Per Renzi, Alfano e Crinnà, la fedeltà non è un obbligo

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L’ultima legge sulle “unioni civili”, approvata pochi giorni fa al Senato e ora in attesa di essere discussa alla Camera, ha creato una sorta di singolare doppione dell’istituto matrimoniale. La sua stessa esistenza costituisce un paradosso: due persone decidono di convivere senza sposarsi, perché preferiscono non sentire l’oppressiva presenza di un legame giuridico che struttura una dimensione di rapporto a un tempo legale, e una volta sacrale. Il fatto stesso che si decida di normare quest’area però è conseguenza dell’impossibilità storica, culturale e antropologica da parte delle coppie dello stesso sesso di contrarre matrimonio. Quindi questa legge nasce in definitiva per dare un nome diverso, e in qualche modo finto, a una parola impronunciabile come “matrimonio tra persone dello stesso sesso”.

E interessante scandagliare alcuni aspetti della legge, soprattutto per la ratio, ovvero l’ispirazione che sottopostà alla norma. Buona parte delle misure previste appartengono alle vicende normali della vita. Se si ama e si è riamati, è normale pensare di volere essere visitati in ospedale, condividere la casa e il cartellino sul campanello, avere la reversibilità della pensione. E, in caso di abbandono, serve la protezione della parte più debole, come avviene nel matrimonio.

L’elemento discriminante di questa legge, che fin dall’inizio ne ha minato l’applicazione, è ciò che attiene alla paternità e alla maternità. È stata definita stepchild adoption, l’adozione del figlio di una coppia omogenitoriale, che coincide con una zona sensibile del rapporto tra diritto naturale e quello positivo. Non essendo possibile per due persone dello stesso sesso procreare, appare evidente che è la tecnologia in varie forme a sostituire la natura. Peccato che queste tecniche, come l’utero in affitto, collidano con il diritto naturale, ma anche con quel tanto di attribuzione di dignità della persona che la nostra civiltà ha interiorizzato, speriamo irreversibilmente. Il dibattito bioetico, o biopolitico, è molto forte, come hanno mostrato anche le polemiche seguite alla notizia che il leader di Sei, Nichi Vendola, è diventato padre, con il suo compagno, di un bambino avuto negli Stati Uniti attraverso la maternità surrogata.

Quello che incuriosisce di più è l’impuntatura che ha spinto la parte più cattolica e tradizionalista della maggioranza di governo a volere la norma sulla fedeltà. Eliminare l’obbligo di fedeltà tra conviventi è parso un modo per distanziare la legislazione dall’istituto matrimoniale, la cui presenza come fondamento della società è sancita dalla Costituzione. Insomma, grazie ad Alfano e a Ned, le coppie gay normate dal nuovo codice potranno essere allegramente promiscue, senza il rischio di rimproveri o addebiti ancora presenti nel matrimonio.
Ma ancora più sorprendente è il paradosso per il quale se i gay potranno continuare a essere gay, dando ragione a una battuta di Aldo Busi «tutto ‘sto casino per avere una suocera», sull’altro fronte Monica Cirinnà, la senatrice Pd che ha promosso le leggi sulle unioni gay, si propone di cancellare l’obbligo di fedeltà anche per gli eterosessuali. Insomma, da destra a sinistra le fedeltà, valore antichissimo, ora imposto, ora cantato dai poeti, pare non piacere più a nessuno.

Siamo arrivati all’elegìa del cornuto contento che esibisce orgoglioso il partner che lo tradisce. È la rottura definitiva dell’idea, ormai arcaica, che ci si possa amare per sempre. Peccato però che, se si guarda il problema dal punto di vista psicologico, la nostra società precarizzata in tutto, ridotta all’abitudine dell’usa e getta, soffra sempre più tragicamente della carenza di legami di attaccamento a base sicura. Ma in questa sindrome “della porta girevole” i rapporti che vanno e vengono assumono configurazioni cui la fantasia darà contenuti concreti. In fondo, la cultura della promiscuità, che una certa parte del mondo gay conosce bene, ha vinto nelle teste prima ancora che nelle leggi.

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