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Reggio Calabria, rimaste misteriosamente nel cassetto per 5 anni le intercettazioni che incastravano i medici arrestati


“AL COLLEGA GLI E’ RIMASTO L’UTERO NELLE MANI, AH AH AH… LA PAZIENTE STAVA MORENDO”
Anche questa frase, sghignazzata dal ginecologo Alessandro Tripodi, è finita nelle intercettazioni disposte dalla procura di Reggio Calabria. La donna, Cornelia Ficara, morirà un anno dopo. Nel ricostruire il suo epilogo, il gip ne ha fissato l’incipit, attribuendo precise colpe ai medici Antonella Musella, Daniela Manunzio e Pasquale Vadalà: «Ai fini dell’individuazione delle responsabilità – scrive il magistrato Antonino Laganà – giova evidenziare, sulla scorta dei dialoghi captati, che le condizioni di salute già precarie della paziente, poi deceduta, si siano notevolmente aggravate in conseguenza di una serie di errori tecnici, commessi nel corso dell’ intervento eseguito dai sanitari reparto di Ostetricia e ginecologia». Lei era stata operata il 26 luglio 2010. Dopo l’intervento, il primario Tripodi si fece un’altra risatina sui colleghi: «Aveva la vescica aperta, le hanno sfondato la vagina».

“SI E’ STACCATO IL COLLO DELL’UTERO, USCIVA UNA FONTANA DI SANGUE, AH AH AH…”
Così, il 12 aprile 2010, l’intercettato Alessandro Tripodi commenta l’ennesimo sgorbio medico consumato dai suoi colleghi ai danni di una partoriente.  “Immagino il dottor Timpano – sghignazza – ha fatto danni, poi ha concluso l’opera”, e ancora risate a squarciagola. Ridacchia anche l’infermiera: ”Mamma che scempio, povera chi ci capita”. Scrive il gip:«Si ride costantemente degli altrui errori, forieri di devastanti conseguenze per le gestanti, ignare vittime».

”FAGLIELA TRAGICA, HAI CAPITO? DILLE CHE C’E’ UN DISTACCO E NON SI PUO’ FAR NULLA”
L’elenco delle accuse è lungo: falso ideologico e materiale, soppressione di atti veri e interruzione di gravidanza senza il consenso della donna. Il caso della partoriente Loredana Tripodi è il più eclatante. Il fratello, il ginecologo Alessandro, ha organizzato a tavolino il suo aborto: l’uomo sospettava che il feto presentasse delle patologie cromosomiche, così ha impedito il parto all’insaputa della donna. Ne dà conto il dialogo captato il 16 giugno 2010. Quel giorno, fornì chiare indicazioni al collega, Filippo Saccà, sulla condotta da tenere: ”Fagliela tragica, hai capito? Dille che c’è un distacco e non si può far nulla”, spiegò. In un primo momento, il dottore Filippo Saccà si mostrò contrario:”Ma scherzi? Non esiste, tuo cognato penserà che lo abbiamo ammazzato”, rispose. La conversazione continuò. ”Mia sorella e mio cognato – aggiunse il primario – danno i numeri”. Alla fine, i due decisero di somministrare alla gestante  un farmaco per interrompere la gravidanza: “Senza dirle un cazzo, le metto il Cervidil e le spiego che sospendiamo la flebo”. Hanno affermato gli inquirenti: “La strategia concordata dai due sanitari era quella di somministrare, all’insaputa della donna, un farmaco abortivo, per stimolare le contrazioni della gestante ed indurre l’interruzione di gravidanza”. Il primario Tripodi è stato intercettato più volte. Eccolo mentre impartisce nuove disposizioni, per impedire il parto della sorella. “Senza che ti veda nessuno, le metti  tre fiale di Sint , cosi si sbriga ad abortire”, disse alla ginecologa Daniela Manunzio.

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