischiato molto, già, abbiamo rischiato che il voto sulle trivelle si tramutasse nel bis del referendum sull’acqua». Il riferimento è a quel voto del 2011, su quesiti che nel merito erano importanti, e che però si trasformò in una battaglia tutta politica contro Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, nonché sostenitore dell’astensione (benché a quei tempi nessuno si scandalizzò troppo per quell’appello al non voto). Insomma, quel pericolo c’era, al di là dei toni trionfalistici di ieri, e quel pericolo è stato scampato. Anzi, alla fine, per dirla sempre con Renzi, «è andata meglio di quanto ci si aspettasse».
Il premier, che aveva passato la mattinata in famiglia, è tornato a Roma avendo già il risultato in tasca. Del resto, i dati dell’affluenza alle urne lasciavano poco spazio alle preoccupazioni: «Abbiamo vinto, adesso Emiliano, che ha fatto una battaglia personalistica solo per stare alla ribalta, e i Cinque Stelle diranno quello che vogliono, ma i dati sono quelli che sono. Le prove generali della grande alleanza contro di me sono fallite».
E nell’entusiasmo della vittoria, che si intravede già nel pomeriggio, il presidente del Consiglio fa un commento poi ripreso da uno dei membri della segreteria del Pd, Ernesto Carbone, con un tweet (a cui aggiunge un «ciaone» che fa scoppiare la polemica): «Prima avevano detto quorum, poi 40 per cento, quindi 35 e infine si sono attestati sulla linea dell’importante è partecipare».
Eppure… eppure il presidente del Consiglio è convinto che se avesse fallito sarebbero stati tutti lì «pronti ad azzannarmi»: «Mi avevano preparato il piattino, speravano che con l’inchiesta (di Potenza, ndr) il referendum avrebbe raggiunto il quorum e loro mi avrebbero dato un colpetto, prima di darmi il colpo vero al referendum sulla riforma costituzionale. Peccato per loro non è andata così. Io sono tosto e non mollo e i cittadini si sono espressi, come si esprimeranno in ottobre sul ddl Boschi».
Ma al di là della soddisfazione per un risultato referendario che per lui, in fondo, era annunciato, il presidente del Consiglio, sempre lontano dalle telecamere e dai taccuini dei giornalisti, deve comunque fare i conti con i suoi avversari che si sono appalesati tutti al referendum. E che, come lui sa bene, non sono solo quelli che hanno votato sì.Nel novero dei «nemici» il premier deve mettere anche gran parte di coloro che hanno votato «no», dal momento che la battaglia campale non riguardava l’esito del voto, ma il raggiungimento o meno del  quorum.
Già, ci sono gli avversari che non si nascondono, e ai quali bisognerà «prendere le misure», nel prosieguo della legislatura. Ma anche — e soprattutto — quelli che hanno dichiarato la loro contrarietà al referendum e che però hanno tenuto a sottolineare che recarsi alle urne era un dovere, al contrario di quello che diceva Renzi. Quindi, non solo Pier Luigi Bersani, ma anche altri ex: Romano Prodi ed Enrico Letta, tanto per fare due nomi.
Certo, il premier non ammetterà mai pubblicamente che sono quelli gli avversari più difficili da battere, perché non scendono in campo aperto, ma sa che questa è la realtà dei fatti. Per dirla con un renziano di rango: «Adesso dovremo vedercela con chi ufficialmente non è contro di noi per partito preso».
Ma sono riflessioni che a Palazzo Chigi verranno fatte più in là, quando si tratterà di delineare la strategia mediatica per il futuro. Adesso, in Renzi, come nei suoi, prevale la soddisfazione per un risultato che è «a prova di bomba e di dibattito». E che fa ben sperare il presidente del Consiglio. Nonostante sia conscio delle trappole e delle insidie che incontrerà da ora in poi nel suo cammino, anche dopo questa vittoria, Renzi non riesce a non immaginare il traguardo finale. Quello del referendum costituzionale: «Lo vinceremo — confida il premier ai suoi — con oltre il 50% dei votanti e con oltre il 60% dei sì. Segnatevi questa previsione».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.