Regeni, un furgone bianco è la prova del depistaggio

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4315.0.839658095-007-k4E-U43210285737357fHF-593x443@Corriere-Web-SezioniUn accertamento congiunto proprio su quel video che tante volte l’Italia aveva chiesto all’Egitto. Sono le immagini delle stazioni Bohooth e Naguih della metropolitana del Cairo, dove sarebbe transitato Giulio Regeni il 25 gennaio scorso, prima di sparire: verranno sottoposte a perizia in Germania, a settembre, nei laboratori di una società specializzata, la stessa che ha prodotto il sistema di telecamere. L’esame é stato deciso in accordo tra la procura di Roma e la procura generale del Cairo. Agli esperti tedeschi saranno consegnati gli hard-disk dai quali i tecnici dovranno estrapolare, poiché contengono dati sovrascritti, le immagini del giorno della scomparsa del ricercatore friulano.

La collaborazione con Il Cairo, dunque, resta aperta, malgrado alcuni “buchi neri” nelle indagini, come la mancata consegna agli italiani del traffico di celle telefoniche dei luoghi dove Regeni dovrebbe essere passato e anche dove é stato ritrovato il cadavere. In questo ambito i contatti tra i due uffici giudiziari sono incentrati sulle modalità attraverso le quali gli effetti personali del giovane (passaporto, carta di credito e tesserini universitari) sono finiti nella disponibilità di una presunta banda criminale. Per la procura romana, infatti, la pista indicata dalla polizia egiziana sul ruolo di quella banda nella morte del ragazzo continua a essere considerata inattendibile.

Oltre ai rapporti con la capitale egiziana, la magistratura di Roma mantiene contatti anche con le autorità inglesi in merito ai legami che la vittima aveva, tra l’altro, con esponenti dell’università di Cambridge. Professori il cui atteggiamento ha comunque lasciato sgomenti anche i familiari del ricercatore. Durante una trasferta in Inghilterra effettuata dai pm proprio per interrogare la tutor di Giulio, questa si é avvalsa della facoltà di non rispondere, e ha alzato un muro sulla possibile verità.

Nel frattempo, ieri, al Pantheon si é svolta una fiaccolata in sua memoria. «Sono trascorsi ormai sei mesi dalla sparizione del nostro Giulio – hanno dichiarato i genitori in collegamento telefonico alle 19,41, orario in cui il giovane é sparito – Siamo qui a chiedere sempre più forte verità e giustizia. Grazie a tutti coloro che hanno organizzato la fiaccolata e a tutti coloro che sono lì in piazza – ha aggiunto la mamma Paola – Anche noi abbiamo acceso delle piccole fiaccole. Sempre e ancora giallo per lui».

C è un nuovo elemento in mano ai magistrati di Roma che prova – a sei mesi della scomparsa di Giulio Regeni, il ricercatore trovato senza vita al Cairo – l’ennesimo depistaggio delle autorità egiziane. La prova sta in un pulmino bianco, quello che la polizia del regime di Al-Sisi ritene esser stato utilizzato dalla banda (secondo loro responsabile dell’omicidio) per rapire Regeni la notte del 25 gennaio. Ora gli investigatori italiani, dopo gli accertamenti sulla targa, hanno scoperto che quel giorno il pulmino era guasto: si trovava in una officina e quindi era inutilizzabile.

È L’ENNESIMA incongruenza nella versione consegnata dal Cairo all’Italia. Stando alle indagini egiziane, la banda di rapinatori “colpiva” sempre allo stesso modo, muovendosi proprio su quel pulmino bianco. Lo avevano utilizzato anche durante la rapina ai danni di un altro italiano, messa a segno a metà febbraio, quindi dopo che fosse trovato il corpo di Regeni e che la notizia fosse finita sui giornali di tutto il mondo. Il secondo italiano rapinato sarebbe stato tenuto in ostaggio sul pulmino e poi accompagnato a un bancomat, dove lo avrebbero costretto a prelevare denaro. Ed è sempre sullo stesso furgone che i banditi, tempo dopo, sarebbero fuggiti alla polizia egiziana, per poi morire tutti in un conflitto a fuoco. Una versione che convince ancor meno oggi, dopo che ci sono stati gli accertamenti sulla targa, appunto.

Ma ci sono altri elementi che smentiscono la ricostruzione della polizia egiziana. Ossia la presenza del capo della banda la sera del 25 gennaio a oltre 100 km di distanza da Piazza Tahrir e i risultati dell’autopsia che non lasciano dubbi sulle torture subìte da Regeni.Ne sono la prova le fratture, le abrasioni e i segni di sevizie su un corpo riconsegnato a una madre che ha potuto riconoscere il figlio solo dalla punche “il canale di collaborazione con Il Cairo resta aperto”, malgrado alcuni atti, fondamentali per le indagini, non siano ancora stati inviati: come il traffico di celle telefoniche della zona in cui scomparve Regeni e quella in cui fu trovato il suo corpo privo di vita. I video delle telecamere delle stazioni Bohooth e Naguih della metropolitana del Cairo, dove sarebbe transitato Giulio Regeni il 25 gennaio scorso prima di sparire, invece saranno oggetto a settembre di una consulenza tecnica che si svolgerà nei laboratori di una società tedesca.

E DALLA GERMANIA potrebbero arrivare delle risposte. Le stesse che da 180 giorni attende mamma Paola e papà Claudio, i genitori del giovane che ieri sono intervenuti con una telefonata alla fiaccolata organizzata da Amnesty Interna- tional e altre associazioni a Roma. Al Pantheon, alle 19:41, orario della scomparsa del ricercatore, sono state accese tante candele per denunciare che “la verità è ancora lontana”. La famiglia di Regeni ha sottolineato che “purtroppo a oggi ancora non sappiamo perché nostro figlio è stato torturato e ucciso. Non c’è stata la collaborazione premessa” da parte dell’Egitto. Che non ha risposto neanche quando i legali dei Regeni hanno chiesto accesso agli atti della loro inchiesta, tanto meno hanno mai chiarito se su Giulio fossero stati aperti due fascicoli dalla Procura del Cairo.

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